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    Non sarei dovuta nascere

    L’infanzia vissuta da una secondogenita cinese negli anni della politica del figlio unico

    Di Andrea De Pascale
    Pubblicato il 25 Mar. 2016 alle 18:25 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 22:14

    “Tra i miei giocattoli preferiti, quale avrei dovuto nascondere per primo se quelle persone fossero venute a demolire la mia casa? Dove mi sarei dovuta nascondere se avessero cercato di portarmi via? E cosa sarebbe successo se fossero riusciti a trovarmi?”. 

    Sono alcune delle domande che cominciarono a tormentare Kan Chaoqun, secondogenita cinese nata dieci anni dopo l’introduzione della nota politica del figlio unico, quando apprese cos’era accaduto alla famiglia che abitava di fronte casa sua.

    Oggi, “la piccola numero due” – così chiamata a volte dai suoi familiari e dai vicini di casa durante la sua infanzia – lavora come giornalista a Pechino e ha deciso di raccontare la sua storia sulla rivista statunitense Foreign Policy.

    “Quel pomeriggio mi nascosi in un angolo del nostro cortile, e nei giorni successivi, ogni volta che udivo qualcuno alla porta, correvo a nascondermi in quell’angolino. I miei genitori non sapevano cosa mi stesse accadendo, e mio fratello maggiore Liang cominciò a chiamarmi ‘la sua strana sorellina’”.

    Kan Chaoqun ricorda di quando i funzionari in carica presso l’ufficio locale di pianificazione familiare si recavano nel suo villaggio per portare via le donne gravide, lasciando i loro bambini in preda a strilli e pianti sull’uscio di casa. 

    Le gravidanze in fase precoce venivano spesso interrotte forzatamente, mentre alle donne con una gravidanza in fase più avanzata veniva richiesto di sottoscrivere un documento nel quale si impegnavano a non concepire più figli e successivamente venivano sanzionate con ingenti multe.

    “Un giorno, quando avevo all’incirca sei anni, cinque persone che provenivano dall’ufficio locale di pianificazione arrivarono [nel mio villaggio] ed entrarono come delle furie nella casa della famiglia Zhang. Confiscarono qualsiasi cosa di valore e distrussero il tetto [della loro casa]”.

    Quando la piccola Chaoqun chiese a sua nonna perché la famiglia Zhang era stata trattata in quel modo, l’anziana donna alzò gli occhi dai fagioli che stava sgranando davanti casa e guardò la sua nipotina. “Hanno avuto un secondo figlio”, le rispose. “È contro la legge”. 

    Da quel giorno Chaoqun cominciò a essere tormentata da molte domande, ma le sue paure per fortuna non la riguardarono mai troppo da vicino. Alla fine la sua infanzia si rivelò molto diversa da quella di molte bambine nate nelle sue stesse condizioni. Un mese dopo la sua nascita i suoi genitori pagarono una multa di 910 dollari, e questo le consentì di assicurarsi un hukou, il libretto di registrazione familiare che permette ai cinesi di ottenere tra le altre cose servizi come l’istruzione e la sanità.

    Anni dopo poté comprendere quanto quella multa fosse realmente costata ai suoi genitori in termini di sacrifici. Stando ai dati dell’Istituto nazionale di statistica della Repubblica popolare cinese, nel 1989, il reddito medio annuo nelle aree urbane si aggirava attorno ai 190 dollari, mentre nelle zone rurali lo stesso valore scendeva all’incirca a 90 dollari. Erano serviti i risparmi di diversi anni di lavoro per estinguere l’intera cifra.

    Ma oltre a ciò, sua madre dovette rinunciare a qualcosa di molto più importante. All’età di 18 anni la signora Kan fu assunta come insegnante supplente e da allora, per ben due volte, ebbe l’opportunità di essere promossa a insegnante di ruolo, posizione che le avrebbe garantito la cosiddetta “ciotola di riso di ferro”, in cinese tiefanwan, ovvero quel principio secondo cui una volta assunto, un lavoratore non avrebbe più potuto essere licenziato: lo Stato socialista avrebbe dovuto provvedere per sempre al sostentamento del lavoratore e del suo nucleo familiare. 

