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    La Città Santa delle droghe: la piaga della tossicodipendenza a Gerusalemme Est

    Credit: AP Photo

    La zona araba occupata da Israele è tra le aree con più consumatori di stupefacenti al mondo. I narcotici partono da Egitto e Siria e arrivano nei Territori attraverso lo Stato ebraico. L’Anp accusa Tel Aviv di non fermare i trafficanti. Intanto migliaia di vittime restano invisibili

    Di Omar Abdel Aziz Ali
    Pubblicato il 25 Feb. 2024 alle 07:00

    Shufat è un campo profughi palestinese che accoglie 20mila persone e sorge a cinque chilometri da Gerusalemme. Formatosi in maniera strutturata dopo la guerra del 1967 e l’occupazione della città da parte dell’esercito israeliano, il campo è cresciuto negli anni accogliendo sempre più sfollati che hanno aperto attività e rapporti commerciali con la municipalità di Gerusalemme, il capoluogo di riferimento. Le autorità israeliane dal 2002 hanno dato il via libera in tutta l’area alla costruzione di barriere, checkpoint, muri e accessi controllati che hanno spaccato in due l’area metropolitana della Città Santa: a Est i palestinesi ed Ovest gli israeliani.

    Il campo cade proprio in questa zona di confine: un muro alto 8 metri in cemento armato lo circonda e lo isola sui tre lati con un’unica via d’uscita: i checkpoint militari dove si è sottoposti a costanti controlli e restrizioni. Questa stretta ha danneggiato l’economia locale basata sul commercio e creato ampie sacche di povertà e marginalità favorite dall’inadeguatezza dei servizi, come la limitata assistenza sanitaria, la rete fognaria assente e l’inadeguata raccolta dell’immondizia, la precarietà delle attività commerciali come farmacie e supermercati. Nonostante i residenti siano sottoposti a una regolare tassazione come i cittadini di Gerusalemme, non ricevono in cambio i necessari servizi di base. Nel campo è presente l’Unrwa, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi che finanzia diversi progetti nel settore dell’educazione e della sanità.

    Alla luce del sole
    Ai confini di Shufat, lungo il perimetro, sorgono basse e vecchie palazzine che costeggiano il muro dove l’illuminazione è ridotta. Stabili pieni di spazzatura e scarti, stoviglie, lasciati in rovina e frequentati da centinaia di tossicodipendenti che si bucano con siringhe di eroina, dopo averla scaldata con dei cucchiai. Nel campo la droga è una piaga che sta distruggendo la vita dei residenti che, sempre più in tenera età, si avvicinano alle sostanze stupefacenti. La piazza principale di spaccio a Shufat sorge a pochi metri dalla scuola elementare locale: il ritrovo dei pusher dove si scambiano soldi e merce alla luce del sole. 

    A Ram invece, quello che un tempo era un vivace sobborgo a nord di Gerusalemme, sulla via principale per Ramallah, ora è diventata una enclave per spacciatori e trafficanti di hashish, cocaina ed eroina. Chiusa dal 2006 su tre lati dal muro divisorio, è caduta nel degrado. Un terzo delle imprese presenti è stato costretto a chiudere, il 75 per cento dei giovani sotto i 24 anni è disoccupato e a circa la metà dei 62mila residenti palestinesi della città è stato negato il documento d’identità necessario per entrare a Gerusalemme per lavorare o studiare. Tra i muri che la separano, si sono create piccole fessure forse utili per il passaggio notturno delle sostanze.

    Gerusalemme-Est è una delle zone con più tossicodipendenti al mondo: nella sola Città Vecchia, secondo le stime del ministero della Salute palestinese, sono circa seimila i tossicodipendenti costretti a ricorrere a dosi quotidiane, pari all’1,7 per cento per cento di una popolazione di 350mila persone, mentre la percentuale internazionale si attesta sullo 0,4. Altri 20mila invece utilizzano droghe saltuariamente, tra questi, secondo Tamer Zoukak della Caritas della Terra Santa, cinquemila sono minori tra i 12 e i 17 anni. Secondo la Caritas, il fenomeno dei minorenni palestinesi che usano sostanze è un trend in crescita segnalato anche dall’aumento degli accessi dei giovanissimi ai loro centri di ascolto a Gerusalemme. Il dato del ministero della Salute però racconta della sola tossicodipendenza maschile. La diffusione della droga tra le donne è presente e spesso va di pari passo con la prostituzione, sempre più frequente non solo a Gerusalemme ma in tutta la Cisgiordania.

