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    Nel destino dell’Etiopia c’è la Somalia, dentro e fuori i propri confini

    I leader di Somalia ed Etiopia, Farmajo e Abiy Ahmed. Credit: Getty Images

    Dalle tensioni separatiste alle infrastrutture, fino agli investimenti nella regione da parte delle potenze internazionali, l'importanza delle relazioni tra Addis Abeba e Mogadiscio

    Di Timothy Dissegna
    Pubblicato il 9 Lug. 2018 alle 15:23 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 16:14

    La sua sola elezione è stata definita una svolta epocale nella storia del Corno d’Africa: Abiy Ahmed Ali è diventato primo ministro dell’Etiopia il 2 aprile di quest’anno, diventando il primo oromo a ricoprire questa carica.

    Nonostante sia il 34,5 per cento della popolazione, infatti, questo gruppo etnico è storicamente uno dei più marginalizzati nell’ex colonia italiana, tanto che dal 1973 fino ad oggi è stato operativo l’Oromo Liberation Front (OLF), gruppo paramilitare in guerra con il governo centrale.

    Le cose però sono cambiate rapidamente dopo il recente voto nazionale.

    Con l’arrivo di Abiy, infatti, si è assistito all’apparente fine delle attività terroristiche dei più temuti gruppi armati di opposizione: il già citato OLF, Ginbot 7 – che sul suo sito definisce come proprio obiettivo primario la “creazione di una nazione in cui ogni etiope gode del pieno rispetto dei suoi diritti democratici e umani” – e l’Ogaden National Liberation Front (ONLF), composto da somali del Somali Regional State (SRS), regione etiope storicamente contesa tra Addis Abeba e Mogadiscio.

    Un passo concreto di distensione è stato fatto dal Parlamento etiope, con la rimozione a inizio luglio di questi dalla lista nera delle formazioni terroristiche.

    Proprio la questione dell’ONFL si ricollega a due importantissimi temi di politica interna ed estera che vedono impegnata la coalizione di governo dell’Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front (EPRDF).

    Dal punto di vista interno, c’era da fronteggiare lo strapotere esercitato dal presidente dell’SRS, Abdi “Iley” Mohamed Omar, che dopo aver ricoperto la carica di capo della sicurezza regionale dal 2005, cinque anni dopo è salito al vertice della regione, instaurando un vero e proprio regime grazie alla Liyu (“speciale” in amarico), polizia militare da lui stesso creata nel 2007.

    Vero e proprio nazionalista somalo, Abdi ha messo in ginocchio i separatisti, colpendo però indiscriminatamente anche la popolazione civile.

    Non è un caso, quindi, che la prima visita ufficiale di Abiy sia stata proprio a Jijiga, capitale dell’SRS, dove i due politici si sono scambiati promesse di collaborazione e strette di mano.

    Questo accadeva a inizio aprile, mentre l’8 luglio è arrivata la notizia delle dimissioni di Abdi Iley su pressione del governo centrale, a seguito della pubblicazione di un lungo report di Human Rights Watch sulle violenze esercitate dalla Liyu.

    In realtà le denunce internazionali sui crimini commessi dalla forze di sicurezza locali non sono nuove: sempre HRW ha raccontato che “il 5 giugno 2016, i membri della polizia di Liyu sono entrati nel villaggio di Jaamac Dubad” e che “la polizia ha iniziato a sparare indiscriminatamente, uccidendo almeno 14 uomini e 7 donne, e poi saccheggiato negozi e case”.

    Gli effetti delle operazioni della Liyu si riflettono anche sulla vicina Somalia: come riportato ancora da HRW, diverse persone che fuggono dagli attacchi della polizia trovano riparo in Somaliland, la regione auto-proclamatasi indipendente dal governo federale ma non riconosciuta tale da nessuno.

    Molti somali della provincia di Gashaamo, all’interno dell’SRS e una delle più colpite dalla polizia, appartengono infatti al clan Isaaq, maggioritario anche nell’ex possedimento britannico.

    Oltre alla comunanza clanica, la stessa Addis Abeba ha un profondo rapporto con Hargeisa, avendo con essa firmato un accordo per l’uso del porto di Berbera, senza peraltro consultare prima Villa Somalia: una mossa che non è piaciuta molto al governo centrale somalo.

    Nonostante questo attrito, e qui entra nel vivo la parte riguardante la politica estera etiope, la recente visita a metà giugno di Abiy Ali a Mogadiscio si è svolta nella più – apparente – cordialità.

    Insieme al presidente Farmajo si è discusso di “rimozione di tutte le barriere economiche e commerciali” tra i rispettivi paesi e sullo “sviluppo di infrastrutture strategiche come porti e strade per lo sviluppo dei collegamenti”, riporta l’Agenzia Nova.

    Il punto clou dell’incontro è stato quindi l’annuncio di un “finanziamento congiunto per quattro porti strategici e sulla costruzione di una rete stradale che colleghi Somalia ed Etiopia”.

    Quali essi siano non è stato rivelato, ma il ministro degli Esteri somalo Saad Ali Shire ha poi dichiarato che “il recente accordo tra Somalia ed Etiopia non modifica quello precedente siglato tra Somaliland ed Etiopia”.

    Che quest’ultimo non venisse toccato in alcun modo era prerogativa di Addis Abeba, che grazie a esso ha gestito il 19 per cento della concessione, ma soprattutto degli Emirati Arabi Uniti, la cui DP World avrà il 51 per cento e metterà a nuovo il porto.

    Gli EAU sono da qualche tempo ai ferri corti con Mogadiscio, vista la sua neutralità nella crisi del Golfo e il sequestro di quasi 10 milioni di dollari in contanti su un aereo emiratino nell’aeroporto mogadisciano.

    Ora, intensificando l’alleanza con l’Etiopia, Abu Dhabi potrebbe aver trovato il modo di intensificare il proprio controllo – anche se indirettamente – sulla Somalia.

    Un’escamotage che premia le ambizioni regionali dell’ex colonia italiana, che gode anche del supporto della Cina, vicina storicamente per motivi ideologici e oggi soprattutto economici, come dimostra la zona di libero scambio nata a Gibuti alla presenza dei leader di Somalia, Etiopia, Sudan e Ruanda.

    Questa sarà quindi gestita dalle autorità locali, azioniste di maggioranza, al fianco di tre aziende cinesi: China Merchants Group, Dalian Port Authority e IZP.

    L’obiettivo esplicito di Pechino è proseguire con la creazione della nuova Via della Seta, facendo del Corno d’Africa un hub strategico sia per i rifornimenti – vedi le sempre più numerose esplorazioni di aziende petrolifere e di gas nella regione -, sia per la vendita.

    Ampliare il mercato africano potrebbe essere quindi una delle grandi scommesse di Pechino, il cui primo passo è rendere Addis Abeba il vero pivot del Corno. Sicuramene un progetto ambizioso, che nella pratica dovrà fare però i conti con le stesse ambizioni del Kenya e con la longa manus sempre più pressante della Turchia.

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