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    Il mio giorno alla Casa Bianca di fronte a Trump: diario da Washington

    Il mio giorno alla Casa Bianca. Credit: Iacopo Luzi

    Iacopo Luzi da Washington ci racconta com'è incontrare il presidente Trump da vicino, con la cronaca della sua giornata alla Casa Bianca

    Di Iacopo Luzi
    Pubblicato il 27 Mag. 2018 alle 19:39 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 00:05

    Iacopo Luzi per TPI.it, da Washington. È un sabato pomeriggio di lavoro come tanti altri, forse più lento del solito perché è il weekend del Memorial Day, giorno in cui si celebrano i soldati caduti delle guerre statunitensi, quando ricevo una chiamata dalla mia capa: “Devi andare di corsa alla Casa Bianca per coprire un evento questo pomeriggio”.

    In generale, nei fine settimana, abiuro completamente giacche e cravatte, in favore di tute e magliette e, non avendo tempo per passare a casa, mi trovo costretto a recarmi a casa del presidente Donald Trump in jeans (rimediati al volo da un collega), t-shirt e una giacca estiva che tenevo in redazione penso da sei mesi.  Insomma: non il massimo, ma il dovere chiama.

    L’evento è la liberazione di un ostaggio statunitense chiamato Joshua Holt,  incarcerato per due anni in una prigione venezuelana, con l’assurda accusa di aver cospirato contro il governo di Nicolás Maduro e di aver accumulato armi da guerra del suo appartamento insieme alla moglie venezuelana, sposata poco prima.

    Accuse abbastanza assurde, tanto da pensare che l’arresto sia stato compiuto come forma di rappresaglia contro gli Stati Uniti per le sanzioni economiche imposte al paese sudamericano. Ad ogni modo, grazie alla diplomazia e all’intervento di due senatori, il regime di Maduro ha acconsentito alla scarcerazione.

    È tempo di festa e alla Casa Bianca organizzano questo incontro. Unica particolarità, che non sapevo: sarà un incontro fra l’ex ostaggio e il presidente Trump: la stampa è invitata a partecipare.

    Il mio atteggiamento, da rilassato quale era, improvvisamente si converte in ansioso, soprattutto considerando che la mia maglietta ha come scritta: “If the music is too loud, you are too old”. Non proprio il massimo quando stai per incontrare il presidente degli Stati Uniti, che ha, tra l’altro, più di settant’anni.

    Solitamente questi eventi vengono organizzati con molto anticipo e in stanze apposite della White House, ma visto il poco preavviso (l’ostaggio è stato liberato solo la notte prima) ci viene comunicato che il tutto si terrà dentro lo Studio Ovale.

    L’ansia si tramuta in panico.

    Ore e ore di attesa ma, alla fine, il momento di entrare arriva, dopo essere stati in coda tutti appassionatamente, dalla CNN a Reuters, in uno di quei corridoi esterni dove l’ex presidente Barack Obama era solito essere immortalato, mentre correva in giacca e cravatta insieme al suo vice Joe Biden. Tutti, tranne Fox News, loro passano direttamente davanti a tutti, per ordine dell’ufficio stampa della Casa Bianca, ed entrano ben prima degli altri. Le proteste servono a poco.

    Credit: Iacopo Luzi

    Io credevo che avremo avuto qualche minuto per sistemarci, montare le telecamere, preparare i microfoni, ma quando ci danno il via libera, entriamo dentro lo Studio Ovale e la stanza, che è molto più piccola di quello che si vede in TV, è già piena di gente. Sui divani e le poltrone dirimpettaie alla scrivania del presidente, insieme a Holt, la sua famiglia e alcuni membri del Congresso, siede Donald Trump.

