Da quasi un anno il governatore della California Gavin Newsom si raffigura sui social nei panni di re d’America, di vincitore del Nobel per la Pace e scolpito sul Monte Rushmore. Conia carte Pokémon col personaggio della ministra degli Interni Kristi Noem, agita il rincaro della PlayStation 5 come cavallo di battaglia contro i dazi e accosta i critici al papà di Homer Simpson.
La sua svolta comunicativa a imitazione di Trump (che ha dei precedenti nella Dirtbag Left e nella Dark woke) riscuote da mesi milioni di visualizzazioni, attira l’attenzione dei media globali e proietta Newsom come candidato naturale dei democratici alle presidenziali del 2028.
Radici di una scelta radicale
L’intuizione della necessità di un ripensamento integrale della propria strategia social affonda le radici nel gennaio del 2025, quando durante i devastanti incendi di Los Angeles Newsom aveva provato a smontare gli attacchi di Trump col fact-checking ma nel discorso online era stato completamente travolto. A indurre Newsom ad abbandonare ogni indugio è infine l’operazione di gerrymandering (il ridisegno dei collegi uninominali con lo scopo di diluire il consenso dell’avversario) che il Texas repubblicano mette in atto nell’autunno dello scorso anno, insieme a Ohio, Missouri e Carolina del Nord. Alla Camera dei Rappresentanti i repubblicani godono di uno scarto di soli cinque voti sui democratici e alle elezioni di metà mandato (previste a novembre) è tipico per il partito al governo perdere molti seggi. In risposta allora Newsom convoca e vince un referendum per ridefinire in via temporanea i collegi elettorali della California. Lo fa il 4 novembre 2025, lo stesso giorno in cui il socialista democratico Zohran Mamdani viene eletto sindaco di New York con un programma centrato sull’accesso alla casa, alle cure, all’istruzione e ai trasporti.
Il governatore della California con la chiamata alle urne raccoglie così tanti soldi (114 milioni di dollari, di cui 10 da George Soros) da invitare i donatori a fermarsi. Lo finanziano in 107mila. Nel 2022, durante la sua corsa per la riconferma a governatore, erano solo ottomila. Arruola in modo organico per la sua campagna quasi 100 tra tiktoker, youtuber e blogger su Substack. Si appropria delle armi dell’avversario rendendo il suo podcast, “This is Gavin Newsom”, uno spazio fuori dagli schemi da cui passano anche figure emblematiche del mondo MAGA come Steve Bannon e Charlie Kirk.
“Rovesciare il linguaggio”
Tenta di ribaltare l’idea consolidata di una California in preda al crimine e piena di persone che dormono per strada. Rifiuta di schierarsi tra Ocasio-Cortez e Joe Manchin (tra socialisti e moderati) ma liquida come dannosa la petizione per una patrimoniale sui miliardari della California. Newsom prova quindi a spingere il Partito Democratico a non tenersi più le mani legate da solo in nome di una presunta alterità morale. Rendendosi ridicolo con gli stilemi iconici di Trump portati all’estremo (il maiuscolo, i risultati storici, i nomignoli, bibbie per i fan, ecc.), vuole cortocircuitare i MAGA.
«È un rovesciamento dei linguaggi di Trump contro Trump», spiega a TPI Lorenzo Pregliasco, cofondatore di YouTrend. «I dem devono tenere conto dello scenario: nel 2008 avevi ancora un terreno condiviso tra gli elettorati dei due partiti. Oggi le culture war hanno eroso questo spazio condiviso. E non possono permettersi un ideale di inclusione che finisca per essere escludente». Secondo il prof. Cristopher Cepernich, presidente dell’Associazione Italiana di Comunicazione Politica (AICP), «Newsom attua una tattica di mobilitazione accettando la polarizzazione dello scontro col trumpismo. Lo fa perché sa di essere maggioritario nel suo Stato. Se sei in condizioni di potenziale sconfitta, questa tattica mobilita i tuoi ma non porta gli indecisi a votarti. Sul piano nazionale è una sperimentazione per vedere come vada, al livello locale invece era sicuro che avrebbe pagato». Riguardo al dilemma sulla preminenza della copia o dell’originale, il professore taglia il nodo gordiano: “Questo cleavage si applica soprattutto alla piattaforma politica. La campagna di Newsom prova a innestare un ancoraggio mentale ma arriva agli elettori che sono già democratici. Questa svolta riguarda il tono della comunicazione, non il contenuto. La gente se ne frega di quello che dicono i politici. Il problema della comunicazione politica è che le persone la evitano. L’obiettivo è fare in modo che ogni tanto la gente parli di ciò che dici. Così Newsom risolve il problema della performance ma perde la battaglia del frame. L’operazione del reframing è infatti difficile e rimette in gioco Trump». «I dem devono costruire temi che Trump tiene fuori dalla porta: l’assistenza sociale, l’accesso alle cure, il taglio delle tasse ai ricchi. E devono togliere a Trump una delle sue armi più potenti: apparire uno sfidante dell’establishment, anche quando è alla Casa Bianca. Ma non riuscirai mai a sovrastare il volume di annunci di Trump», aggiunge Pregliasco.
