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    Dividersi dal Regno Unito

    Tra sei giorni la Scozia andrà al voto per decidere se dividersi o meno dal Regno Unito. Ma le incognite sono ancora molte

    Di Davide Lerner
    Pubblicato il 12 Set. 2014 alle 10:00 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 00:45

    “Failte gu Alba”, “benvenuti in Scozia”. Al parlamento scozzese, ai piedi del Royal Mile di Edimburgo, le indicazioni sono scritte in gaelico.

    Poco importa se il dialetto celtico è ormai lingua ignota ai più e se l’inglese che compare come seconda lingua è invece idioma natale per tutti.

    Quello che conta è il messaggio politico che promuove l’alterità identitaria nei confronti di Londra, vissuta come governante estraneo e tirannico.

    A sei giorni dal bivio fra “Great Britain” e “Little England”, come l’Economist ha definito il referendum del 18 settembre, nuovi sondaggi spazzano via le certezze di chi, fino a domenica scorsa, si interrogava soltanto su quale sarebbe stata l’entità della sconfitta dei separatisti.

    Per Yougov, la società di sondaggi più autorevole del Regno Unito, gli indipendentisti sarebbero addirittura in vantaggio: 51 a 49.

    La secessione non è fantascienza, il terremoto è possibile. Benedict Anderson chiamava le nazioni “comunità immaginarie”, ma quella scozzese presenta reali specificità anche dopo più di tre secoli di unione con i vicini del sud. A cominciare da quella che gli indipendentisti chiamano “questione democratica”, cioè l’estraneità ideologica della Scozia rispetto ai numerosi esecutivi Tory che l’hanno governata.

    Nella sede degli indipendentisti di Glasgow lo spiega il coordinatore dei gruppi di pressione favorevoli alla secessione, Toni Giugliano. Sulle pareti campeggiano i manifesti sulla Scozia che sta per diventare “una delle più ricche fra le nazioni” (l’allusione è al petrolio del Mare del Nord) e quelli in polacco, cinese e urdu pensati per accalappiare i voti delle consistenti minoranze.

    “Il futuro della Scozia dovrebbe essere nelle mani della Scozia, non appannaggio di governanti conservatori che non avremmo mai votato”, dice, “su questioni come welfare e tassazione, difesa e politica estera, unione europea e immigrazione, il governo centrale sta portandoci nella direzione sbagliata: una Scozia indipendente si muoverebbe in maniera radicalmente diversa”.

    Europeismo, stato sociale, accoglienza dei flussi migratori: le parole d’ordine del nazionalismo scozzese, atipico nel suo genere per essere profondamente di sinistra, sono quanto di più lontano dalle attuali politiche del governo conservatore e neoliberista di Westminster..

    “Vogliamo avere la possibilità di costruire un paese che rifletta le nostre priorità come società e i nostri valori come persone”, scrive Alex Salmond, l’attuale primo ministro, elencando i provvedimenti recenti più invisi agli scozzesi. Si va dalla “bedroom tax”, una tassa sulle case popolari con stanze in eccesso (è particolarmente antipatica perché colpisce molte famiglie disagiate che hanno subito lutti dopo l’assegnazione), fino ai tagli sul welfare per ridurre il deficit di bilancio. Dal nucleare alle privatizzazioni degli enti pubblici, volte a rendere lo stato il più possibile snello.

    “Le sembra normale che il primo produttore di petrolio nell’Unione Europea, la Scozia, abbia livelli di povertà infantile attorno al 20 per cento”, protesta Toni Giugliano difendendo l’importanza dello stato sociale, “i paesi scandinavi, ai quali guardiamo come modello, hanno livelli di ineguaglianza bassissimi, mentre il Regno Unito è il quarto Paese più diseguale nel mondo sviluppato”.

    La recente cessione ai mercati privati delle poste “Royal Mail”, per altro svendute sotto-prezzo con un danno al contribuente stimato attorno a 1,2 miliardi di euro, ha avuto ricadute pesanti sulle numerose aree rurali della Scozia. “La corrispondenza è diventata costosissima”, lamenta Bob, un ingegnere sulla sessantina proveniente dalle Ebridi Occidentali, “solo con l’indipendenza potremo rinazionalizzare e tornare al sacrosanto sussidio delle tratte non redditizie”.

