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    Accordo Brexit, cosa succede adesso? Tutti gli scenari possibili

    Parlamento da convincere, termini del divorzio da fare approvare in una strada in salita e con diversi scenari difficili da prevedere. Sei domande con sei (possibili) risposte sulla corsa a ostacoli della premier Theresa May

    Di Maurizio Carta
    Pubblicato il 10 Dic. 2018 alle 18:30 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 21:22

    Il video è a cura di Next New Media

    Accordo Brexit scenari | Dopo lungo tempo, le due parti, Unione europea e Regno Unito, hanno raggiunto un accordo che rimane tale sino a quando non sarà legge. (Qui abbiamo spiegato cosa prevede l’accordo e qui il nuovo accordo tra Regno Unito e Unione europea in 10 risposte)

    Se sulla sponda europea questo appare avere la strada spianata con i 27 stati rimanenti che si muovono uniti per concludere, oltremanica la strada appare piena di ostacoli. Opposizioni che protestano e buona parte del parlamento che giura di voler far deragliare l’accordo non facendolo passare in aula.

    Fra i rivoltosi, anche il “fuoco amico”, con gli ortodossi anti-europeisti del partito conservatore e il partito nordirlandese Dup, che con i suoi dieci seggi garantisce la maggioranza alla premier Theresa May.

    Ma quali sono gli scenari possibili? Come si può evolvere la situazione? Andiamo con ordine, e proviamo a prevedere.

    Riuscirà  Theresa May a far votare il patto in Parlamento?

    È la vera sfida della carriera politica di Theresa May, perché la premier sa da mesi di non avere i numeri. Oltre il crescente di fuoco amico conservatore, non voteranno il patto i laburisti di Corbyn (che appaiono ugualmente confusi sull’operato se fossero loro a governare).

    Dello stesso avviso è lo Scottish National Party e i Liberaldemocratici di Vincent Cable. Ciliegina sulla torta, come anticipato, fra i rivoltosi hanno promesso la loro presenza quelli del partito Dup, gli unionisti nordirlandesi che accusano la May di averli traditi sulla disparità di trattamento per il post-Brexit.

    Cosa può fare Theresa May per convincerli a votare il patto?

    La carta da giocare da parte della May potrebbe essere quella di mettere il parlamento davanti a una responsabilità storica, cioè puntare il dito contro l’opposizione  (interna ed esterna) e sulle loro colpe per non approvare l’unico patto possibile (secondo la sua versione).

    Se la premier riuscirà in tale operazione, allora l’accordo diventerà legge, e la Brexit proseguirà il suo cammino. Approvazione del Consiglio Europeo, dove bastano 20 stati su 27 che rappresentano almeno il 65% della popolazione, e Parlamento Europeo.

    Il Regno Unito abbandona senza accordo finale, che succede?

    Il parlamento non vota il patto, a questo punto ci si abbandona senza accordo di divorzio e non si richiede la rinegoziazione. Nessun periodo di transizione, nessun accordo temporaneo. Il Regno Unito sarebbe uno stato terzo a tutti gli effetti dalla scadenza prevista.

    Per quanto riguarda il commercio utilizzerebbe le regole del WTO, con dazi e controlli in entrata e uscita. Un ‘uscita senza accordo, fra le innumerevoli conseguenze, sarebbe una catastrofe per i mercati, con la sterlina, per esempio, che si deprezzerebbe da subito. Porti e aeroporti con lunghe file, chilometri (o miglia, dipende dal luogo) di camion che attendono in fila sulle strade.

    Il parlamento boccia la proposta e si chiede di rinegoziare il trattato di uscita. A Bruxelles vorranno riaprire il tavolo?

    Al momento sembra un opzione davvero poco probabile. I vertici Ue hanno fatto sapere in tutti i modi che la rinegoziazione sul patto non si discute, con la stessa Theresa May che ha sottolineato come quanto ottenuto nelle trattative sia il meglio che si potesse raggiungere in questa fase.