James Carville, stratega delle campagne di Bill Clinton, a febbraio del 2025 aveva lanciato l’idea di fingersi morti (come nel rope-a-dope) in modo da lasciare che le contraddizioni dei repubblicani erodessero il consenso di Trump e ripensare nel frattempo linguaggio e offerta politica dei democratici. Il tasso di approvazione di Trump si aggira da tempo intorno al 40% ma i dem non concordano ancora sulla visione di Paese in grado di riguadagnare a sé aree rurali e fasce meno agiate.
Una strategia efficace?
In questi giorni David Plouffe, a capo della campagna presidenziale di Obama del 2008, sprona i dem a concentrarsi su “capitalismo dell’abbondanza”, redistribuzione dei benefici dell’I.A. e divieto di lobbying, lancio di criptovalute e compravendita di azioni per (ex) membri del Congresso e ufficiali governativi. A suo avviso bisogna tirarsi fuori dal fossato in cui ci si trova fin tanto che invece i Repubblicani vi siano intrappolati dentro, avendo Trump al comando.
In merito al disamoramento di afroamericani, latinos e giovani bianchi non laureati, secondo Cepernich, «il problema non è comunicativo, lo stesso vale per le sinistre europee con le classi lavoratrici. Gli elettori votano per chi pensano capisca i loro problemi. Quello su cui i democratici non stanno recuperando terreno è la piattaforma politica. I democratici devono ricostituire la loro piattaforma politica perché è diluita ed Harris è stata ondivaga al riguardo. Cosa non si deve fare è chiaro, cosa si deve fare non è chiaro. La comunicazione deve dare la percezione di dove stai andando ma prima serve una ricostruzione del senso dell’essere democratici. Nella fase di Obama significava guardare con ottimismo le cose, significava credere nella possibilità di andare avanti, significava essere progressisti».
Dal 2008 l’ecosistema informativo è molto cambiato, «il monopolio della definizione della realtà non è più dei media tradizionali», continua Cepernich, «ma non credo che replicare il modello di Trump coi podcaster sia funzionale. I democratici lo facevano con le star di Hollywood. L’intermediazione fatta da una figura di riferimento non è una grande novità. I dem sbagliano il raccordo tra la piattaforma politica e le figure che la veicolano. Già adesso gli influencer democratici sono di più di quelli repubblicani ma sono star dell’iperuranio, il cui seguito è spalmato in tutto il globo. L’intermediatore politico non deve essere più una star globale ma una persona percepita come vicina, che definisca un perimetro di schieramento all’interno del quale le persone possano identificarsi. Sentire parlare un politico è una cosa ridicola per tutti. Quello che fanno gli influencer è agganciare alle proprie parole una visione di mondo, un modo di vivere, un ancoraggio valoriale».
Nell’arsenale di Newsom compare infine una burla che tormenta Trump dal 1988 per la lunghezza delle sue dita. A idearla era stato il magazine Spy che inviava al tycoon assegni minuscoli di pochi centesimi per vedere se li incassasse e Trump li incassava veramente. Nel 2016 alcuni suoi critici avevano lanciato inoltre la campagna “Tira fuori le misure” in cui ci si chiedeva se le “manine” del candidato GOP fossero in grado di siglare con una stretta di mano la creazione di nuovi posti di lavoro o di schiacciare il bottone rosso per rispondere a un attacco nucleare. Mai dimenticare tuttavia che l’ironia è uno dei tanti volti dell’impotenza.