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    Il principe cerca alleati: ecco perché l’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman non può più affidarsi solo alla protezione Usa

    Il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman. Credit: Nathan Howard - Pool via CNP - AGF

    Tra i ritardi del programma Vision 2030, il calcio che non decolla e la realpolitik della sopravvivenza, Riad ha bisogno di nuove sponde. E punta sul nucleare come leva politica: dall’intesa con Washington alla tutela di Turchia e Pakistan

    Di Giulio Alibrandi
    Pubblicato il 11 Set. 2026 alle 14:22

    Per decenni ha investito sul rapporto con gli Stati Uniti, per garantire stabilità interna e proteggerla dai rivali nella regione. Ma il caos scatenato dalla guerra all’Iran sta spingendo l’Arabia Saudita a mettere in discussione, almeno in parte, le certezze del passato. Il suo rivale storico, l’Iran, più che mai isolato e messo con le spalle al muro, ha dimostrato di poter tenere testa alle forze militari più avanzate al mondo e si prepara a ridisegnare gli equilibri regionali. Mentre quello che sembrava il punto di forza del regno saudita, ossia il rapporto privilegiato con la prima potenza mondiale, rischia di diventare una pericolosa dipendenza. Fino a costringere il principe della Corona e primo ministro, Mohammed bin Salman, a cercare nuove sponde e prepararsi a scenari in cui gli Stati Uniti non siano in grado di garantire in maniera credibile la sicurezza del regno, che custodisce due dei tre principali luoghi sacri dell’Islam.

    Un rapporto saldo
    «Siamo amici da molto tempo». Tra Donald Trump e Mohammed bin Salman, i rapporti sono sempre stato molto solidi. Durante il suo primo mandato, il tycoon newyorkese aveva protetto il principe ereditario dalle ricadute politiche dell’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi, ucciso e poi fatto a pezzi all’interno del consolato saudita di Istanbul. Dipinto fino a quel punto come riformatore illuminato, il caso aveva reso Mohammed bin Salman un paria a livello internazionale. Mentre una parte del Congresso Usa chiedeva di imporre sanzioni contro il principe ereditario, Trump aveva difeso il leader saudita (sostenendo poi di averlo «salvato») e gli accordi commerciali con il regno, primo acquirente al mondo di armamenti statunitensi.
    I rapporti non si sono interrotti nel periodo successivo alla sconfitta elettorale del 2020, in cui l’Arabia Saudita ha continuato a finanziare le iniziative imprenditoriali di Trump, aiutandolo nel momento di difficoltà. Con il ritorno del leader repubblicano alla Casa bianca, anche il principe saudita è tornato a visitare gli Stati Uniti per la prima volta in sette anni, portando a casa un accordo per l’acquisto di 48 F-35, l’aereo da guerra più avanzato prodotto dagli Stati Uniti. In quell’occasione Trump lo aveva voluto ringraziare, sostenendo che i due sono «sempre stati dalla stessa parte su ogni questione».

