Stellantis potrebbe vendere la sua fabbrica di Cassino, in provincia di Frosinone, ai cinesi di Dongfeng. Lo rivela la testata statunitense Bloomberg, secondo cui la casa automobilistica franco-italiana ha individuato quattro stabilimenti in Europa da vendere o condividere con altre aziende per far fronte alla sovraccapacità produttiva del gruppo. Non sarebbe ancora stata presa nessuna decisione, ma tra i siti produttivi individuati ci sarebbero quelli di Rennes, Madrid e, appunto, Cassino.
Stellantis avrebbe già comunicato ai governi di Francia e Italia la sua volontà di disfarsi, in tutto o in parte, di quattro fabbriche. Il costruttore avrebbe già avviato colloqui con potenziali partner e acquirenti: in particolare, all’inizio di questo mese rappresentanti della Dongfeng Motor Corp, gruppo con sede a Wuhan e quotato alla borsa di Hong Kong, avrebbero visitato gli stabilimenti di Rennes e Madrid e altri siti non meglio precisati in Italia e Germania.
“Nell’ambito della sua normale attività, Stellantis intrattiene discussioni con diversi operatori del settore in tutto il mondo su vari argomenti, sempre con l’obiettivo finale di fornire ai clienti le migliori opzioni di mobilità. L’azienda non commenta le speculazioni”, ha dichiarato un portavoce del costruttore nato cinque anni fa dalla fusione tra Fiat-Chrysler e Peugeot.
La fabbrica di Cassino è quella messa peggio nel disastrato quadro produttivo italiano. Stando all’ultimo rapporto trimestrale della Fim-Cisl, lo stabilimento ciociaro nei primi tre mesi di quest’anno ha sfornato appena 2.916 auto – tra Alfa Romeo Giulia e Stelvio e Maserati Grecale – con un calo del 37,4% rispetto allo stesso periodo del 2025, mentre il confronto diventa impietoso se si risale anche solo al 2023, quando nel primo trimestre dell’anno qui furono assemblate 14.410 vetture.
Allo stabilimento frusinate erano state assegnate la piattaforma Stla Large, per produrre la prossima generazione di veicoli di marchi premium e di lusso, e le nuove Alfa Romeo Giulia e Stelvio, che avrebbero dovuto entrare in produzione entro la fine del 2025. Ma ad oggi nessuno dei due impegni è stato rispettato dall’azienda. L’attività è ormai ridotta a 5-6 giorni lavorativi al mese e i lavoratori rimasti in forza all’impianto sono poco più di 2mila. “La condizione del sito e dell’intero indotto ha ormai superato ogni limite di sostenibilità”, ha avvertito nei giorni scorsi la Fim-Cisl.
Le indiscrezioni sulla cessione di Cassino fanno seguito ad altri rumors di stampa secondo cui Stellantis sta valutando di affidare quasi per intero la componentistica delle sue auto elettriche ai cinesi di Leapmotor, azienda con cui la casa franco-italiana è in affari dal 2021.
Intanto, la Fiom-Cgil riferisce che ieri Stellantis ha annunciato l’avvio di una nuova procedura di uscite incentivate per 425 lavoratori nello stabilimento di Melfi, in Basilicata, dove l’anno scorso erano già stati spinti a lasciare l’azienda oltre 500 addetti. Eppure la fabbrica lucana, con l’avvio della produzione della nuova Jeep Compass, sta registrando performance in ripresa.
Il piano di uscite volontarie su Melfi si somma a quelli già previsti per Pomigliano (150 esuberi), Mirafiori (121), Atessa (302) e Termoli (50), per un totale di più di 1.000 lavoratori che lasceranno Stellantis Italia nei prossimi mesi.
“È inaccettabile che tutto questo avvenga prima della presentazione del piano industriale prevista per il 21 maggio, su cui chiediamo che ci sia una discussione preventiva che affronti, sito per sito, prospettive industriali e occupazionali”, attaccano dalla Fiom il segretario nazionale Samuele Lodi e il coordinatore automotive Ciro D’Alessio.
Il segretario generale delle tute blu della Cgil, Michele De Palma, chiama in causa anche il Governo Meloni: “Palazzo Chigi – dice – non può rimanere in silenzio dinnanzi alla situazione degli stabilimenti di Stellantis e della componentistica in Italia. Riteniamo necessario, prima dell’Investor Day del 21 maggio, che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni convochi un confronto preventivo tra Stellantis e le organizzazioni sindacali per mettere in sicurezza gli impianti e garantire l’occupazione”.
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