Leggi TPI direttamente dalla nostra app: facile, veloce e senza pubblicità
Installa
Menu
  • Esteri
  • Home » Esteri

    La Cina vieta alle compagnie straniere la pubblicazione di contenuti online

    Le regole entreranno in vigore a partire dal 10 marzo 2016 e interesseranno sia le aziende straniere che le joint venture con aziende cinesi

    Di TPI
    Pubblicato il 19 Feb. 2016 alle 10:22 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 22:14

    Le compagnie straniere che investono in Cina dal 10 marzo 2016 non potranno più pubblicare alcun contenuto online.Lo ha deciso il governo cinese in collaborazione con la “Administration of Press, Publication, Radio, Film and Television” (Sarft). 

    La Cina quindi sarà offline per organi di informazione stranieri, editori, fornitori di informazioni, società di entertainment e altre aziende. 

    Il blocco interesserà non solo le aziende completamente straniere ma anche joint venture o cooperative con aziende cinesi. 

    Qualsiasi editore di contenuti on line tra cui testi, immagini, mappe, giochi, animazioni, audio e video, sarà obbligato a registrare server, dispositivi di archiviazione e l’attrezzatura tecnica, direttamente sul territorio cinese. 

    Le nuove regole permetterebbero quindi solo a imprese al cento per cento cinesi la produzione e la pubblicazione di qualsiasi contenuto online, solo dopo l’approvazione da parte delle autorità cinesi e l’acquisizione di una licenza per la pubblicazione online.

    Le aziende cinesi saranno perà obbligate all’auto-censura e a non pubblicare alcuna informazione che cade in diverse categorie, tra cui:

    – danneggiare l’unità nazionale, la sovranità e l’integrità territoriale

    – rivelare segreti di Stato, mettendo in pericolo la sicurezza nazionale

    – danneggiare l’onore e gli interessi nazionali

    – incitamento all’odio etnico o alla discriminazione etnica, minando l’unità nazionale, o andando contro i costumi etnici

    – mettere in pericolo la morale sociale o la tradizione culturale nazionale

    Alcune importanti società di media esteri tra cui l’Associated Press, Thomson Reuters, Dow Jones, Bloomberg, Financial Times e New York Times, hanno investito milioni di dollari, forse anche centinaia di milioni collettivamente, nella costruzione di sedi in Cina per la pubblicazione di notizie in lingua cinese e in generale per un pubblico cinese.

    Molti di questi media però sono attualmente bloccati in Cina.

    Le regole che entreranno presto in vigore sembrano essere l’ennesimo indicatore che sotto il presidente Xi Jinping, la Cina si sta muovendo sempre più verso il controllo, la riduzione dell’influenza straniera e la repressione del dissenso.  

    Leggi l'articolo originale su TPI.it
    Mostra tutto
    Exit mobile version