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    Rompere con gli antidepressivi

    Circa 16 milioni di persone nel mondo fanno uso di antidepressivi. Una di loro ci racconta cosa significa avere una relazione con un antidepressivo e provare a uscirne.

    Di Alice Politano
    Pubblicato il 8 Dic. 2015 alle 16:30 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 03:47

    Si stima che circa 16 milioni di persone facciano uso di antidepressivi in maniera continuativa, di questi, circa il 70 per cento sono donne.

    La prima volta che ho avuto un vero singhiozzante, disperato, “so-la-verità-ed-è-terribile” attacco di panico è stato quando ho inviato la mia prematuramente decisa domanda al college, che per caso coincideva esattamente con il momento in cui mia sorella piccola veniva coinvolta in un incidente automobilistico quasi fatale. Non credo che fosse un momento di connessione psichica tra sorelle, credo solo di essere sempre stata ossessivamente spaventata dalla morte, e la mia domanda per il college significava che le ero un passo più vicina.

    Ho continuato ad avere simili attacchi di panico durante gli ultimi anni della mia adolescenza e i primi dei venti, attacchi che arrivavano a caso e senza preavviso: mentre guardavo “Uomini che odiano le donne”, mentre mi facevo le unghie in un salone di bellezza, mentre facevo sesso.

    Mi venne insegnato ad “auto-curarmi” con uno spropositato consumo della televisione, il che voleva dire che trascorrevo ore raggomitolata vicino al mio portatile a guardare le repliche di “How I Met Your Mother”.

    Questi anni di disturbo d’ansia non diagnosticato hanno indubbiamente provocato in me un forte attaccamento alle sitcom e a Neil Patrick Harris, la cui voce rimane ancora adesso un sedativo super potente.

    È stato quando ho vomitato dopo aver letto il devastante elogio funebre di Mona Simpson per il fratello Steve Jobs che ho realmente iniziato a cercare un aiuto psichiatrico, che si è manifestato nella forma di un’adorabile piccola pillola blu.

    Anche 50 milligrammi di Zoloft (un farmaco antidepressivo inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina – il neurotrasmettitore principalmente coinvolto nella regolazione dell’umore) sono una fottuta rivelazione. Dopo sole due settimane di seria costipazione e lucidi sogni, allucinanti al livello di un quadro di Dalí, ho praticamente dimenticato il motivo per cui fossi spaventata in primo luogo.

    Lo Zoloft ha preso il mio instabile e solo cervello e lo ha avvolto nel cashmere.

    Ero in grado di leggere libri di autori scomparsi senza mangiare fette di pane in maniera maniacale. Presto sarei riuscita ad addormentarmi senza Netflix (società statunitense di noleggio di DVD e videogiochi via Internet e di streaming online on demand).

    Io e lo Zoloft iniziammo presto una relazione duratura standard, nel senso che io presi 5 chilogrammi e lui rimase uguale.

    Perché, dunque, avrei mai voluto rompere con la cosa che mi aveva portato a una reale sanità mentale? E perché non mi rendevo conto di quanto sarebbe stata dura?

    Ad essere onesta, odiavo il mio aspetto e pensavo che la colpa fosse dello Zoloft. In più, l’idea di dover essere sottoposta a qualsiasi tipo di cura per la mia intera vita mi faceva sentire profondamente inquieta.

    Inoltre, il mio psichiatra mi aveva suggerito di iniziare il processo di “tapering” (nel contesto sportivo con “tapering” s’intende la riduzione del carico di allenamento durante i giorni o le settimane che precedono un’importante competizione) ora che ero (relativamente) libera dal panico da ormai tre anni. Così l’ho fatto. E ha fatto schifo.

