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    “Io, afghano della minoranza hazara, nel mio paese non meritavo neanche di vivere, oggi faccio l’attore”

    Una scena del film "Sembra mio figlio"

    "Sono andato via per non uccidere e non essere ucciso in un paese come l’Afghanistan a diciassette anni", la testimonianza di Dawood Yousefi a TPI che ha recitato nel film Sembra mio figlio”, della regista italiana Costanza Quatriglio

    Di Sara Ahmed
    Pubblicato il 27 Ago. 2018 alle 13:41 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 21:43

    La storia di Dawood Yousefi è iniziata diciassette anni fa in Afghanistan, dove viveva insieme alla sua famiglia nella città di Daykondi, fino ad arrivare al Festival di Locarno dove ha recitato nel film “Sembra mio figlio”, della regista italiana Costanza Quatriglio.

    La sua appartenenza al popolo hazara, una minoranza etnica da sempre discriminata e perseguitata nel corso degli anni all’interno del paese, e le minacce subite da parte dei talebani e dei Mujahedin, i gruppi armati nati durante l’occupazione sovietica lo portarono a lasciare l’Afghanistan.

    “Sono andato via per non uccidere e non essere ucciso in un paese come l’Afghanistan a diciassette anni. Essere un hazara per molti è un crimine, per molti non dovremmo vivere”, ha raccontato Dawood Yousefi a TPI.

    A sedici anni Dawood inizia a collaborare con la Croce Rossa Internazionale, alternando la scuola e il lavoro con il ruolo di volontariato all’interno dell’organizzazione. Questo suo attivismo ha iniziato però a infastidire i talebani e Mujahedin.

    “Ad ogni attentato andavo a soccorrere i feriti insieme agli altri volontari. Con il passare del tempo le mie attività hanno iniziato ad essere scomode a qualcuno. Mi facevano capire che in qualche modo dovevo smettere di studiare e aiutare la Croce Rossa. Ritenevano tutto ciò inaccettabile perché dovevo aiutare loro e nessun altro”.

    In seguito alle ripetute minacce subite e l’uccisione di quattro suoi compagni di scuola, Dawood Yousefi decide di intraprendere il suo viaggio per scappare dal paese insieme ad altri ragazzi afghani suoi coetanei, iniziando così un viaggio percorso per gran parte a piedi, superando le mine antiuomo, i gruppi armati, il mare, le montagne, la fame e la sete.

    Passando per l’Iran, la Turchia, la Grecia fino a raggiungere l’Italia.

    “Dopo l’uccisione dei miei compagni ho deciso di andarmene il prima possibile dal paese. Dalla mia città Daykondi siamo andati a Kabul dove abbiamo incontrato altri ragazzi in fuga. Da Kabul ci siamo diretti verso il confine con l’Iran e dalla capitale iraniana Tehran abbiamo cercato di raggiungere il confine con la Turchia”, ha spiegato Dawood.

    La realtà e la situazione di pericolo da cui è scappato Dawood è una realtà ancora persistente in Afghanistan, l’ultimo attentato che ha colpito il paese ha causato la morte di più di 40 studenti di etnia hazara, all’interno di un istituto scolastico mentre studiavano per l’esame di ammissione all’università.

    Una delle tappe più pericolose del viaggio è stato il confine tra l’Iran e la Turchia, dove il suo tragitto viene interrotto dai posti di blocco dei soldati tra i due paesi, rimanendo bloccato per circa un mese su una montagna senza riuscire a passare il confine.

    “Era pericoloso attraversare. C’erano i soldati che sparavano, le mine antiuomo, gli scheletri degli uomini morti mentre tentavano di attraversare e il freddo. Dopo essere riuscito a passare il confine sono salito su un bus insieme ad altre settanta persone per raggiungere Istanbul. Giunti a Istanbul siamo stati rinchiusi in un posto e per essere rilasciati dovevamo pagare una somma di denaro”.

