La decisione di rallentare nella corsa all’auto elettrica costa a Stellantis 22,2 miliardi di euro. La cifra è stata resa nota dallo stesso gruppo franco-italiano oggi, venerdì 6 febbraio, tramite un comunicato in cui si annunciano oneri aggiuntivi imprevisti che peseranno sul bilancio 2025. La notizia ha provocato un forte contraccolpo in borsa: a Piazza Affari il titolo della casa automobilistica ha registrato un crollo fino al 26,9%.
Per l’esercizio che si è chiuso lo scorso 31 dicembre, Stellantis – nonostante ricavi in aumento tra l’8 e l’11% – stima una perdita netta compresa tra i 19 e i 21 miliardi di euro. Di conseguenza, quest’anno l’azienda non distribuirà dividendi agli azionisti.
Nella nota si legge che il gruppo ha condotto una “valutazione approfondita della propria strategia e dei relativi costi necessari per riposizionare l’Azienda in funzione delle effettive preferenze dei suoi clienti“. In altre parole, il fatto che le vendite di auto elettriche stentino a decollare ha convinto il costruttore a rivedere il proprio piano industriale.
Ma a pesare sulla decisione di frenare sulle auto a batteria sono state indubbiamente anche le novità normative adottate dagli Stati Uniti e dalla Commissione europea, che hanno portato a un ridimensionamento dei precedenti piano di riconversione elettrica del settore automotive.
“Nel corso degli ultimi cinque anni Stellantis è diventata un leader nei veicoli elettrici e continuerà a essere all’avanguardia nel loro sviluppo. Questo percorso proseguirà ad un ritmo dettato dalla domanda e non per imposizione“, si legge nel comunicato del gruppo. “Stellantis si impegna a essere un punto di riferimento per la libertà di scelta, includendo quei clienti che, per stile di vita e necessità di lavoro, possono trovare nella crescente gamma di veicoli ibridi e con motori termici avanzati dell’Azienda, la soluzione giusta per loro”.
“Gli oneri annunciati oggi riflettono in larga parte il costo derivante da una sovrastima del ritmo della transizione energetica, che ci ha allontanato dalle esigenze, dalle possibilità e dai desideri reali di molti acquirenti di autovetture”, spiega l’amministratore delegato Antonio Filosa, in carica dallo scorso giugno dopo le dimissioni del precedente a.d., Carlos Tavares.
“Abbiamo esaminato ogni angolo della nostra attività e stiamo attuando i cambiamenti necessari, mobilitando tutta la passione e l’ingegno che abbiamo in Stellantis”, sottolinea il manager, che presenterà agli investitori il nuovo piano industriale il prossimo 21 maggio. “Nel 2026 – aggiunge Filosa – la nostra attenzione incrollabile sarà rivolta a colmare i gap di esecuzione del passato, così da dare ulteriore impulso ai primi segnali di rinnovata crescita”.
Oltre a non distribuire dividendi, il Consiglio d’amministrazione ha autorizzato l’emissione di obbligazioni ibride perpetue subordinate non convertibili fino a un importo massimo di 5 miliardi di euro. A conferma della nuova strategia, inoltre, oggi Stellantis ha annunciato anche la cessione a Lg Energy della quota del 49% in Nextstar Energy, impianto per la produzione di batterie per veicoli elettrici in Canada.
Nei mesi scorsi anche i gruppi statunitensi Ford e General Motors avevano annunciato maxi-correzioni di bilancio legati a un cambio di strategia sull’auto elettrica. A proposito delle svalutazioni di Stellantis, ai 22,2 miliardi di euro di oneri aggiuntivi si arriva sommando 14,7 miliardi tra modelli cancellati e redditività sotto le attese, 2,1 miliardi relativi al ridimensionamento della catena di fornitura dei veicoli elettrici e 5,4 miliardi per altri cambiamenti nell’operatività dell’azienda, tra cui la “riduzione della forza lavoro già comunicata nell’Europa allargata”.
Oggi Stellantis ha anche reso noto i dati sull’andamento della produzione nel quarto trimestre 2025: tra ottobre e dicembre il gruppo ha consegnato 1,5 milioni di veicoli a livello globale, con una crescita del 9% su base annua. A trainare l’incremento è stato il Nord America, dove le consegne sono aumentate del 43%, mentre nel mercato dell’Europa allargata si registra un calo del 4%.
In Italia l’anno passato è stato il peggiore dal 1957: le fabbriche del nostro Paese hanno assemblato appena 379.706 veicoli, il 20% in meno rispetto al già disastroso 2024. Secondo i calcoli del sindacato Fim-Cisl, quasi la metà della forza lavoro in Italia è sottoposta ad ammortizzatori sociali. La nuova strategia del Gruppo, meno focalizzato sull’auto elettrica, rende ancora più improbabile la realizzazione di una fabbrica di batterie a Termoli, che era stata annunciata a poi messa in stand-by.
Leggi l'articolo originale su TPI.it