    A differenza dei sobborghi e delle periferie, nella città il consumo di sostanze è spesso associato anche all’abuso di alcol. Secondo una ricerca condotta nel 2016 dai National Institutes of Health (Nih) degli Stati Uniti su un campione di giovani di Gerusalemme e Ramallah, il consumo in quantità importanti di alcol è considerato abituale per gli intervistati così come l’utilizzo almeno settimanale di sostanze stupefacenti come eroina, cocaina ed ecstasy. Ma mentre l’abuso di alcool avviene nei locali notturni, per le droghe ci si apparta da amici o in locali disabitati, all’interno di un contesto sociale conservatore, che non vede di buon occhio il consumo di sostanze ed alcolici. «Il problema», conclude il rapporto, «è che questi comportamenti a rischio sono preoccupanti a causa dell’inadeguatezza dei servizi di riabilitazione presenti sul territorio con possibili conseguenze sanitarie e sociali collettive». Un monito insomma sull’urgenza di correre ai ripari rispetto a un fenomeno che sta dilagando nelle periferie come nei centri urbani.

    La radice del problema
    Sempre secondo i National Institutes of Health, le tensioni politiche, gli scontri, le violenze da parte dei coloni e dell’esercito israeliano contro i palestinesi sono cause dirette di traumi emotivi e sindrome da stress post-traumatico che possono favorire comportamenti a rischio come l’utilizzo e l’abuso delle sostanze stupefacenti. La povertà e le difficoltà economiche fanno il resto: la mancanza cronica di lavoro e le restrizioni negli spostamenti rendono la vita impossibile, rendendo la droga è un rifugio primario per estraniarsi da una realtà di stenti.  Secondo l’Ufficio per le statistiche palestinese, il tasso di disoccupazione giovanile nei Territori è in aumento: nel 2022 era al 33 per cento in Cisgiordania e al 65 per cento a Gaza.

    Gerusalemme è il bacino di arrivo della droga che raggiunge Israele e i Territori palestinesi attraverso due principali rotte, quella egiziana a Sud e quella siriana a Nord. Nel Sinai, i principali trafficanti di droga (cocaina, hashish, tramadolo, lyrica) sono le tribù beduine dei Tarabin, legate a doppio filo all’uomo d’affari e boss della malavita Ibrahim Al Organi, lo stesso che gestisce il business del passaggio dei palestinesi in fuga da Gaza. Attraverso i tunnel scavati con la Striscia, i trafficanti egiziani riescono a portare gli stupefacenti all’interno del territorio costiero, grazie a intermediari palestinesi.

    L’ultima stima dell’Ufficio statistiche palestinese indicava in 10mila le persone tossicodipendenti da tramadolo nella sola Gaza, una tragedia nella tragedia. Per raggiungere invece Israele, i trafficanti utilizzerebbero scavi nelle recinzioni al confine, all’altezza del villaggio di Bnei Natzarim, a 40 chilometri a Sud di Rafah. Una volta passata, la merce inonda le piazze delle cittadine del deserto di Negev come Be’er Shiva per poi passare nel Khalil e infine a Gerusalemme. La rotta Nord invece è quella che si sviluppa dalla Siria, attraverso il Golan occupato per arrivare alle città settentrionali di Haifa, Netanya, Tel-Aviv e Ashdod e poi nell’entroterra verso Ramallah.

    Le organizzazioni criminali impegnate nel traffico proveniente dalla Siria sono diverse ma le più importanti sono le milizie degli Shabbiha, legate al regime siriano di Bashar al Assad, attive nel traffico di cocaina ed eroina oltre alle anfetamine come la captagon, una potente droga psico-attiva. Tra i boss di riferimento Wassim al Assad e Nur Zayter, il primo familiare del presidente siriano e il secondo un noto trafficante di Beirut. Nel luglio del 2023 entrambi sono tra i destinatari delle sanzioni americane e britanniche per fermare il commercio di captagon in Medio Oriente, anche se restano a piede libero, muovendosi tra la Siria e il Libano.