    Tuttavia, sua madre perse entrambe queste due occasioni. La prima volta fu quando decise di sposarsi. Dopo il matrimonio, suo suocero la spinse a lasciare temporaneamente il lavoro da insegnante, sostenendo che la responsabilità principale di una donna consisteva nel prendersi cura della propria famiglia. La seconda volta fu quando nacque Chaoqun.

    In quel caso, però, fu costretta a rinunciare alla sua posizione per sempre. Ai dipendenti pubblici non era consentito in alcun modo violare la politica del figlio unico, anche qualora avessero pagato per intero la multa ricevuta.

    “Molte persone non capirono perché i miei genitori vollero avere un altro bambino, essendo il loro primo figlio maschio. Crescere un altro figlio voleva dire gravarsi di un ulteriore onere finanziario”.

    “I miei genitori erano frugali con loro stessi ma generosi con i loro figli. Cercavano di spendere il meno possibile per comprare ciò di cui avevano bisogno. Mia madre non ha mai comprato i gioielli che aveva desiderato quando era giovane, ma non esitò mai a pagare le mie lezioni di disegno”.

    I genitori di Kan Chaoqun provengono entrambi da famiglie molto numerose, ciascuna con ben sette figli. Nella cultura tradizionale cinese, avere molti figli equivale ad avere una famiglia prospera. “Quando mia nonna era malata in ospedale, sette bambini si sono alternati per prendersi cura di lei”.

    La vittoria comunista e la conseguente fondazione della Repubblica Popolare Cinese il primo ottobre del 1949 segnarono una importantissima svolta nella storia della Cina. Dopo decenni di divisioni e di guerre il Paese risultava nuovamente unificato. 

    Tuttavia, la dirigenza comunista aveva un compito di grandissima responsabilità dinanzi a sé: far fronte alle principali emergenze e avviare un processo di sviluppo e crescita che ponesse le basi per una fuoriuscita dall’arretratezza e dalla povertà.

    Negli anni che avevano preceduto la vittoria comunista morirono decine di milioni di cinesi. Così, Mao Zedong, allora presidente del Partito comunista cinese, incoraggiò il suo popolo ad avere più figli, ispirandosi alle misure che erano state adottate in Unione Sovietica dopo la Seconda guerra mondiale per stimolare la crescita della popolazione. Le donne che concepivano un gran numero di bambini erano considerate come vere e proprie “eroine”. 

    Poi le cose cambiarono e quando si giunse all’estremo opposto, con l’introduzione della politica del figlio unico, molte famiglie rimasero disorientate, compresa quella di Kan Chaoqun.

    “Anche se mia madre fu disposta a rinunciare al proprio lavoro, avere un secondo figlio non fu facile [per lei]”. Sei mesi dopo aver partorito il figlio primogenito, la signora Kan fu portata con forza in ospedale da alcuni funzionari dell’ufficio di pianificazione familiare e fu costretta a indossare un dispositivo anticoncezionale intrauterino. Era una pratica molto diffusa in quegli anni, e nei mesi successivi all’applicazione, le donne venivano sottoposte a controlli periodici, per assicurare che non avessero rimosso dalla propria vagina l’anello contraccettivo.

    Tuttavia, nella primavera del 1988, la signora Kan decise di violare l’obbligo che le era stato imposto, rimuovendo il dispositivo anticoncezionale. Erano gli anni in cui la politica del figlio unico veniva applicata con maggiore rigore.

    Quando arrivò il giorno dell’ispezione fu costretta a ricorrere a un sotterfugio. “Durante l’esame di controllo, indossò un lungo cappotto. Mise un anello di ferro nella sua tasca, e posizionò la tasca nel punto esatto in cui avrebbe dovuto trovarsi l’anello contraccettivo. La foto [risultante dall’ecografia] mostrò un anello proprio lì dove doveva essere – un trucchetto rudimentale, ma funzionò perfettamente”. 

    La donna rimase incinta e nel marzo del 1989 nacque Kan Chaoqun. 

    Molti anni dopo Chaoqun chiese a sua madre come sarebbe stata la sua vita se avesse partorito soltanto suo fratello. “Se [i miei genitori] non mi avessero messo al mondo, sarebbero stati meno riluttanti a viaggiare, a comprare le cose che gli piacevano; non avrebbero dovuto contare con attenzione ogni centesimo dei loro stipendi”. 

    “Ma senza di te”, rispose sua madre, “tutte le cose più belle avrebbero perso di qualsiasi significato”.

