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    Ora più che mai la Libia non è un porto sicuro: i centri per migranti di Tripoli sono un inferno

    Di Marta Vigneri
    Pubblicato il 5 Giu. 2019 alle 12:02 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 08:53

    Centri migranti Libia | Violazione diritti umani | Rapporto Medici Senza Frontiere | MSF

    CENTRI MIGRANTI LIBIA – Sono passati due mesi da quando, il 4 aprile scorso (2019), le forze del generale Khalifa Haftar hanno avviato l’offensiva contro le milizie fedeli al governo di Tripoli di Fayez al-Sarraj, in Libia, e da allora gli scontri non danno tregua alla popolazione civile e ai migranti rinchiusi nei centri di detenzione [a che punto è lo scontro tra Haftar e al-Serraj].

    Centocinquanta civili rimasti uccisi, 100mila persone sfollate, tra cui 3 mila migranti, e in totale 3.800 vittime, tra morti e feriti. Lo riporta Medici Senza Frontiere (MSF), l’Organizzazione medico-umanitaria che da tre anni offre assistenza medica ai migranti detenuti arbitrariamente nei centri di Sanaa, Misurata, Zintan e Khoms.

    Secondo Sam Turner, capo missione di MSF a Tripoli, e Julien Raickman, che coordina le attività di assistenza nei centri di Misurata e Khoms, chi sta subendo in modo più pesante e drammatico le conseguenze dei continui scontri tra le truppe di Tripoli e quelle di Haftar, che avanzano a sud della capitale, sono i migranti rinchiusi nei centri di detenzione: 5.800 persone circondate da attacchi violenti e senza via d’uscita. Un numero relativamente basso, per cui una soluzione alternativa potrebbe e dovrebbe essere trovata, e per cui l’ONG chiede un’evacuazione immediata.

    “A differenza della popolazione libica, che può lasciare le case circondate dai combattimenti e trasferirsi nei rifugi collettivi, i migranti rinchiusi nei centri di detenzione non hanno vie di fuga, e nel frattempo le condizioni già precarie in cui vivono peggiorano a causa del conflitto”, dichiara Sam Turner, capo missione di MSF in Libia.

    Nei centri di detenzione i migranti vivono in un metro quadrato di spazio a testa, soffrono di malnutrizione, non sanno quale sarà il loro destino, e per questo anche la loro salute mentale è in pericolo. Molti di loro sono donne, spesso costrette partorire proprio all’interno dei centri, mettendo a rischio il proprio corpo e il benessere del neonato. Se si ammalano gravemente, non sempre possono essere curati in modo adeguato.

    “La maggior parte degli ospedali si trova a Tripoli, quindi se un paziente del centro di Misurata ha bisogno immediato di essere ricoverato in ospedale, non sappiamo dove portarlo”, racconta Julien Raickman, capomissione MSF a Misurata e Khoms, che spiega che nessuno di loro vede avvicinarsi la fine del conflitto.

    Già a marzo scorso l’Ong medico-umanitaria aveva riportato che un quarto delle persone detenute nel centro di Saaba, a Tripoli, era malnutrito o sottopeso, e la maggior parte di questi erano minori.

    Adesso la situazione è peggiorata e riguarda anche i centri a sud della capitale, perché gli spostamenti delle équipe che si occupano di fornire cibo di emergenza sono ostacolati dagli scontri.

    “I nostri operatori che vivono in zone di combattimento devono attraversare i check point per recarsi sul luogo di lavoro. Anche quando diciamo loro di non venire, perché a casa si ritroverebbero a trascorrere tutto il giorno ascoltando il rumore degli spari. Impazzirebbero”, spiega Sam Turner.

    Centro di detenzione libico, reparto femminile

    Quattro giorni fa, il primo giugno, le forze del Governo di accordo nazionale e quelle dell’Esercito nazionale libico si sono affrontate nella zona dell’aeroporto internazionale di Tripoli, a sud della capitale, mentre a fine aprile un combattimento ha causato diversi morti e feriti all’interno del centro di detenzione di Qasr Bin Gashi.

