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    Aziende straniere a caccia di terre

    Sempre più imprese europee si accaparrano terre a danno della popolazione locale

    Di Giovanna Carnevale
    Pubblicato il 17 Lug. 2013 alle 22:21 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 20:19

    Dudeştii Vechi, uno dei tre villaggi che compone l’omonimo comune nell’ovest della Romania, il mercato del sabato mattina si svolge senza grande partecipazione.

    Vicino alla chiesa cattolica un piccolo panificio vende pane rustico; le bancarelle di frutta e verdura fanno guadagni modesti e sono anche meno rispetto a quelle che forniscono beni non alimentari. A fianco al mercato, il ponte sul fiume Aranca sembra un parcheggio per biciclette, il mezzo di trasporto più usato.

    A guardarlo dall’esterno, Dudeştii Vechi si direbbe un villaggio con un’agricoltura di semi-sussistenza. Strano, perché la sua più grande ricchezza è il černozëm, un particolare tipo di terreno nero, fertilissimo. Gli abitanti non sono mai riusciti a sfruttarne a pieno la produttività in modo autonomo, e gran parte di loro sopravvive grazie al lavoro offerto da due grandi industrie del villaggio vicino: la sussidiaria della statunitense Delphi Corporation e l’italiana Zoppas, che fabbrica bottiglie di plastica per tutto il mondo.

    L’intera provincia di Timiş, di cui Dudeştii Vechi fa parte, possiede un suolo molto favorevole all’agricoltura: non è un caso, quindi, che sia particolarmente apprezzata dalle aziende agricole straniere. L’Emiliana West Rom, sussidiaria romena dell’italiana Unigra, è una di queste.

    Dal 2000 coltiva in Romania diversi tipi di cereali: orzo, mais, grano, segale, per poi venderli sui mercati dell’Europa orientale e centrale (oltre che in Italia e in Gran Bretagna). Il luogo d’insediamento di quest’azienda è comodo e strategico: oltre a essere vicino ai confini con la Serbia e l’Ungheria, è anche facilmente raggiungibile dall’Italia. Ma a essere ancora più conveniente è il bassissimo costo delle terre: l’Emiliana West Rom possiede quasi 11mila ettari, che nel 2000 ha acquistato a 100 o 150 euro l’uno.

    La vita economica di Dudeştii Vechi è lo specchio di quella di tutta la Romania.

    Dopo la fine del regime comunista, l’accaparramento delle terre è passato dalle mani dello Stato a quelle delle personalità locali economicamente e politicamente più potenti. La maggior parte della popolazione, nel frattempo, è rimasta estranea al processo di arricchimento e ancora oggi è povera e scarsamente informata.

    A partire dal 2000, le aziende straniere – soprattutto europee – si sono sostituite ai romeni, ma l’apertura del settore agricolo (messa in atto in vista dell’adesione all’Unione europea del 2007) ha ulteriormente polarizzato i tipi di agricoltura: da una parte la coltivazione di tipo familiare, dall’altra quella industriale su grande scala.

    Oggi più di 700mila ettari di terra romena sono affidate agli stranieri, e il fenomeno della “corsa alle terre” cresce in modo esponenziale. La massiccia concentrazione delle proprietà in Romania è paragonabile a quella in Brasile, in Colombia o nelle Filippine.

    Con il 24,29 per cento dei terreni, l’Italia è il maggiore investitore in Romania; i dati dell’Ufficio di registro del Commercio romeno parlano di 30.802 imprese italiane nel 2011, di cui 15.595 attive. Anche la Germania si attesta a un buon livello con il 15,48 per cento dei possedimenti stranieri, ma non mancano statunitensi, canadesi e arabi.

    Il fenomeno di accaparramento delle terre in Romania è tanto più grave in quanto si parla di uno Stato europeo membro dell’Ue. Come per il land grabbing nel sud del mondo, anche qui la produzione massiva ha forti impatti ambientali, primi fra tutti la deforestazione e il controllo monopolistico dell’acqua ai fini dell’irrigazione.