    Il problema democratico ha radici lontane, come mi ricordano gli amici di Bob sorseggiando Flying Scotsman nel pub di Stornoway, principale centro urbano dell’isola di Lewis. “Ricordo ancora quando nel 1979 la cessione di poteri fu bloccata da un sotterfugio del governo laburista, che riuscì a vanificare il referendum”, racconta Adam, muratore baffuto che veste il tweed della vicina isola di Harris, “ci tirammo la zappa sui piedi facendo cadere il governo di Londra e condannandoci a un ventennio di Margaret Thatcher, che fu eletta subito dopo”.

    Nelle isole, dove l’isolamento ha mantenuto intatta una realtà tradizionale e la popolazione, qui sì, si esprime ancora in gaelico, il voto favorevole all’indipendenza si annuncia plebiscitario. “Da queste parti il sì viaggia attorno all’80 per cento, di britannico non ci è arrivato neppure l’inglese”, spiega Adam, “lo parlano soltanto sull’Isola di Skye, da quando hanno costruito il ponte che li collega al continente si sono un po’ civilizzati”, aggiunge scherzando.

    L’era Thatcher ha aumentato in modo esponenziale il risentimento anti-inglese nelle terre a nord del vallo Adriano. La Scozia fu travolta dal neoliberismo della “Lady di Ferro” nel contesto già difficile della deindustrializzazione: fra il 1979 e il 1981 il 20 per cento dei posti di lavoro si volatilizzarono.

    “Margareth Thatcher aveva poche idee ma molto chiare”, racconta il professore di letteratura inglese Michael Cruickshank, “e oltre al resto utilizzò la Scozia come cavia per testare la sua “Poll Tax”, una nuova tassa sulle case proporzionale al numero di persone che ci abitano”. “La introdusse in Scozia prima che nel resto del Paese”, continua Cruickshank, “e così la tassa fu eletta a simbolo dell’imperialismo di Londra e scatenò un’ondata di proteste”.

    I cartelli e i volantini di quelle manifestazioni sono tutt’oggi conservati al museo “The People’s Story”, “Storia della Gente”, lungo il “Royal Mile” di Edimburgo. Proprio al suo fianco il cimitero Canongate Kirkyard ospita la tomba di Adam Smith, padre nobile della dottrina liberista cara alla Thatcher.

    Certo, servizi e welfare non basta volerli, ma bisogna anche poterli finanziare. Oggi, ricordano dalla “Better Together Campaign”, la campagna unionista, il governo centrale spende 1.500 euro in più per ogni scozzese rispetto a quanto spende in media per ciascun cittadino britannico. In totale sono sette miliardi e mezzo in più destinati da Westminster al welfare della Scozia.

    Per quanto consistenti, gli introiti che derivano dalle risorse naturali del Mare del Nord (gas e petrolio) non basterebbero a coprire il buco di bilancio. I giacimenti si stanno pian piano esaurendo e i costi di produzione lievitano parallelamente all’estinzione di quelli più accessibili. Lo spiega, numeri alla mano, l’ex deputato al parlamento di Edimburgo David Whitton che siede nella sede unionista nel centro di Glasgow. Il fogliame della campagna lascia poco spazio al bianco delle pareti: “The best of both worlds”, “il meglio di entrambi i mondi”, è lo slogan più comune che richiama la possibilità di guadagnare spazio di manovra con la devolution senza rinunciare alla solidità del Regno Unito.

    “Il petrolio rappresenterebbe il 20 per cento dei fondi disponibili per i nostri servizi pubblici, mentre rappresenta solo il 2 per cento per il Regno Unito”, racconta Whitton, “la volatilità del prezzo metterebbe le casse dello stato in una condizione di precarietà permanente”.