    La guerra degli Stretti
    È dovuta arrivare la guerra all’Iran, e la reazione di Teheran al tentativo di decapitare la Repubblica islamica, per mettere alla prova, almeno per alcune settimane, la solidità di questa intesa. Quando, a inizio maggio, gli Stati Uniti hanno lanciato una missione con l’obiettivo di riaprire lo Stretto di Hormuz, l’Arabia Saudita ha spiazzato il Pentagono rifiutandosi di autorizzare l’utilizzo del proprio spazio aereo per le operazioni militari. Un’indiscrezione riportata dal New York Times, che ha ricostruito gli scambi diplomatici precedenti la decisione di porre fine all’iniziativa “Project Freedom”, a meno di due giorni dal suo inizio.
    La convinzione di Riad era che lasciar utilizzare agli Stati Uniti il proprio spazio aereo avrebbe provocato una dura reazione da parte dell’Iran. Una serie di telefonate da parte di Donald Trump e dei suoi più stretti collaboratori non hanno convinto Mohammed bin Salman a desistere, spingendo il presidente degli Stati Uniti ad annunciare la sospensione di “Project Freedom” il 5 maggio, poche ore dopo che il segretario di Stato Usa Marco Rubio aveva difeso la missione, sostenendo che «non si può permettere al regime iraniano di decidere chi usa questo snodo vitale». La vicenda, stando a quanto riferito da funzionari statunitensi a fonti del quotidiano newyorkese, riflette quanto l’andamento della guerra abbia cambiato l’approccio del principe saudita. Dopo aver inizialmente avvertito gli Stati Uniti dei rischi che la guerra avrebbe comportato, a marzo Mohammed bin Salman aveva chiesto a Trump di portare a termine il lavoro e annientare i vertici dello Stato iraniano, decimato dai bombardamenti lanciati durante la prima fase del conflitto. Con il passare delle settimane, invece, il principe è sembrato promuovere una linea più conciliante con la Repubblica islamica rispetto a quella sostenuta, ad esempio, dagli Emirati Arabi Uniti, cercando di contenere la reazione iraniana.
    Successivamente, Washington è corsa ai ripari, rispondendo alle preoccupazioni della monarchia saudita, con una storica apertura sul dossier atomico, seppur limitata da vincoli tecnologici e anche politici.
    L’intesa trentennale annunciata a luglio garantirebbe alle aziende statunitensi un ruolo centrale nello sviluppo delle infrastrutture nucleari saudite, escludendo possibili concorrenti stranieri.
    In base all’accordo, che deve ancora essere approvato dal Congresso Usa, le autorità statunitensi e saudite dovranno condurre uno studio biennale per determinare la fattibilità del progetto legato alla costruzione di un impianto per l’arricchimento di uranio nel regno. Se l’esito dello studio dovesse essere positivo, le aziende statunitensi costruiranno l’impianto senza condividere con i sauditi tecnologie sensibili.

    Progetti faraonici in standby
    Una possibile svolta per l’ambizioso progetto di diversificare l’economia saudita e affrancarla dalla dipendenza dalle esportazioni di petrolio dopo le battute d’arresto subite da Vision 2030. L’iniziativa, presentata da un Mohammed bin Salman allora 30enne nel 2016, ha subito modifiche drastiche negli ultimi anni: già nei mesi precedenti allo scoppio della guerra, il fondo sovrano saudita (Pif) aveva annunciato il ridimensionamento di megaprogetti come The Line”, una “città verticale” lunga 170 chilometri, dal costo di 500 miliardi di dollari. A dicembre, il ministro delle Finanze saudite, Mohammed al-Jadaan, aveva omesso dalla presentazione della legge di bilancio qualsiasi riferimento a Neom, la città futuristica che dovrà sorgere in un’area desertica nel nord-ovest del Paese, di cui “The Line” avrebbe dovuto fare parte. Era la prima volta dal 2017. Una scelta che dimostra come i progetti siano stati «ricalibrati per garantire che forniscano ciò che sono destinati a fornire», come dichiarato dallo stesso ministro al-Jadaan.
    A Riad sembra quindi tramontata l’epoca dei progetti infrastrutturali faraonici, fatta da città avveniristiche e piste innevate nel deserto. Anche gli investimenti nello sport sembrano ridimensionati, dopo che l’aggiudicazione dei Mondiali di calcio 2034 ha spinto il regno a rivedere le sue priorità. A dieci anni dal suo annuncio, Vision 2030 è stata ricalibrata per puntare su settori considerati strategici come tecnologia e intelligenza artificiale, trasporti, estrazione mineraria e turismo.