    La polizia palestinese, che gestisce la sicurezza in Cisgiordania, ma non a Gerusalemme Est, area di competenza israeliana, accusa da anni le forze di Tel Aviv di facilitare l’accesso delle sostanze nella zona araba della città, permettendo ai trafficanti arabo-israeliani di fare la spola tra i due lati del muro. Accuse simili erano già arrivate nel 2016 da padre Raed Abu Sahlia, il direttore della Caritas di Gerusalemme, che puntava il dito contro le forze armate israeliane (Idf): «I poliziotti israeliani chiudono entrambi gli occhi di fronte ai pusher che vendono chili di eroina nella zona araba della città». Secondo il religioso, è «un modo per fiaccare e corrompere i palestinesi, mentre sono pronti ad arrestare e condannare per dieci anni chiunque lanci un sasso contro la polizia». Accuse che il “Coordinatore per le Attività nei Territori Palestinesi”, il generale dell’esercito israeliano Ghasan Alyan, ha sempre rigettato con forza, sottolineando le continue operazioni della polizia israeliana nelle due aree di Gerusalemme.

    Cura e prevenzione ridotte
    Sono migliaia le famiglie palestinesi distrutte dalla droga. Fino a pochi anni fa parlarne era un tabù mentre ora è più facile grazie alla presenza di organizzazioni e centri sociali attivi a Gerusalemme e in tutta la Cisgiordania nella sensibilizzazione e cura della tossicodipendenza. Nella parte araba della Città Santa è presente la Caritas che da 50 anni fornisce supporto e sostegno alle persone vulnerabili con due centri di ascolto dedicato all’abuso di sostanze e alcol.

    I volontari si occupano del primo contatto con i tossicodipendenti, e l’invio ai centri di trattamento per la disintossicazione. Sempre Caritas tiene corsi nelle Università di Betlemme e Gerico, per formare operatori sociali palestinesi che sappiano affrontare il problema. Ogni mese, nei due centri dell’organizzazione umanitaria passano centinaia di persone. In Cisgiordania invece, grazie ai fondi stanziati dal governo Sudcoreano e attraverso il ministero della Salute, nel 2022 l’Autorità Nazionale Palestinese ha promosso la nascita di due centri di accoglienza a Ramallah e Betlemme, volti al trattamento delle dipendenze tramite progetti rieducativi e farmacologici sostenuti da equipe mediche e sociali.

    Il direttore del programma Naser Tarifi ritiene che «il problema della droga sia una piaga in continua crescita nei territori» e che «l’unica risposta possibile è lavorare per convincere le persone con questo fardello ad accettare un percorso di riabilitazione». Le segnalazioni di possibili ricoveri arrivano da medici, famiglie ma anche chiese e moschee che fanno da intermediari tra le persone dipendenti e i centri di trattamento.

    Mentre sui numeri di coloro che aderiscono al programma Tarifi afferma che «sono ancora ridotti rispetto al bacino dei consumatori a causa dello stigma sociale del tossico: speriamo che cambi il paradigma, dal timore del giudizio sociale all’urgenza della cura». Non mancano poi gli sforzi dal basso di attivisti, educatori ed ex-tossicodipendenti che lavorano per sensibilizzare i consumatori: l’associazione Sadik Tayeb ad esempio è presente a Gerusalemme Est e grazie a fondi di alcune ong norvegesi, lavora nella prevenzione e riduzione del danno nelle strette strade della Cittadella Vecchia.

    Una violenza senza fine
    Mentre a Gaza continua il bagno di sangue di civili e giornalisti, la Cisgiordania è teatro di violenze e minacce continue da parte dei coloni israeliani. Nella Città Santa i coloni hanno intimato ad una trentina di famiglie palestinesi di abbandonare le loro abitazioni a Gerusalemme Est.

    Le case sorgerebbero su un sito dove la Municipalità di Gerusalemme intende costruire una moderna funivia che permetterebbe ai turisti di raggiungere, dalle alture circostanti, il Muro del Pianto in maniera più rapida ed immediata, mentre i palestinesi rifiutano il progetto e lo sfratto. 

    Dal 7 ottobre, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (Unocha), in Cisgiordania l’esercito israeliano e i coloni hanno ucciso 120 civili palestinesi e sfollato un migliaio di persone dopo che le loro case sono state demolite per mancanza di permessi o come misure punitive.

    Intanto nei campi profughi di Shufat e Ram, all’ombra del muro, in mezzo alla spazzatura, giovanissimi accendono fuochi, con in mano cucchiai e accendini, pronti con le siringhe, a braccia scoperte.

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