    “In ogni caso le risorse naturali sono solo la ciliegina sulla torta di un’economia diversificata”, si difende invece Toni Giugliano, “dall’eolico ai servizi finanziari di cui Edimburgo è ormai il quarto polo europeo, dalla pesca al whisky che garantisce esportazioni per quasi quattro miliardi di sterline l’anno”.

    I grattacapi di Alex Salmond non sono però circoscritti al portafoglio. A togliergli il sonno sono le due “Unioni”, quella monetaria con Londra e quella Europea. Nel suo libro bianco – un documentone da 670 pagine che descrive nel dettaglio come funzionerebbe la separazione – Salmond promette ai suoi elettori di mantenere la sterlina e di accedere automaticamente all’UE all’indomani dell’indipendenza.Quando Londra ha fatto sapere che non sarebbe disposta a mantenere una moneta condivisa, Salmond ha minacciato di non sobbarcarsi la propria fetta di debito sovrano.

    Una bocciatura ancora più bruciante è arrivata dal presidente della Commissione Europea Manuel Barroso, per cui sarebbe “difficile se non impossibile” che la Scozia rientri nell’UE senza l’approvazione unanime dei 28 stati membri. E per quanto i secessionisti rifiutino il parallelo con la Catalogna (“noi abbiamo un accordo di Edimburgo in cui le due parti si sono impegnate a rispettare l’esito del referendum, mentre la consultazione di novembre in Catalogna è illegale”) quello spagnolo è un caso che potrebbe rendere tutto più difficile. La Spagna, infatti, promette di ostacolare l’accesso della Scozia all’Unione per scongiurare un precedente favorevole all’indipendentismo di Barcellona.

    Insomma, i negoziati post-indipendenza sarebbero tutt’altro che semplici, anche se l’indiscrezione di “The Indipendent” secondo cui le Nazioni Unite starebbero preparando piani d’emergenza per l’invio di caschi blu sul territorio fa soltanto sorridere. La secessione potrebbe poi scatenare un effetto a catena sconvolgente per la Gran Bretagna, non limitato al possibile ringalluzzirsi dei movimenti anti-Londra in Galles e Irlanda del Nord. Il partito laburista si troverebbe privato di una fetta consistente del proprio elettorato e Westminster potrebbe quindi rimanere a lungo nelle mani dei Tories.

    David Cameron ha già promesso che, in caso di vittoria alle politiche 2015, andrebbe al referendum sull’uscita dall’Unione europea. Potrebbe così trovarsi a presiedere al divorzio definitivo dall’Unione dopo aver assistito impotente al disfacimento del Regno. La Gran Bretagna diventerebbe, così, davvero soltanto una “little England”.

    I tre partiti principali hanno già promesso che in caso di vittoria del “no” cederanno ulteriori poteri a “Holyrood”, il parlamento di Edimburgo, anche se non hanno fatto sapere quali. La possibilità di gestire a pieno le politiche di tassazione, e non solo in minima parte come avviene oggi, è la più contesa delle carte di scambio in tavola. Secondo Toni Giugliano, che non si fida delle promesse dei partiti di Westminster, “per virare sulla politica fiscale in modo organico è necessario avere il controllo totale, e tale controllo può essere raggiunto solo con l’indipendenza”.

    Al 18 settembre mancano ormai sei giorni e gli scozzesi andranno a votare: chi con la testa e chi invece col cuore. “Da iniziatori dell’Illuminismo, da eredi di Smith, Hume e Ferguson, dobbiamo andare al voto e fare una scelta razionale che lasci da parte atteggiamenti romantici”, dice il professore Michael Cruickshank, favorevole al “no”.

    “Il sentimento e il ri-sentimento sono cattivi consiglieri in politica”. La “Stone of Destiny”, la “pietra del destino” usata dai reali scozzesi per l’incoronazione che fu rubata da Edoardo I d’Inghilterra nel 1296 e tenuta a Londra come simbolo della loro sottomissione, è stata già riportata nel castello di Edimburgo nel 1996. I paladini della “Scottishness” si accontenteranno di questa restituzione simbolica?

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