    L’opzione sarebbe quella di chiedere qualche migliore condizione di uscita, cercando di ottenere per il futuro l’impegno per un “accordo quadro” vantaggioso come il paventato accordo di libero scambio che l’Ue ha con il Canada che, non essendo un’unione doganale, consentirebbe al Regno Unito di poter concludere trattati commerciali con paesi esterni al blocco Ue. Questo genere di trattative, al momento, sono si in calendario, ma per il periodo di transizione, se l’accordo per l’uscita venisse raggiunto.

    L’ipotesi, come detto, è per il momento abbastanza remota, dal momento in cui appare ferma la posizione dell’Ue, per cui un paese “terzo” non deve godere degli stessi benefici di un paese membro. Questo, se consentito, creerebbe un precedente e sarebbe rischioso per la stabilità del mercato unico, oltre a far nascere la probabilità che altri stati possano seguire il Regno Unito se avesse un trattamento troppo vantaggioso.

    Anche volendo, tutto questo richiederebbe un prolungamento del periodo dei negoziati di abbandono oltre i due anni come previsto dal Trattato di Lisbona, con gli stati che sembrano iniziare a essere stufi delle beghe interne al governo di Londra.

    E se il trattato non passasse in Parlamento e dovesse crollare il governo May?

    In questo scenario, l’ipotesi è quella in cui Theresa May non riesce a far passare l’accordo in Parlamento e, inoltre, le opposizioni la costringessero a dimettersi dopo un voto di sfiducia. I parlamentari inoltre, avrebbero tempo 21 giorni per avviare una proposta sul da farsi. Referendum?

    Chiedere di rinegoziare? Elezioni? Nell’attendere le nuove elezioni, con tutto il tempo che queste richiedono, bisognerebbe poi  sperare che l’Unione Europea sia disponibile ad aspettare prolungando il periodo di transizione per venire incontro ai tempi della sfida elettorale del Regno Unito.

    Tecnicamente si presenta difficilissimo, anche perché l’attenzione di Bruxelles, più passa il tempo, e più si sta sposando sulle future elezioni europee per il suo rinnovo e potrebbe “pilatamente” lavarsene le mani della partita in casa britannica.

    Secondo referendum. È davvero possibile?

    La via più probabile per questo risultato è che il patto di Theresa May, non venendo approvato, faccia divenire realtà l’opzione del voto popolare. I parlamentari sia laburisti sia conservatori dovrebbero optare per un secondo referendum ritenendo insostenibili le altre opzioni, quella dell’uscita senza accordo o quella della rinegoziazione.

    Bisognerebbe quindi far passare l’emendamento che chiede il voto popolare, dove si domanderebbe di scegliere fra diverse opzioni. Già, ma quali? Uscire senza accordo, accettare l’accordo o, sogno proibito degli eurofili, rimanere nell’Ue rovesciando il risultato del referendum?

    Sarebbe il trionfo del movimento trasversale del People’s Vote, che è cresciuto nel tempo sino a portare in piazza oltre 700.000 persone a Londra. Un secondo referendum richiederebbe anche un’estensione significativa dell’articolo 50, sollevando dubbi sul fatto che il Regno Unito avrebbe dovuto partecipare alle elezioni europee del prossimo anno, con i suoi, ormai ex, 73 seggi nell’assemblea di Strasburgo.

    Se Londra piange, Bruxelles non ride

    Al netto di tutti i possibili scenari appena descritti, una considerazione appare inevitabile. Chiaramente, in uno scenario di non-accordo, sarebbe certamente il Regno Unito a pagare il prezzo più caro, quantomeno nel breve e medio periodo.

    L’Ue perderebbe comunque un ottimo vicino, un ottimo sbocco commerciale che fa comodo un pò a tutti.  Sarebbe però un fallimento anche da parte dell’Unione Europea da un punto di vista diplomatico, che potrebbe rimproverarsi di aver tirato troppo la corda.

    La politica è compromesso, mediazione, sintesi di posizioni e trattativa. Una Brexit senza accordo sarebbe, in diversa misura, una sconfitta per tutte e due le parti.

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