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    Cinque risposte dopo le elezioni in Catalogna

    Il voto del 21 dicembre ha visto l'affermazione del fronte indipendentista. Come si è arrivati a questo punto, e quali scenari politici ed economici si aprono ora per la Catalogna?

    Di Luca Serafini
    Pubblicato il 22 Dic. 2017 alle 17:36 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 20:43

    Come si è arrivati al voto del 21 dicembre?

    Il processo che ha portato alle elezioni parlamentari in Catalogna ha avuto inizio con il referendum per l’indipendenza della regione che si è tenuto il 1 ottobre 2017. Il governo centrale guidato dal leader del Partito Popolare Mariano Rajoy non ha mai riconosciuto la legittimità di quella consultazione, tentando anche di impedirne lo svolgimento.

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    Il giorno del referendum, la Guardia Nacional è intervenuta per tentare di bloccare il voto. Si sono verificati scontri tra i cittadini catalani e le forze dell’ordine che hanno portato al ferimento di centinaia di persone. La polizia catalana, i Mossos d’Esquadra, ha deciso di non intervenire, disattendendo l’ordine del governo centrale.

    Il sì all’indipendenza dalla Spagna ha ottenuto il 92 per cento dei voti, a fronte di un’affluenza del 43 per cento  (2,2 milioni su 5,3 milioni di cittadini aventi diritto al voto). A seguito di questo risultato, il 27 ottobre il Parlamento catalano ha votato la dichiarazione unilaterale di indipendenza.

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    Come risposta, il governo di Madrid ha applicato l’articolo 155 della Costituzione, che prevede la sospensione dell’autonomia e il commissariamento del governo regionale, per poi indire le nuove elezioni che si sono svolte il 21 dicembre.

    Nel frattempo, l’ex presidente catalano Carles Puigdemont è stato incriminato per ribellione, sedizione e malversazione dal procuratore generale spagnolo. Puigdemont è fuggito in Belgio, ma il mandato d’arresto internazionale inizialmente spiccato nei suoi confronti è stato poi ritirato.

    L’ex presidente catalano rimane comunque incriminato all’interno del territorio spagnolo. Diversi leader catalani rimasti in patria sono stati arrestati e sono tuttora in carcere.

    Cosa è successo il 21 dicembre?

    Le elezioni del 21 dicembre hanno visto un’affermazione del fronte indipendentista, composto da Junts per Catalunya (JxCat), la lista dell’ex presidente Carles Puigdemont, Esquerra Republicana (Erc), la sinistra indipendentista dell’ex vicepresidente Oriol Junqueras, attualmente in carcere, e la Cup (sinistra radicale indipendentista).

    Queste tre liste hanno ottenuto 70 seggi, due in più di quelli necessari per divenire maggioranza in parlamento, non riuscendo però a ottenere la maggioranza assoluta dei voti e fermandosi al 47,5 per cento.

    Il partito che ha ottenuto il maggior numero di consensi è stato Ciudadanos, formazione unionista di centro, con il 25,3 per cento dei voti e 37 seggi. Hanno fatto registrare invece risultati deludenti il Partito Popolare del premier Rajoy (4,24 per cento e 3 soli seggi), En-Comu-Podem, la versione catalana di Podemos (7,45 per cento e 8 seggi) e i socialisti catalani (13,88 per cento e 17 seggi).

    L’affluenza è stata molto alta: si è recato alle urne l’82 per cento dei cittadini catalani aventi diritto al voto.

    Quali sono le indicazioni politiche del voto?

    L’esito delle elezioni segna una evidente sconfitta politica per il premier Mariano Rajoy. In seguito al commissariamento della regione, che costituiva un atto legittimo dal punto di vista costituzionale ma comunque non espressione di un mandato da parte dei cittadini catalani, Rajoy puntava infatti ad indebolire il fronte indipendentista anche dal punto di vista politico.

    Nonostante l’alta affluenza, e dunque la partecipazione al voto anche dei catalani anti-indipendenza (diversamente da quanto accaduto al referendum del 1 ottobre), l’esito della consultazione ha evidenziato come Puigdemont e i separatisti godano di un consenso maggioritario nella regione.

    Il Partito Popolare in Catalogna è tradizionalmente piuttosto debole, ma il risultato del 21 dicembre è il peggiore mai ottenuto. A sorpresa la formazione indipendentista di Puigdemont, data in calo dai sondaggi, è riuscita a sopravanzare, seppur di poco, la sinistra indipendentista.

    In ogni caso, nell’agenda politica catalana il tema dell’indipendenza è talmente dominante da aver soppiantato la divisione tra partiti di destra e di sinistra.

    Ciò vale sia per i partiti, con il fronte indipendentista composto da formazioni di diversi colori politici e quello anti-indipendentista pronto a formare una grande coalizione per opporsi alle spinte separatiste, sia in termini di scelte degli elettori.

    Non a caso, oltre al Partito Popolare, ha ottenuto un consenso molto basso anche Podemos, partito fortemente connotato da un punto di vista ideologico ma meno netto di Ciudadanos nel condannare le spinte separatiste.

    Nella sostanza, sembra che anche gli elettori anti-indipendenza più ideologicamente orientati abbiano preferito un partito centrista ma chiaramente schierato contro Puigdemont e i separatisti.

    Quali sono gli scenari post-voto?

    L’unica maggioranza possibile sembra quella costituita dal blocco indipendentista. Proprio per il discorso appena fatto, non sembrano esistere in Catalogna le condizioni politiche per una maggioranza di destra o di sinistra che si muova trasversalmente rispetto al tema dell’indipendenza della regione. Un dato politico reso ancor più insuperabile dal risultato del voto.

    Meno chiaro invece è chi potrà essere il prossimo presidente della Catalogna e come possa si muoverà il governo. Puigdemont è in esilio (o latitante, a seconda dei punti di vista) in Belgio, mentre diversi leader politici catalani sono ancora in carcere.

    Se il nuovo governo volesse reiterare la dichiarazione unilaterale di indipendenza, Madrid si vedrebbe probabilmente costretta a commissariare nuovamente la regione, aprendo una fase di fortissima incertezza politica e col rischio di far definitivamente esplodere le tensioni sociali all’interno di una popolazione, quella catalana, che si sentirebbe (a torto o a ragione) impossibilitata ad esprimere democraticamente la propria volontà.

    Allo stesso tempo, una svolta moderata del fronte indipendentista appare ugualmente complessa, sebbene, in linea teorica, questo stesso fronte avrebbe ora una forza contrattuale tale da poter ottenere ampia autonomia dal governo spagnolo rinunciando al progetto secessionista.

    Che impatto sta avendo questa situazione sull’economia della Catalogna?

    Come emerge da un report pubblicato dall’ISPI, ad oggi tremila imprese catalane hanno abbandonato la regione, gli investimenti e le prospettive occupazionali dei giovani sono in calo, e il PIL nel lungo periodo potrebbe ridursi dell’1,5 per cento.

    Tuttavia, rileva il report, “per quanto riguarda le stime di lungo periodo,  secondo la Banca centrale di Madrid l’incertezza catalana avrebbe contribuito ad abbassare dello 0,1 per cento il tasso di crescita del paese nel 2017 e 2018. Un impatto ancora modesto, dunque, anche se le conseguenze della crisi restano molto difficili da stimare in una situazione tutt’ora così volatile”.

     

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