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    Perché al-Sisi non fornirà la verità sulla morte di Giulio Regeni

    L'opinione di Silvia Rocchetti

    Di Silvia Rocchetti
    Pubblicato il 11 Apr. 2016 alle 17:53 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 22:15

    La morte di Giulio Regeni è una delle cose peggiori che potessero capitare ad al-Sisi. Prima di questo evento che ha avuto risonanza mondiale, il presidente egiziano godeva della tolleranza, se non dell’appoggio, delle maggiori democrazie europee, dell’Italia in particolare, primo Paese europeo visitato da al-Sisi in veste di presidente nel novembre 2014, occasione durante la quale il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ne aveva addirittura tessuto le lodi in conferenza stampa.

    Avvenimenti simili a quello di Giulio Regeni accadevano in Egitto già all’epoca. Report provenienti dalle più disparate agenzie di monitoraggio del rispetto dei diritti umani e della democrazia, egiziane e internazionali, già evidenziavano l’escalation di violenza nel Paese a seguito del colpo di Stato che ha portato al potere al-Sisi nel 2013.

    Già all’epoca si denunciavano casi di sparizioni forzate, arresti arbitrari e tortura da parte dei servizi segreti egiziani. Ora, però, è morto un ragazzo Europeo, e tutti gli incontri di al-Sisi in Francia, in Germania e in Italia valgono poco. Ora al-Sisi ha gli occhi del mondo puntati addosso. 

    Ci si aspetta, in questi casi, che un regime autoritario riesca a mettere in piedi una storia credibile, un capro espiatorio ragionevolmente colpevole da biasimare, processare, condannare. Soprattutto considerando che alcuni hanno additato i servizi di sicurezza come responsabili, mentre il Ministero dell’Interno ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento.

    Tuttavia fin’ora lo stesso Ministero ha fornito versioni dell’accaduto al limite del grottesco. Sembra che al-Sisi non riesca a fare pressione affinché si producano risultati concreti.

    Tramite la consulenza di studiosi egiziani, abbiamo cercato di capire come si struttura il ministero dell’Interno e come mai si ha l’impressione che al-Sisi non ne abbia pieno controllo. 

    Il braccio operativo del Ministero è suddiviso in tre settori:

    1. Sicurezza Pubblica, che comprende i funzionari di polizia che pattugliano le strade e le stazioni di polizia.

    2. Il reparto investigativo, ovvero l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale (Asn), che si occupa, fra le altre cose, di rintracciare oppositori politici.

    3. Le Central Security Forces, un braccio paramilitare utilizzato per sedare le proteste. 

    È l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale (Asn) che attivisti ed Ong accusano per la morte di Giulio, sostenendo che i segni ritrovati sul suo corpo siano simili a quelli di molti ragazzi egiziani che sono stati detenuti dai servizi di sicurezza.

    Agenti e dirigenti dell’Asn imperano nel Paese da tempi che precedono al-Sisi di decenni; immagini di film come Karnak Cafè ci mostrano lo strapotere che l’Agenzia aveva già ai tempi di Nasser. Spicca, nel film, la frase di un membro dei servizi di sicurezza che riceve la notizia della sua nomina a Ministro e chiede “perché? Ho sbagliato in qualcosa?”. 

    La situazione, dall’epoca, non sembra molto cambiata., anzi. Al contrario di Nasser, Al-Sisi è un Presidente senza un Partito né un’ideologia politica alle spalle, il cui potere si regge su un carisma in costante declino e sul regime del terrore.

    Al calare del carisma, si è resa necessaria un’ulteriore stretta su libertà di espressione, di protesta e un aumento di arresti, sparizioni forzate ed episodi di tortura. Per far questo, il governo ha avuto bisogno di dare maggiore libertà di manovra ad un Ministero dell’Interno che godeva comunque già da tempo di un notevole spazio di autonomia. 

    Dal 2014 in poi è stato eliminato qualsiasi limite alla detenzione in attesa del processo, quindi un detenuto può potenzialmente rimanere in carcere a vita senza mai arrivare davanti ad un giudice. 

    I giudici, inoltre, tendono ad essere alquanto indulgenti con i poliziotti, che raramente vengono processati e quasi mai condannati; il che non sorprende, considerando che per legge sono essi stessi a dover presentare prove al procuratore.

    Tuttavia, il fatto che gli agenti del Ministero svolgano una funzione repressiva nei confronti della popolazione non deve far pensare necessariamente che essi rispondano agli ordini di al-Sisi, né che agiscano sempre a tutela del regime. 

    Per tutto il periodo del post-2011, gli agenti di sicurezza del paese hanno anzi dimostrato di essere liberi di scegliere se, come e quando intervenire in momenti di crisi: il 5 Dicembre del 2012 alcuni sostenitori della Fratellanza Musulmana hanno sequestrato e torturato alcuni manifestanti che si erano radunati di fronte al palazzo presidenziale per protestare con un decreto emesso da Morsi.

    Tutto questo sotto gli occhi impassibili di agenti che non sono intervenuti né per disperdere i manifestanti, nè per porre fine alle violenze che essi stavano subendo. 

    Il comportamento della polizia è stato completamente diverso nel Luglio 2013, quando ha affiancato i protestanti scesi in piazza per chiedere la caduta di Morsi. Viene da pensare che questo cambio di rotta sia dovuto al tentativo della Fratellanza Musulmana di mettere da parte alcuni degli intoccabili che erano rimasti sulle loro poltrone dopo la caduta di Mubarak, in particolare sulle poltrone nel Ministero degli Interni. 

    Al contrario di Morsi, al-Sisi sembrava aver trovato il giusto equilibrio con il Ministero: maggiore libertà di manovra a polizia e servizi segreti e garantita impunità, in cambio dell’instaurazione di pugno di ferro contro qualsiasi potenziale voce di protesta. 

    Il Ministero dell’Interno è ora disposto a mettere a rischio le buone relazioni dell’Egitto con i Paesi Occidentali, causando serio imbarazzo al Presidente. Il perché non è ancora chiaro. Quello che sappiamo per ora è che verità e giustizia per Giulio non le avremo mai, specialmente se continuiamo a chiederla al presidente al-Sisi. 

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