    Un po’ di storia: sogno o incubo?

    Come scrive Susan Greenhalgh – antropologa attualmente in carica presso l’Università di Harvard – nel suo “Just one child. Science and Policy in Deng’s China”, la politica del figlio unico in Cina fu animata da un bel sogno. 

    Era il sogno di una nazione un tempo potente, poi sconquassata dagli orrori del maoismo, che stava lentamente cercando di creare una nuova generazione di giovani ricchi, in buona salute, intelligenti ed “esperti” che guidassero il paese verso una posizione leader nell’ambito regionale e internazionale. 

    “Ricordo ancora la gioia che provai quando, nel 1982, durante il mio primo viaggio in Cina, incontrai per le strade di Zhangzhou (nella provincia meridionale del Fujian, ndr) un gruppo di bambini cinesi, acconciati con abiti dai colori vivaci, che cantava in cerchio ‘Yi ge haizi zui zui hao, yi ge haizi zui zui hao’ (Un figlio soltanto è la cosa migliore)”, racconta Greenhalgh nella prefazione del suo libro. 

    Alla fine, però, solo per alcuni – principalmente i residenti in città – questo sogno divenne realtà, mentre per la maggior parte dei cinesi che viveva nelle migliaia di villaggi disseminati per la Cina, non fu così, fa notare Greenhalgh, che ha studiato per gran parte della sua vita le dinamiche e gli effetti delle politiche demografiche condotte dal governo popolare cinese. 

    In molti casi, le politiche di controllo delle nascite non tennero conto del reale contesto in cui vennero applicate, specialmente nelle campagne, dove per la sopravvivenza di una famiglia erano indispensabili almeno due figli. 

    La famiglia numerosa ha avuto per lungo tempo un ruolo essenziale in Cina. Una famiglia con tanti figli, soprattutto maschi, offriva molti benefici in termini di lavoro e, dal momento che le mogli lasciavano di norma le proprie famiglie per entrare a far parte di quelle dei mariti, determinava anche l’ingresso di nuova forza lavoro. Attraverso i figli maschi, poi, veniva garantita la continuità familiare e assicurato l’adempimento dei riti e delle tradizioni familiari. 

    Nei primi decenni di vita della Repubblica Popolare Cinese queste tendenze furono incoraggiate, in quanto al centro delle politiche di quegli anni fu messa l’importanza delle risorse umane: una forza lavoro abbondante per far riemergere la Cina dai decenni di guerra passati. 

    Tutto ciò ha comportato che la popolazione cinese sia passata dai 570 milioni circa del 1953 al miliardo e 400 milioni circa di oggi. La forte crescita demografica fece sì che nel gennaio del 1979 – a quattro anni circa dalla morte del Grande Timoniere – la dirigenza cinese decidesse di introdurre la politica del figlio unico, inizialmente limitata ai soli cinesi di etnia Han residenti nelle città, mentre nelle aree rurali era concesso avere un secondo figlio.

    Nel 1981 la legge fu estesa anche agli Han residenti nelle aree rurali e questo comportò un aumento della percentuale degli figli unici, che salì al 47 per cento, valore più che raddoppiato rispetto a quello attestato nel 1970, quando si aggirava attorno al 21 per cento. Sul finire degli anni Ottanta, nel 1988, la politica del figlio unico fu parzialmente rivista nelle zone rurali: venne infatti concessa la possibilità di avere un secondo figlio qualora il primo nato fosse stato femmina. La programmazione delle nascite interessò solo parzialmente le minoranze nazionali.

    In generale, però, la legge non è stata applicata sempre in modo così lineare e ha subito varie modifiche parziali nel corso degli anni. Nel 2004 l’Autorità Municipale di Shanghai, per esempio, per far fronte alla crisi demografica della metropoli (nel 1999 l’incremento naturale demografico era stato addirittura negativo), ha perfino predisposto incentivi fiscali alle coppie che concepivano due figli. La metropoli non cresceva più per incremento naturale ma per saldo migratorio.  

    L’introduzione di politiche di controllo delle nascite fu stimolata anche dall’avvio, agli inizi del 1979, del sistema di responsabilità familiare nelle aree rurali che rendeva l’unità familiare il perno della produzione agricola. 

