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    Perché la destra sta vincendo in tutto il mondo

    Trump, Bolsonaro e Salvini

    Da Trump a Salvini fino a Bolsonaro, i movimenti reazionari sanno dipingere il futuro in modo rassicurante, mentre la sinistra ha perso l’egemonia del domani. Ma il populismo capitolerà e quando questo accadrà due saranno le strade

    Di Alessandro Sahebi
    Pubblicato il 1 Nov. 2018 alle 11:33 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 00:28

    Il futuro è un argomento vecchio e i populisti hanno dimostrato di saperlo maneggiare molto bene. Tra le numerosissime cause che hanno provocato il cortocircuito degli stati liberali in cui siamo drammaticamente immersi, e di cui si è parlato a lungo, c’è infatti un filo che collega ogni singola retorica dei nuovi movimenti della cosiddetta internazionale populista, un filo un tempo tinto di rosso e oggi drammaticamente diventato nero: la capacità di narrare il domani.

    A differenza delle forze progressiste, i movimenti reazionari hanno l’indiscutibile capacità di dipingere il futuro in modo rassicurante, sono in grado di evocare i bei tempi andati e di riadattarli spudoratamente ai giorni nostri: siamo di fronte alla moderna Restaurazione.

    Ciò è evidente sin dal più celebre degli slogan, il “Make America Great Again” di Trump, fino alle recenti revisioni circa il passato regime militare del neo presidente brasiliano Jair Bolsonaro, passando dai toni quasi neovittoriani-iperiali dei reclam pro Brexit e dai nostrani “Riportare l’ordine e la legalità”, “Reintrodurre la leva” o “Ritornare ai tempi dei miei nonni” del nostro vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini.

    Il messaggio, ripetuto in diverse forme e in molteplici idiomi, risulta a ben vedere sempre lo stesso e adattabile a qualsiasi caratteristica nazionale: “Bisogna tornare allo sfarzo antico”.

    Perché abbiamo paura del futuro? L’immigrazione, la tecnologia e la globalizzazione hanno rivoluzionato rapidamente i riferimenti della vita postmoderna cambiando radicalmente i rapporti di lavoro, l’ambiente urbano, l’economia oltre che l’immagine, la coscienza e le regole morali della società.

    Il cittadino, schiacciato tra il ricordo di un passato di prosperità e un futuro incerto è spesso terrorizzato, disorientato nel suo sentirsi sempre più inadeguato, si sente lontano ed escluso dal mutamento. In mancanza di una bussola si accomoda in modelli del passato, pensando di poterli replicare semplicemente votando chi gli promette di poter realizzare questa utopia antiquaria, crede di poter riportare le lancette dell’orologio ai bei tempi.

    E nonostante la storia ci abbia insegnato più volte che non esiste prospettiva più pericolosa di quella di chi rivorrebbe portare il mondo allo sfarzo antico, bisogna constatare con desolante oggettività che ad oggi nessuno è in grado di disegnare un futuro diverso dal “ritorno allo ieri” di populista matrice. La migliore prospettiva a cui aderire per molti è quella di sperare di tornare giovani e benestanti, immersi in un passato tanto beato quanto insostenibile.

    In tutto questo caos la sinistra occidentale, oggi annichilita, ricorda impotente il tempo in cui l’egemonia del domani le apparteneva. La caduta del socialismo reale ha infatti tolto ai partiti e ai movimenti socialdemocratici europei il ruolo di mediana ideologica fra il comunismo sovietico e lo sfrenato liberismo statunitense.

    Senza un contrappeso, disorientati, si sono spinti verso quest’ultimo polo rinunciando ad avere un’idea del futuro, cercando di rincorrere un modello solo apparentemente vincente e trasformandosi in miti testimoni del progresso, limitandosi così a tradurre le contraddizioni dello sviluppo rendendolo il più delle volte forzatamente più accettabile a chi era rimasto indietro.

    Il suo ottimismo presto gli si è ritorto contro. Il populismo capitolerà, non esiste Restaurazione che non sia stata travolta dall’inflessibile avanzare della Storia. Quando questo accadrà due saranno le strade: o assisteremo ad un inasprimento delle tensioni sociali, che causeranno inevitabilmente l’implosione delle democrazie per come le conosciamo oggi, o rivedremo un ritorno delle forze progressiste, qualora siano in grado di aver pronto per quel giorno un racconto del domani più credibile di quello venduto in questi ultimi trent’anni.

    Da dove ripartire? Ambiente, ridistribuzione delle ricchezze e lavoro, nel medio termine, saranno argomenti dal quale non si potrà più eludere: in un mondo sempre più appesantito dalla presenza antropica e in un’economia sempre più squilibrata fra ricchi e poveri non ci sarà movimento o partito che si potrà sottrarre a questi grandi temi.

    Al concetto del lavoro dovrebbero forse essere scrollati alcuni dogmi: di fronte ad un’automazione che genererà sempre più disoccupati temi quali tassazione dei robot e forme di reddito di cittadinanza (che è un argomento un filo più complesso del “la gente se ne sta sul divano in pantofole”) non possono non essere inserite in una seria agenda progressista.

    Il domani sta arrivando, la sfida politica è oggi fra chi è in grado di disegnarlo meglio. Ed è evidente che a carte scoperte la posta in gioco questa volta parrebbe essere proprio la sopravvivenza della democrazia liberale. Vale la pena provarci.

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