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    Com’è abortire in Irlanda del Nord

    La lettera di una volontaria che scorta le donne in cerca di aborto dentro una clinica medica per proteggerle dai manifestanti

    Di Clare Bailey
    Pubblicato il 2 Mar. 2015 alle 15:14 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 11:25

    Sono stufa che le donne vengano trattate come cittadine di serie B. È per questo che faccio la volontaria scortando le clienti che arrivano alla clinica di Marie Stopes a Belfast, nell’Irlanda del Nord.

    L’Irlanda del Nord prevede per i casi di aborto le punizioni più severe di tutta Europa: l’ergastolo per la donna che termina la gravidanza e per qualsiasi altra persona che l’abbia assistita.

    Le condanne vengono applicate anche nei casi in cui la donna è rimasta in cinta per via di uno stupro, o di incesto e anche quando il feto è affetto da gravi malformazioni che ne pregiudicano seriamente la capacità di sopravvivere.

    L’unica eccezione è il cosiddetto aborto medico, un’alternativa all’aborto chirurgico in cui vengono somministrate delle pasticche per porre fine alla gravidanza.

    — Leggi: Anche se stuprate non possono abortire, la storia di una 18enne irlandese

    Soltanto due anni fa, Marie Stopes ha aperto una clinica a Belfast e ha cominciato ad agevolare l’accesso alle pratiche di aborto medico per le donne fino alla nona settimana di gravidanza.

    Questo ha scioccato la maggior parte della popolazione, che credeva che l’aborto fosse illegale in qualsiasi circostanza. Aprendo le porte della sua clinica, Marie Stopes ha posto fine alle menzogne pubbliche che sono state fatte credere alle donne sin dal 1861.

    Dal momento dell’apertura, alcuni manifestanti che si oppongono all’aborto sono accampati fuori dalla clinica. Si portano dietro poster che mostrano immagini molto esplicite di quelli che secondo loro sono feti abortiti.

    Tra queste ci sono immagini di feti decapitati e slogan che recitano “l’aborto non le farà scordare lo stupro”. Chiedono ai passanti di firmare la loro petizione e si avvicinano a ogni donna che si accinge a entrare nell’edificio. Secondo loro questa sarebbe una veglia di preghiera.

    A ogni cliente che fissa un appuntamento con la clinica viene offerto il nostro servizio di scorta, ma in poche lo accettano. Molte di loro arrivano alla clinica profondamente turbate e scioccate dall’esperienza di doversi fare largo tra i manifestanti.

    Alcune arrivano con dei volantini in mano, nessuna è in grado di dire se è stata fotografata o filmata mentre entrava. La maggior parte delle clienti richiede il servizio di scorta per lasciare l’edificio.

    Come addette alla scorta lavoriamo in coppia. Una di noi ha addosso una videocamera, mentre l’altra è munita di un walkie-talkie con un pulsante speciale per le emergenze.

    Tutte noi abbiamo ricevuto un addestramento intensivo prima di ricoprire questo ruolo. Non chiediamo il nome alle clienti o il perchè della loro visita: non sono affari nostri, stanno pagando per un servizio sanitario privato e confidenziale – e noi dobbiamo rispettare questa scelta.

    Tra di noi discutiamo su come far arrivare la cliente a destinazione nella maniera migliore. Rimaniamo con ogni donna finchè lei non si sente abbastanza sicura per continuare senza di noi.

    L’edificio in cui ha sede la clinica ha la facciata di vetro e per uscire dobbiamo attraversare un corridoio. Solitamente c’è un uomo di oltre un metro e 80 con le braccia conserte che ti fissa con fare intimidatorio.

    Le donne che manifestano sono subito fuori dalla porta, con volantini e slogan del tipo “Ora tu sei la madre di un bambino morto”, “Queste donne hanno le mani sporche di sangue”, “Abbiamo dato un nome a tuo figlio morto” e “Non gettare tuo figlio nel gabinetto”.

    Veniamo anche inseguite da uomini con videocamere, o più recentemente con delle body cameras. A volte gridano alle donne che le stanno inquadrando per un servizio televisivo, o che le loro immagini verranno diffuse sui social media.

    Spingono nei loro volti bambolotti di feti di plastica. A volte alcuni passanti in strada si offrono di aiutarci, altri ci urlano che siamo una disgrazia.

    Ho ricevuto messaggi sui social media provenienti da donne sconosciute che dicono di pregare per la mia anima. Online c’è chi mi definisce un’assassina di bambini.

    La maggior parte delle clienti ci chiede: “Perchè stanno facendo tutto questo?”. Tutte sono turbate e scosse emotivamente, alcune sono impaurite e preoccupate per la loro sicurezza.

    In qualsiasi altra circostanza i nostri leader politici sono rapidi nel condannare qualsiasi istanza di comportamento anti sociale. In questo caso sembrano voler chiudere un occhio.

    Ci sarebbe forse questo silenzio assordante da parte dei nostri legislatori se io organizzassi una ‘veglia di preghiera’ davanti ai loro uffici? Se io gettassi nella vergogna ogni singolo costituente che si reca da loro per un consiglio? Non penso proprio.

    Fino a che i manifestanti – che si autodefiniscono consiglieri da strada – non si fermeranno, io continuerò a offrire il serivizio di scorta. Indipendentemente da quanto potrà mai essere difficile per noi, l’impatto sulle clienti è sempre peggiore. 

    Clare Bailey è una volontaria del servizio di scorta per le clienti della clinica di Marie Stopes. Il suo articolo in lingua originale è stato pubblicato qui.

    (Traduzione a cura di Ludovico Tallarita) 

    Leggi l'articolo originale su TPI.it
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