    Con l’adozione di tale sistema si incentivavano indirettamente le famiglie ad aspirare a un numero maggiore di figli, dato che l’allocazione della terra si basava sulle dimensioni del nucleo familiare. Inoltre, il corrispettivo smantellamento delle strutture sociali collettive suggeriva che fosse meglio avere una famiglia numerosa per assicurarsi una vecchiaia sicura. 

    Centinaia di migliaia di funzionari furono incaricati di far rispettare le quote familiari all’interno delle proprie giurisdizioni. Il rispetto delle quote era obbligatorio e, per i funzionari, anche legato a una possibilità di promozione, così in numerosi casi furono utilizzati strumenti coercitivi, come aborti imposti e sterilizzazione forzata.

    Per aggirare gli obblighi prescritti dallo Stato si ricorse, in vari casi, a diversi espedienti, come la corruzione dei pubblici funzionari, la non registrazione delle nascite se il primo nato era femmina, l’affidamento momentaneo dei propri figli a parenti o amici quando erano previsti controlli e, nei casi più estremi, l’infanticidio, fenomeno quest’ultimo che colpì principalmente le femmine.

    Un sotterfugio curioso utilizzato per alcuni anni dai cinesi benestanti è quello noto come “scappatoia di Hong Kong”, consistente nel far partorire i propri figli nell’ex colonia britannica sfruttando il fatto che essa è dotata di una anagrafe differente da quella della Cina continentale.

    Secondo quanto riportato nella “Basic Law”, nota anche come la mini-Costituzione di Hong Kong, i bambini nati da genitori di origine cinese godono di piena cittadinanza anche nel caso in cui nessuno dei due genitori ha la residenza nella “perla d’Oriente”. È stato stimato che nel 2011 dei circa 95mila bambini nati nella regione amministrativa speciale, il 40 per cento appartenesse a genitori di passaggio provenienti dalla Cina continentale. 

    Un altro espediente a cui ricorrevano a volte i genitori cinesi consisteva nel procurarsi una certificazione falsa che attestasse che il primo figlio fosse affetto da gravi malattie congenite. È quanto emerge anche dal racconto di Kan Chaoqun che ricorda di quando, nell’autunno del 1994, fu accompagnata nella casa di un suo parente. Lì numerose persone si affollavano attorno a un bambino appena nato. Il padre era un insegnante e, data la sua posizione da dipendente pubblico, gli era strettamente vietato infrangere la politica del figlio unico. Così, per scavalcare la legge, decise di procurarsi un certificato falso che documentasse l’handicap della sua prima figlia, una condizione, come abbiamo detto, che consentiva alle famiglie di concepire un secondo figlio.   

    La riduzione della natalità, risultante dalla trentennale politica di controllo delle nascite, ha avuto numerose conseguenze sulla struttura per sesso e per età della popolazione cinese, dando vita a una società più vecchia, con pochi giovani e giovanissimi e con un grosso squilibrio tra i sessi. Nel 2007, la quota di giovani di età inferiore ai 15 anni non superava il 21 per cento (nel 1982 era del 33 per cento), mentre gli anziani di oltre 64 anni rappresentavano quasi un decimo della popolazione totale (nel 1982 erano meno della metà).

    La tradizionale predilezione della società cinese per i figli maschi – considerati come preziosa forza lavoro -, inoltre, ha creato un forte scompenso fra i sessi: negli ultimi vent’anni, il rapporto tra i sessi alla nascita è rimasto al di sopra di 115 maschi ogni cento femmine e si prevede che entro il 2020 il numero di uomini in età da matrimonio supererà di almeno 30 milioni la controparte femminile.

    La Cina oggi

    La Cina si trova oggi ad affrontare le conseguenze sociali di tutto ciò. Anni e anni di pianificazione familiare hanno contribuito a forgiare una struttura sociale che rischia di costituire un grosso ostacolo al processo di modernizzazione in atto nel Paese. Conscio della situazione, il governo di Pechino ha deciso di porre fine alla politica del figlio unico, promulgando il primo gennaio 2016 una nuova legge che consente a tutte le coppie sposate di avere due figli. 

    Tuttavia, l’urbanizzazione di massa e fenomeni legati alla migrazione rurale hanno spinto un numero sempre maggiore di coppie a preferire famiglie più ristrette, e a continuare a prediligere il concepimento di un solo figlio, anche a causa degli elevati costi di mantenimento che comporterebbe la nascita di un secondo figlio.

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