    Dopo aver pagato la somma richiesta insieme ad altri ragazzi afghani, Dawood decide di comprare un gommone per raggiungere l’isola greca di Leros. “A mezzanotte e mezza siamo partiti. Siamo rimasti più di 50 ore in mare fino a finire il cibo e l’acqua che avevamo con noi. Uno di noi è caduto in acqua a causa del mare mosso. Siamo stati salvati dalla guarda costiera greca. Al nostro arrivo sulle coste abbiamo visto la salma del mio amico che i soccorritori avevano recuperato”.

    Al suo arrivo in Grecia Dawood viene identificato e foto segnalato. Dopo una permanenza di cinque mesi ad Atene, la crisi economica e politica in Grecia, portano Dawood alla decisione di voler raggiungere l’Italia.

    “Ho lasciato la Grecia per la mancanza di un documento, non avere la possibilità di fare la richiesta di asilo e la mancanza dei diritti umani. Non c’era umanità verso chi era diverso”, ha raccontato Dawood.

    “Sono andato al porto di Patrasso dove sono rimasto per due mesi cercando di nascondermi sotto un camion all’interno del porto. Il camion una volta superato i controlli sarebbe entrato in una nave che mi avrebbe portato in Italia. Dopo 35 ore di viaggio sul camion sono arrivato al porto di Bari. Dopo un’ora dalla partenza del camion dal porto, ho iniziato a sbattere con una pietra per far capire all’autista che c’era una persona. Da Bari mi sono spostato a Roma”.

    Per due mesi dal suo arrivo a Roma, Dawood dorme per strada insieme ad altri ragazzi afghani, trovando rifugio dal freddo sul binario quindici della Stazione Termini di Roma.

    La strada diventa per due mesi la sua casa finché un avvenimento non cambierà per sempre la sua sorte.

    “Per strada ho compiuto i miei 18 anni e sempre per strada ho conosciuto la comunità di Sant’Egidio, i cui volontari ogni martedì portavano cibo e bevande ai senzatetto presso la stazione. Mi hanno dato indicazioni su dove poter mangiare e studiare la lingua italiana”.

    Da quell’incontro con i volontari non ha più lasciato la comunità di Sant’Egidio. È diventato a sua volta uno dei volontari più conosciuti e operanti all’interno della scuola di lingua e cultura italiana della comunità e ogni giorno, da anni, aiuta altri richiedenti asilo e immigrati a iscriversi nella scuola per imparare la lingua italiana.

    Da 16 anni dalla sua partenza dall’Afghanistan, Dawood, non ha avuto modo e le possibilità di tornare per poter riabbracciare i suoi cari. Gli unici contatti che riescono ad avere sono solo tramite telefono e video che si inviano per cercare di ridurre la distanza.

    “Ad un certo punto rimane una realtà da accettare e alla quale ti devi adeguare, sono un richiedente asilo, non sono una persona in viaggio che può fare le valigie e tornare quando vuole, finché la situazione non cambia nel paese è rischioso per me tornare. Devi accettare che tu vivi questa situazione, che non si può tornare indietro ma sperare che nel futuro cambi qualcosa”.

    La storia di Dawood assomiglia alla storia del film “Sembra mio figlio”, nel quale ha recitato il ruolo di uno dei due protagonisti, Hassan, fratello di Ismail. La trama del film raccontala storia di Ismail sfuggito alle persecuzioni in Afghanistan quando era ancora bambino, Ismail vive in Europa con il fratello Hassan.

    La madre, che non ha mai smesso di attendere notizie dei suoi figli, oggi non lo riconosce. Dopo diverse e inquiete telefonate, Ismail andrà incontro al destino della sua famiglia facendo i conti con l’insensatezza della guerra e con la storia del suo popolo, il popolo hazara.

    Il trailer di “Sembra mio figlio”, della regista italiana Costanza Quatriglio:

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