    Il presidente più controverso di sempre, il nome pronunciato da tutti i media del mondo ogni giorno, l’uomo che sta riscrivendo, positivamente o negativamente, il concetto di geopolitica e affari internazionali è a due metri dal sottoscritto il quale, nel mentre, non avendo avuto modo di sistemare niente, ha provato in qualche modo a far partire  almeno un Facebook Live per mandare il feed alla mia redazione. Il risultato è pessimo, ma l’incontro è già incominciato, quindi si balla.

    Ah, una cosa, nel caso vi capiti di entrarci prima o poi: il cellulare non prende bene nello Studio Ovale.

    Donald Trump scherza, parla, sorride, e fa i complimenti all’ex ostaggio per aver resistito due anni in prigione e quasi non sembrerebbe la stessa persona che vorrebbe un muro al confine con il Messico o che ha fatto di tutto per imporre il Muslim Ban. Non è la prima volta che vedevo da vicino il tycoon newyorkese, mi era capitato anche a Cleveland nel 2016 sotto il palco della Convention dei Repubblicani, ma mai avevo avuto in incontro così ravvicinato.

    Il presidente degli Stati Uniti ha sempre una buona parola per tutti coloro che lo circondano e ironizza quando un senatore parla in spagnolo alla moglie venezuelana di Holt per darle il benvenuto negli Stati Uniti, domandando: “Voi avete capito cosa ha detto?”

    Perciò, vi starete chiedendo: “Come è da vicino il presidente?”. È un uomo carismatico, senza dubbio, con delle grandi spalle e un’eleganza innata. Lo capisci subito che non è una semplice persona, nemmeno un semplice presidente, bensì un personaggio pubblico e famoso che era celebre anche prima di vincere le elezioni.  Tiene banco e tutti gli occhi sono puntati su di lui. Ovvio, uno sguardo cade quasi subito,  involontariamente, sul suo particolare taglio di capelli e il colore abbronzato della sua pelle, ma la percezione che ho avuto di Donald Trump è stata molto diversa da quella che si possa avere guardandolo attraverso uno schermo.

    Una sensazione né positiva né negativa, semplicemente diversa da tutto il resto.

    C’era sincerità nella sua gioia per la liberazione del cittadino americano e, proprio per questo, l’evento è stato organizzato in fretta e furia, senza tanti convenevoli, proprio per rendere omaggio all’ex ostaggio senza tanti fronzoli.

    Ad ogni modo il tempo vola, e sebbene l’incontro sia stato di 15 minuti abbondanti, il tutto sembra essere durato pochi secondi. Ci cacciano via dallo Studio Ovale, ma improvvisamente il presidente decide di elargire una chicca prima di congedarci: parla della Corea del Nord e rivela che, molto probabilmente, l’incontro avverrà e che potrebbe anche essere il 12 di giugno stesso a Singapore, nonostante la cancellazione del summit solo due giorni prima.

    Bum, la notizia è servita. La bomba è pronta per il telegiornale delle dieci di sera.

    Si è fatto notte, fa molto caldo a Washington e dopo aver registrato un live per il media dove lavoro, esco dalla Sala Stampa, che è proprio attaccata allo Studio Ovale.

    A lato, la placida maestosità della Casa Bianca, illuminata a giorno nell’oscurità.

    Credit: Iacopo Luzi

    Ancora devo capacitarmi del fatto che, senza alcun preavviso, ho incontrato il presidente degli Stati Uniti. Ho provato anche a fargli una domanda sulla Corea, ma la responsabile della stampa mi è subito saltata al collo, ringhiandomi di lasciarlo stare e che dovevo andarmene. Pazienza, sarà per la prossima volta.

    In conclusione, si può dire di tutto di Donald Trump, criticarlo oppure ammirarlo, essere d’accordo con le sue idee oppure condannarlo, ma vedendolo da vicino, ho compreso una cosa: è un presidente atipico, totalmente in antitesi con ciò a cui eravamo abituati con gli altri capi di stato statunitensi, ma che sicuramente, almeno credo, sarà ricordato nei libri di storia.  Nel bene o nel male.

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