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    Rapporto Censis: in Italia calano i liberi professionisti

    Di Redazione TPI
    Pubblicato il 15 Dic. 2021 alle 10:35

    I motivi sono diversi, per comprendere le ragioni alla base c’è bisogno di un’analisi profonda e strutturata. Di certo, avranno contribuito alla decrescita anche i pochi previsti dallo Stato negli ultimi anni, con i lavoratori autonomi troppo spesso lasciati fuori dai discorsi economici.

    Secondo il 55esimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, dal 2008 al 2020 il lavoro indipendente ha subìto una frenata importante: la riduzione è di 710mila unità, passando da quasi 6 milioni di occupati a poco più di 5 milioni.

    Uno dei picchi più bassi ha interessato gli ultimi mesi: tra il 2019 e il 2020 il saldo finale per i liberi professionisti ha portato il segno negativo, con meno 38.000 occupati.

    Nello stesso periodo, tra il 2008 e il 2020, invece, si è registrato un aumento del lavoro dipendente: nonostante le diverse crisi, l’ultima sanitaria dovuta al Covid-19, gli impiegati dipendenti sono aumentati di oltre mezzo milione, pari al +3,1%.

    La libera professione tra appeal e problematicità

    La libera professione continua ad attrarre gli italiani: secondo il 40% degli italiani, l’attività da indipendente è un’attività prestigiosa, che fa valere le competenze acquisite e l’impegno dedicato allo studio. Per il 34,1%, poi, si tratta di un lavoro utile, oltre che molto importante per la collettività.

    Ma perché non valutare una carriera di questo tipo? Il 29,9% degli italiani è convinto che non ci siano condizioni adeguate per avviare un’attività in proprio: troppi adempimenti burocratici, un eccessivo carico fiscale che grava sull’attività d’impresa e tanti altri fattori rendono difficoltoso il cammino.

    Il Covid-19 ha complicato ulteriormente il quadro, con il 40% degli individui che ha partecipato al sondaggio che ritiene che avviare un negozio o un’attività professionale dopo la pandemia sia un azzardo, a fronte di un 13% che la considera ancora un’opportunità.

    Le prospettive future non sono rosee e, anzi, per il 36,4% la crisi prodotta dalla pandemia aumenterà la precarietà. Appena un 27,8% ritiene che le risorse europee e il Pnrr saranno in grado di garantire occupazione e sicurezza economica per i lavoratori e le famiglie.

    La precarietà lavorativa influenza l’opinione dei cittadini nei confronti dello Stato e delle sue istituzioni. Il 58% della popolazione italiana tende a non fidarsi del governo, ma tra i giovani adulti la percentuale sale al 66%.

    Salari più bassi rispetto a 30 anni fa

    Il discorso relativo ai salari è quello che preoccupa di più gli italiani. Tra tutti i Paesi Ocse, il nostro è l’unico in cui le retribuzioni medie lorde annue sono diminuite: -2,9% in termini reali rispetto, ad esempio, al +276,3% della Lituania, il primo Paese in graduatoria.

    In Italia, dunque, il lavoro rende meno di 30 anni fa e la situazione è disastrosa a confronto con ogni Stato. Su 35 nazioni analizzate, la nostra è l’unica in negativo e anche il Giappone, penultimo nella classifica, ha comunque aumentato le retribuzioni della popolazione del 4,4%.

    Sul podio insieme alla Lituania ci sono l’Estonia (+237,2%) e la Lettonia (+200,5%). Hanno fatto bene la Corea del Sud (+92,2%), gli Stati Uniti (+47,7%) e il Regno Unito (+44,3%). La Germania fa registrare un +33,7% mentre la Francia è ferma a +31,1%.

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