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    Aung San Suu Kyi, il Nobel incandidabile

    Le elezioni del 2015. I rapporti con gli Stati Uniti e la Cina. Il ruolo nel contesto geostrategico asiatico. Quale futuro per il Paese di Aung San Suu Kyi?

    Di Arianna Faraco
    Pubblicato il 27 Giu. 2015 alle 13:28 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 19:27

    Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991 e leader della Lega Nazionale per la democrazia (Nld), non potrà candidarsi alle prossime elezioni presidenziali in Myanmar perché madre di figli stranieri, come stabilisce la costituzione del Paese emanata nel 2008.

    In un recente voto al parlamento, la maggior parte dei parlamentari ha votato a favore del cambio costituzionale che avrebbe permesso ad Aung San Suu Kyi di candidarsi, ma per approvare l’emendamento era richiesta una maggioranza qualificata del 75 per cento dei voti più uno.

    Poiché il 25 per cento dei membri del Parlamento è nominato direttamente dai militari, ed è necessaria una maggioranza qualificata per modificare la Costituzione, i militari detengono di fatto un potere di veto sugli emendamenti. Era improbabile che avrebbero votato contro un articolo che loro stessi hanno inserito nella Costituzione del 2008, proprio per ostacolare una possibile carica presidenziale di Aung San Suu Kyi.

    Le elezioni presidenziali in Myanmar si terranno in una data da definire tra l’ottobre e il novembre del 2015. Secondo i sondaggi, il partito di Aung San Suu Kyi, la Lega Nazionale per la democrazia (Nld), potrebbe ottenere la maggioranza.

    Ma non è certo che un eventuale trionfo del partito di Aung San Suu Kyi possa effettivamente cambiare la natura delle relazioni internazionali del Myanmar. Né sono chiari quali potrebbero essere gli effetti sulle relazioni con la Cina, da sempre alleato strategico del Myanmar e suo primo partner commerciale.

    Il punto di svolta delle relazioni tra Cina e Myanmar non dipenderà esclusivamente dal risultato delle consultazioni elettorali. La volontà è quella di raffreddare un legame che fino a oggi ha visto il Myanmar interpretare il ruolo del vassallo, per lasciare posto a un rapporto se non egualitario, meno dipendente. Sarà davvero possibile?

    In assenza di brogli, le elezioni del 2015 segneranno una svolta democratica. Ma potrebbero non cambiare la natura dei rapporti sino-birmani. In molti hanno scritto di una perdita di controllo della Cina sul Myanmar, ma la realtà è molto più complessa.

    Il ruolo del Myanmar nel contesto geostrategico asiatico

    Con la fine della Guerra Fredda, la Cina si è imposta prepotentemente nella definizione dei nuovi equilibri multipolari, generando un alto livello d’incertezza nello scenario internazionale in generale, e nella regione asiatica in particolare.

    Il difficile rapporto Cina-Giappone, la netta contrapposizione tra le due Coree e l’irrisolta questione di Taiwan sono solo alcuni degli esempi che dimostrano la complessità delle problematiche che ancora oggi interessano l’Asia orientale e che la rendono uno dei più interessanti, dibattuti e controversi scenari delle relazioni internazionali.

    Nel 2008, a questo intricato scacchiere geopolitico, si è aggiunto un nuovo attore: il Myanmar, nome con cui nel 1989 la giunta militare ribattezzò la Birmania. In quell’anno, infatti, l’apertura delle frontiere birmane – snodo fondamentale per il controllo delle rotte commerciali da e verso l’oceano indiano – ha segnato l’inizio di una nuova fase per il Paese.

    Oggi come allora, carbone, petrolio e terre non coltivate attirano l’attenzione della Cina, dell’India e di diverse potenze interessate a beneficiare dell’apertura di un nuovo mercato e di nuove opportunità nell’area.

    Anche gli Stati Uniti d’America, per rafforzare la loro posizione nel continente asiatico, stanno cercando di recuperare il terreno perduto in anni di ostinate sanzioni economiche nei confronti del Myanmar per le violazioni dei diritti umani ripetutamente commesse dalla giunta militare birmana.

    Durante la presidenza di George W. Bush, impegnato nella crociata contro il terrorismo, gli Stati Uniti si sono concentrati sullo scacchiere mediorientale – Afghanistan, Iraq, Iran, Yemen – trascurando l’estremo oriente e in particolar modo il sudest asiatico.

    Il presidente Obama, con l’inaugurazione della nuova strategia geopolitica americana rivolta verso l’estremo oriente e non più esclusivamente verso il medio oriente, sta cercando di ricalibrare gli interessi americani per tornare a essere un interlocutore privilegiato nel continente asiatico.

    E il Myanmar rappresenta un tassello importante nell’operazione di riequilibrio. Il processo di parziale democratizzazione inaugurato dal presidente birmano Thein Sein ha permesso a Stati Uniti e Myanmar di dare vita a un cauto riavvicinamento che prevede un percorso parallelo.