    “Un proiettile è arrivato a un metro dal materasso dove dormiva un bambino,” racconta Julien Raickman. “I bambini erano terrificati e avevano paura per le proprie vite, ma non ci sono spazi sicuri dove portarli. È necessaria un’evacuazione umanitaria”, continua il capo missione, che insieme agli altri membri dell’organizzazione sostiene che l’unica soluzione per queste persone è quella di essere evacuate con urgenza e messe in sicurezza.

    Eppure sembra molto difficile trovare luoghi sicuri in cui trasferire i migranti sia nel breve che nel lungo periodo, perché i centri di transito dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) a Tripoli e in Niger hanno raggiunto il massimo della capienza, e non possono essere svuotati facilmente se gli stati in cui dovrebbe essere organizzato il loro ricollocamento a livello internazionale non si dichiarano pronti a prenderne a sufficienza.

    Dall’inizio del conflitto, l’Italia ha accettato di accogliere circa 300 rifugiati e richiedenti asilo attraverso i corridoi umanitari organizzati dall’UNHCR, e proprio il 2 giugno scorso 149 persone sono partite dal centro di raccolta e partenza di Tripoli, atterrate all’aeroporto militare di Pratica di mare e arrivate a Roma. Ma questo non basta se si considera che il numero totale di migranti detenuti nei centri è di 5.800, che nessun altro Paese oltre l’Italia e la Norvegia dal 4 aprile a oggi ha accolto chi parte dalla Libia e che nel frattempo la guardia costiera libica ha l’autorità d’intercettare in mare le persone che scappano e di riportarle proprio nei luoghi che l’UNHCR cerca di evacuare, vanificando in questo modo ogni sforzo umanitario.

    Dall’inizio degli scontri, 1.300 persone sono state intercettate e riportate indietro dalla guardia costiera libica, un numero notevolmente superiore a quello dei migranti che nello stesso periodo è stato fatto arrivare in Italia dalla Libia.

    Secondo Marco Bertotto, direttore dell’Advocacy di MSF, accettare il ricollocamento dei rifugiati che arrivano dai centri di detenzione da un lato e affidarsi alla guardia costiera libica per quanto riguarda le operazioni di ricerca e soccorso in mare dall’altro, oltre che paradossale, equivale a “svuotare l’oceano con un cucchiaino e dall’altra parte buttarci secchiate d’acqua”.

    “Da un lato il governo con merito favorisce l’evacuazione di 300 persone dai centri di detenzione, ma poi per ogni persona evacuata ce ne sono quattro che la guardia costiera libica intercetta in mare e riporta indietro nei centri di detenzione. Significa annullare gli effetti di un’operazione umanitaria che è comunque importante, e che potrebbe essere di esempio agli altri stati”, dichiara Bertotto.

    Nel frattempo, le crescenti difficoltà di raggiungere le coste europee attraverso il Mediterraneo centrale e la consapevolezza di poter essere riportati indietro dalla guardia costiera libica non sembra avere un effetto deterrente per chi da quei centri vuole solo fuggire.

    “Abbiamo ascoltato storie di persone che hanno cercato di partire tantissime volte. Nonostante il risultato sia il ritorno in Libia e la prigionia, provano comunque a scappare. Il meccanismo in atto non è efficace nel dissuadere le persone dal lasciare i centri e impedire le partenze attraverso il Mediterraneo centrale, perché la loro disperazione è più forte”, dichiara Sam Turner, secondo cui le condizioni in Libia sono così precarie e aggravate dal protrarsi del conflitto che i migranti cercheranno sempre di fuggire.

    Questo significa che la diminuzione degli sbarchi in Italia dovuta in parte al riconoscimento della zona di salvataggio di competenza libica non può essere considerata un successo se non c’è una politica che guarda al destino delle persone una volta che queste sono riportate in Libia, un Paese che ora più che mai non è e non può essere considerato un porto sicuro.

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