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    Benvenuti all’inferno. I miei 1.472 giorni in una cella di un carcere egiziano

    Ibrahim Halawa, di origine egiziana ma cittadino irlandese, ad agosto del 2013 è stato arrestato in Egitto trascorrendo 4 anni nella prigione di Tora al Cairo. Racconta a TPI i lunghissimi giorni di detenzione

    Di Lara Tomasetta
    Pubblicato il 4 Lug. 2018 alle 21:03 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 21:58

    Tora è un carcere immenso. All’interno ci sono 9 sezioni, come Scorpion, dove vengono rinchiusi i prigionieri politici e gli attivisti egiziani. Le condizioni sono terrificanti, le violenze all’ordine del giorno. La tortura è lo strumento per far confessare reati mai commessi, si vive in condizioni igieniche minime, con celle super affollate e acqua centellinata per ogni carcerato. In molte occasioni ho desiderato di morire”.

    Ibrahim Halawa, di origine egiziana ma cittadino irlandese, ad agosto del 2013 è stato arrestato in Egitto. Aveva solo 17 anni. Ibrahim è rimasto in prigione per 1.472 giorni. Quattro anni trascorsi dietro le sbarre. Il 20 ottobre 2017 è stato finalmente liberato e dichiarato innocente.

    Nell’estate del 2013 Ibrahim era partito da Dublino insieme alle sorelle Somaia, Fatima e Omaima per andare a trovare i parenti al Cairo. Lì avevano deciso di prendere parte alle proteste di metà agosto della Fratellanza Musulmana contro il colpo di stato di Abdel Fattah al-Sisi.

    In quelle manifestazioni, caratterizzate anche da numerosi atti di violenza da parte delle persone scese in strada, le forze di sicurezza egiziane fecero una strage. Ibrahim venne arrestato accusato di molti reati, tutti falsi: omicidio, tentato omicidio, disturbo all’ordine pubblico, intralcio alle attività delle istituzioni nazionali, protesta senza autorizzazione, distruzione di beni pubblici.

    Oggi racconta a TPI la sua storia e gli anni trascorsi nella prigione di massima sicurezza Tora.

    “Ogni cella cella, grande circa 3,5 metri per 5,5, conteneva dalle 13 alle 15 persone almeno. Per la doccia o per andare in bagno avevamo circa dieci minuti per volta. Sono stato in 9 diverse prigioni, mi hanno fatto spostare molto, anche all’interno di Tora”, racconta Ibrahim.

    Come si comportava la polizia?

    È molto comune in Egitto che ogni prigioniero venga schiaffeggiato, preso a calci e picchiato con i manganelli. In ogni prigione c’è questa usanza del “welcoming party”.

    In cosa consiste?

    Gli ufficiali vogliono farti capire chi ha il potere, così se per caso ti passa per la testa di ribellarti alle regole loro ti fanno passare la voglia.
    La polizia apre la porta e ti lascia all’inizio di un corridoio, ogni ufficiale si posiziona a sinistra e a destra dello stesso, in due lunghe file, tu sei costretto a camminare lungo il corridoio mentre, man mano che passi, ogni ufficiale ti picchia con il manganello, o con bottiglie, o qualunque cosa trovi a terra. Questo dura un tempo che sembra infinito.

    Eri solo un minorenne quando sei stato imprigionato, avevi paura?

    Ero decisamente spaventato, il tempo non passava mai, e i minuti diventavano giorni, i giorni mesi e la mia condanna veniva prolungata. Veniva violato ogni diritto umano. Mi hanno torturato per farmi confessare reati che non ho mai commesso.

    Come trascorrevi le giornate, quali erano i tuoi pensieri?

    Alcune notti erano molto lunghe, anche perché non sapevi quando sarebbe finita. Ci sono stati molti casi di persone che sono state rilasciate e poi arrestate nuovamente. Anche quando sono stato dichiarato innocente, sono rimasto in prigione per un altro mese.

    Quanto credi sia stato fondamentale il contributo del governo irlandese per la tua scarcerazione? 

    Il governo è un’entità indefinita, contano di più le persone che lavorano nei vari apparati. Le cose sono cambiate solo quando è cambiato il governo, ci è voluto molto tempo per farmi rilasciare. Due parlamentari irlandesi sono venuti a trovarmi in carcere e hanno verificato le mie condizioni. Si sono resi conto che ero davvero in una situazione terribile.

    Hai mai pensato che saresti morto in quella prigione?

    Ogni giorno. Qualche volta l’ho desiderato perché cercavo una fine. Ma avevo comunque speranza. Sono molto credente e sono rimasto umano.

    Quando passi tanto tempo chiuso in una cella, le persone che sono con te diventano la tua famiglia. Ma io non volevo arrendermi, loro sembravano arresi. Gli chiedevo: “Perché non reagite? Perché lasciate che vi trattino così?”. E loro non dicevano nulla. Erano arresi a quel destino. 

    Questa è la differenza tra le persone che hanno un background democratico e quelle che non ce l’hanno.

    C’è qualche episodio che ricordi in particolare?

    Sì, uno lo ricordo bene. Un ragazzo aveva il cestino da basket nella cella, un giorno chiese a una guardia se poteva chiamare la madre, perché non la sentiva da tempo, l’ufficiale era di pessimo umore così gli mise le manette e lo appese al canestro. Quella fu la prima scena che vidi arrivato a Tora e non la dimenticherò mai.

    Cosa pensi di Al-Sisi e dei giovani egiziani?

    Le cose sono addirittura peggiorate con il regime di Al-Sisi. Ma gli egiziani oggi sono più consapevoli di quali siano i loro diritti, sanno riconoscerli. Li vedo diversi da 5 anni fa.

    Cosa pensi del caso Regeni? Ultimamente il nostro ministro dell’Interno ha dichiarato che è più un problema della famiglia…

    Questo è scioccante, perché mentre ero in prigione ho sentito parlare del caso Regeni, e sentivo che il governo italiano era presente. Si era arrivati a un punto di rottura tra i due governi a causa del caso Regeni. Penso che l’Italia si sia però arresa troppo presto, per ragioni politiche ed economiche forse.

    Molte persone conoscono la verità, ma il governo italiano tende a chiudere gli occhi.

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