    Al progredire del processo democratico in Myanmar corrisponde una progressiva disponibilità statunitense a collaborare con il Paese. Il Myanmar infatti, oltre a essere un’ottima opportunità per nuovi investimenti finanziari, può rappresentare per l’America un alleato importante nel contesto geostrategico della regione.

    Le elezioni del 2015 e i rapporti Cina-Myanmar

    Dal 2003, anno in cui la giunta militare del Myanmar inaugurò la Roadmap towards a discipline-flourishing democracy, il Paese ha fatto notevoli passi avanti, anche se gran parte di questo percorso di riforme ancora deve esser scritto.

    Il processo di cambiamento iniziato nel 2011 dal presidente Thein Sein ha consentito al Paese di uscire da una profonda fase di stallo economico e nel 2015 porterà il Myanmar alle prime elezioni democratiche della sua storia. O così ci piace sperare.

    Cosa significheranno queste elezioni e, soprattutto, quale effetto avranno sui rapporti con il gigante cinese, se – come molti pensano – sarà il partito di Aung San Suu Kyi a vincerle?

    Già all’indomani della svolta democratica del presidente Thein Sein, la Cina ha iniziato a rivedere la sua strategia politica nei confronti del Myanmar, preoccupata di perdere la sua special relationship con il Paese.

    Prima dell’amministrazione Thein Sein, la Cina godeva di uno stretto legame con il Tatmadaw (l’esercito birmano), di cui faceva parte a stessa giunta militare che non solo ha costretto la paladina della libertà birmana Aung San Suu Kyi a 15 anni di arresti domiciliari, ma che secondo molti accademici ha anche portato più di una volta il Paese vicino al tracollo economico.

    Il legame tra la Cina e la giunta militare birmana, nonostante alcune parentesi buie, ha permesso a Pechino di consolidare i propri interessi in Myanmar. Ma la decisione del presidente Thein Sein di interrompere nel 2011 la costruzione della diga Myitsone da una parte, e la sua Look West policy dall’altra, hanno messo in allerta il potente vicino.

    La Cina sente ora il bisogno di re-investire sulla sua immagine e, in previsione delle elezioni del 2015, sta correndo ai ripari privilegiando le people-to-people relationships e soprattutto le party-to-party relationships.

    Infatti dal 2012 la Cina ha inaugurato una campagna di riavvicinamento con i partiti delle opposizioni, primo tra tutti la Lega Nazionale per la democrazia (Nld) di Aung San Suu Kyi, a cui il Partito Comunista Cinese aveva negato per lungo tempo la legittimità e la stessa esistenza, e che ha riconosciuto ufficialmente solo alla fine del 2011.

    Nello sforzo di normalizzare i rapporti con il Premio Nobel, in vista di una sua possibile vittoria elettorale, all’inizio del 2014 alti ufficiali del governo cinese hanno visitato il quartier generale della Lega Nazionale per la democrazia (Nld): un evento memorabile se si pensa che l’ultima visita ufficiale risaliva al 1990.

    Gli interessi cinesi in Myanmar sono molteplici: basti ricordare il gasdotto e l’oleodotto costruiti dalla China National Petroleum Corporation in collaborazione con la Myanmar Oil & Gas Enterprise che collegano la costa birmana sull’oceano indiano con la costa sudoccidentale della Cina, e che rappresentano elementi essenziali nella definizione della politica energetica cinese e la soluzione alternativa a quello che è stato definito il dilemma di Malacca della Cina.

    In questo modo, il petrolio diretto in Cina non sarà più trasportato attraverso lo stretto di Malacca, controllato dalle navi americane e perciò bersaglio sensibile. Né Pechino né Naypyidaw, che dal 2005 ha sostituto Yangon come capitale del Myanmar, hanno alcuna intenzione di perdere i benefici del loro legame.

    Le elezioni nell’autunno del 2015 vedranno a confronto la Lega Nazionale per la democrazia (Nld) di Aung San Suu Kyi e lo Union Solidarity and Development Party (Usdp), il partito del presidente Thein Sein, non più candidato alla guida del Paese.

    Nonostante il risultato delle urne, il Paese per la prima volta potrà decidere democraticamente le sorti del proprio futuro e da chi essere governato.

    Ma questo punto di svolta potrebbe non portare a un cambiamento radicale nei rapporti tra Cina e Myanmar: un eventuale cambio di rotta birmano dovrà confrontarsi con la tradizionale ingerenza cinese.

    Qualsiasi slancio unilaterale della neonata democrazia birmana non potrà ignorare la sete di risorse energetiche della Cina e la posizione geostrategica dei due Paesi. Il loro reciproco bisogno continuerà a plasmarne le rispettive politiche estere.

    Allo stesso tempo, l’interesse occidentale, in particolar modo quello americano, rappresenta senza dubbio un’immancabile opportunità che, consentendo al Myanmar di diversificare i propri partner internazionali, gli permetterebbe di cominciare un processo di parziale emancipazione dalla stretta cinese.

    Guidare il Paese nel contesto di queste complesse dinamiche sarà il difficile e storico compito di chiunque risulterà vincitore delle elezioni nell’autunno del 2015.

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