    L’uso prolungato di antidepressivi è una pratica in crescita negli Stati Uniti. Secondo i dati forniti da uno studio del National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES), degli stimati 16 milioni di persone che hanno fatto uso di antidepressivi per più di 24 mesi, il 70 per cento sarebbero donne.Il libro di Julie Holland, “Moody Bitches”, sottolinea infatti come le emozioni delle donne vengano regolate sempre di più attraverso i medicinali.

    Le persone possono iniziare ad assumere antidepressivi per l’ansia, l’obesità, la menopausa. Puoi vedere la gente prescrivere i farmaci per qualsiasi cosa. Credo che siano tra le droghe più difficili da cui uscire, ancor di più che dall’alcool e dagli oppiacei,” ha detto il dottor Peter Breggin, un esperto di astinenza dagli psicofarmaci, in un’intervista ad Al Jazeera. “Durante l’astinenza può succedere praticamente qualsiasi cosa che sia emozionalmente e psichiatricamente devastante per il soggetto, dato che la serotonina è il neurotrasmettitore più diffuso nel cervello”.

    Pfizer, la società farmaceutica che produce lo Zoloft, si raccomanda che coloro che ne fanno uso ‘rompano’ la propria dipendenza attraverso una “riduzione graduale della dose, piuttosto che con un’interruzione repentina”. E così ho fatto.

    Quando ho ridotto la mia dose di psicofarmaci da 50 a 25 milligrammi, ho notato che inconsciamente, la sera, pensavo alla morte un po’ più spesso rispetto a quanto non facessi prima. Questi pensieri mi arrivavano come brevi esplosioni, come se stessi ricordando offuscati frammenti della mia stessa passata sepoltura.

    Mi sono mantenuta sui 25 milligrammi per otto mesi, perché ogni volta che provavo a diminuire ulteriormente la dose avvertivo una terribile sensazione che, prima o poi, mi sarei ritrovata in una bara, e molto, molto sola.

    Breggin ha detto alla giornalista di Al Jazeera Rebecca White che uscire da una dipendenza da psicofarmaci può causare una vasta gamma di sintomi, tra cui “sensazioni di shock nella testa, perdita dell’equilibrio, strane sensazioni in varie parti del corpo, depressione, disperazione, tendenza al suicidio, ansia disabilitante e disfunzione erettile persistente.”

    Alla fine di maggio, ho detto “fanculo” e ho smesso di prendere le pillole ogni sera. Stavo mettendo in atto il processo di “tapering” ormai da un anno e ho pensato che il mio grande e forte cervello fosse in grado di affrontare un piccolo aumento di preoccupazioni.

    Ho provato letteralmente ogni sensazioni di cui Breggin aveva parlato. Il mio cervello faceva “zapping” (quando ti senti come se il circuito del tuo cervello si accendesse di continuo), ero impazzita (ho pianto almeno 14 volte mentre scrivevo un articolo su un cane in procinto di morire), ero davvero, davvero isterica.

    Così ho ricominciato.

    Non come prima, ma quanto bastava per calmare le tempeste nel mio cervello abbastanza da riuscire a lavorare e a non portare io stessa i miei amici ad odiarmi.

    Ad ora, sono scesa a 12,5 milligrammi, una dose davvero piccola che, a questo punto, potrebbe anche essere solo un placebo (anche se ne dubito fortemente).Continuo ad avere i miei dubbi che questo lungo, stupido, doloroso e frastornante processo ne valga davvero la pena.

    Nei quattro anni passati sono stata così felice di non aver dovuto affrontare un eterno senso di solitudine ogni volta che dovevo andare in vacanza; perché mai dovrei voler tornare indietro a quei giorni?

    Un blogger, che appropriatamente scrive con il soprannome di “GLOOM” (oscurità), descrive l’astinenza come un “inferno sulla terra”. E così è, per me e molte altre persone affette da disturbi d’ansia, la vita senza antidepressivi.

    L’articolo originale è stato pubblicato qui dalla scrittrice Joanna Rothkop. Traduzione a cura di Alice Politano.

    Leggi l'articolo originale su TPI.it
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