    Paradossalmente è la legge europea che facilita lo sviluppo di un’agricoltura intensiva a opera di poche e grandi aziende agricole, dietro le quali ci sono spesso anche gli incoraggiamenti delle banche. Il diritto europeo stabilisce che solo a partire dal 2014 sarà possibile acquistare terre in Romania, ma per un imprenditore agricolo europeo la norma è facilmente aggirabile. Basta che la compagnia di sua proprietà si associ a un’azienda locale per far si che divenga automaticamente romena – anche se il capitale è estero. Inoltre, se la compagnia romena associata volesse abbandonare l’attività, il profitto rimarrebbe alla straniera.

    È facile capire perché sempre più investimenti agricoli vengano realizzati in Romania, se si pensa che per aprire una S.r.l. qui a volte bastano 60 euro. I proprietari delle terre sono di solito persone anziane e poco esperte di procedure burocratiche, per cui il contratto di locazione viene stipulato in modo che a beneficiare dei vantaggi sia sempre il locatario.

    La remunerazione non è regolamentata, e se a distanza di anni il proprietario o un suo discendente volesse recedere dal contratto, il prezzo da pagare sarebbe molto più alto di quello al quale ha inizialmente ceduto la sua terra. Non è raro, quindi, che un contadino non sia nelle condizioni materiali di versarlo. Una convergenza di grandi e diversi interessi economici si cela dietro questa situazione penalizzante per i proprietari romeni, i quali si vedono costretti a perdere la sovranità sulle loro terre, sull’acqua e sui propri prodotti alimentari.

    Nel 2012 il capo economista della Banca Nazionale Romena ha dichiarato di “avere interesse a far uscire i piccoli imprenditori dall’agricoltura della Romania”, dicendosi quindi favorevole all’imposizione di tasse “punitive” per costringere i contadini a vendere i loro terreni o a fondere i loro appezzamenti. Anche il programma del secondo governo romeno Ponta sostiene le grandi concentrazioni, e non ha nascosto la “volontà di intraprendere misure che condurranno alla fusione delle terre e alla riduzione del numero di imprese”.

    A ciò si aggiunge il fatto che l’entrata della Romania nell’Unione europea non ha garantito ai piccoli e medi proprietari i sussidi della PAC (Politica Agricola Comune) necessari per gli investimenti. Meno dell’1 per cento dei destinatari, infatti, si è accaparrato il 50 per cento degli aiuti diretti alla Romania. Secondo quanto riportato da un rapporto condotto dallo studioso Judith Bouniol per conto di tre associazioni a favore dei diritti ambientali, l’Emiliana West Rom ha invece ricevuto, solo nel 2012, oltre un milione di euro da parte dell’Unione europea e 365.399,65 euro da parte dello Stato romeno.

    E se l’Europa non viene incontro alle piccole e medie imprese, le banche lo fanno ancora meno. Per ottenere un prestito per gli investimenti bisogna essere in grado di autofinanziarsi la metà del progetto. Nel frattempo, però, le banche stesse si muovono per accaparrarsi terreno, investendo con fondi speculativi e fondi pensione. L’italiana Gruppo Assicurazioni Generali, ad esempio, tramite la sua sussidiaria Geneagricola S.p.a., ha pianificato nel 2003 l’acquisto di 5.500 ettari nella regione di Timiş. Il suo arrivo in Romania è stato accompagnato da un notevole incremento dei prezzi, che sono saliti da circa 800 euro per ettaro (nel 2002) a 1.200 euro.

    Quello in Romania è il più consistente fenomeno di land grabbing all’interno dell’Europa. Quando agli inizi degli anni 2000 le prime aziende straniere entravano nel territorio, introducendo capitale e modernizzazione, la popolazione le accoglieva positivamente. Con il tempo l’entusiasmo è diminuito: forse si è accorta che a volte anche il diritto di proprietà può essere violato. Indirettamente.

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