    Vincoli esterni
    Per Riad la diversificazione dell’economia non dovrebbe passare solo dalle riforme e dal finanziamento di grandiose opere infrastrutturali, ma anche dal ricorso a nuove fonti energetiche che riducano la dipendenza dagli idrocarburi o almeno riducano i consumi di petrolio e derivati per destinarne quote maggiori all’esportazione. Anche per questo Riad considera prioritario lo sviluppo interno di capacità nucleari. Il rischio della proliferazione nucleare negli scorsi decenni aveva frenato Washington dal concedere il via libera. Fino all’apertura dello scorso luglio, per rispondere alle preoccupazioni del regno saudita riguardo la possibilità che l’Iran continui a sviluppare un proprio programma nucleare, dopo il fallimento del tentativo di rovesciare il governo islamista.
    Nonostante i tentativi di limitare lo sviluppo dell’industria nucleare al solo ambito civile, molti critici hanno messo in guardia dalle ricadute dell’accordo, che potrebbe mettere la parola fine agli sforzi di non proliferazione nella regione. Poco dopo aver annunciato l’intesa con Riad, Donald Trump ha rivelato di aver posto come condizione la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra la monarchia saudita e Israele, rendendo l’effettiva applicazione dell’accordo un’incognita. Un vincolo rimasto in essere anche dopo che il presidente statunitense ha rinviato l’accordo al Congresso.
    L’Arabia Saudita ha continuato però a rigettare la strada tracciata dagli Accordi di Abramo, con cui negli scorsi anni Israele ha normalizzato i rapporti con Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco, chiedendo una soluzione alla questione palestinese. Rispetto all’assetto caldeggiato da Washington, Riad ha voluto dare un segnale diverso, ufficializzando un’intesa con altre potenze della regione. L’accordo siglato alla Mecca con Turchia e Pakistan unisce rispettivamente il secondo esercito più grande della Nato e la (finora) unica potenza nucleare del mondo islamico all’ottavo Paese al mondo per importazioni di armi e prevede che «qualsiasi attacco armato contro uno qualsiasi dei tre Stati sarà considerato come un attacco contro tutti», come dichiarato dal ministro degli Esteri pakistano. Nonostante la scelta di mettere la religione in primo piano, tenendo la cerimonia nella città santa dell’Islam, i tre Paesi hanno ribadito che qualsiasi Paese della regione potrà unirsi all’accordo, senza limitarlo ai soli Paesi sunniti.

    Possibili ricadute
    Anche se i tre Paesi hanno assicurato che non intendono attaccare l’Iran, molti analisti hanno ipotizzato che l’accordo potrà in parte fare da deterrente alle ambizioni regionali della Repubblica islamica, che ha dimostrato di poter bloccare l’accesso a uno dei principali snodi commerciali al mondo, lo Stretto di Hormuz, e di poter attaccare gli altri Paesi della regione del Golfo Persico, senza che la potenza combinata di Stati Uniti e Israele possa impedirlo. Un’altra finalità è quella di controbilanciare il potere di Israele, dal 2023 impegnato ininterrottamente in campagne militari in tutta la regione, da Gaza, al Libano, passando per la Siria, lo Yemen, l’Iraq e l’Iran. Fino a minacciare la Turchia, dipinta da molti politici israeliani come una minaccia al pari dell’Iran.
    Pochi analisti ritengono che la promessa di ciascun Paese di intervenire a difesa degli altri due sarà mantenuta. C’è scetticismo sulla possibilità che Arabia Saudita e Turchia intervengano a sostegno del Pakistan in caso di conflitto con l’India, o che Turchia e Pakistan rispondano ad attacchi iraniani su suolo saudita. Molti piuttosto mettono in evidenza le ricadute economiche dell’accordo della Mecca, che potrà formare una piattaforma per la cooperazione militare e commerciale, mettendo in collegamento le finanze saudite con le aziende turche e la base industriale pakistana, come sottolinea l’Economist.
    Il tentativo di ritagliarsi maggiore spazio di autonomia e proteggersi dal rischio di una dipendenza eccessiva dal sostegno delle superpotenze militari rischia di innescare una corsa alle armi «sub-convenzionale», come la definisce l’analista Ronny P. Sasmita in un articolo sul South China Morning Post, con investimenti massicci in missili balistici, droni e strumenti per la guerra cibernetica.
    Ma cresce anche il timore della proliferazione nucleare. Alcuni critici temono che il via libera statunitense possa innescare un effetto a cascata in tutta la regione spingendo Emirati Arabi Uniti, Egitto e Turchia a chiedere condizioni simili per i propri programmi. Già a febbraio il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha risposto con un lungo silenzio a un giornalista che gli chiedeva se la Turchia avrebbe dovuto avere armi nucleari. Sulla questione Mohammed bin Salman non ha lasciato spazio a dubbi. Nel lontano 2018 il principe della Corona saudita aveva infatti avvertito che, se l’Iran fosse riuscita ad acquisire un’arma nucleare, l’Arabia Saudita ne avrebbe sviluppata una «il prima possibile».

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