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    Le province in Sardegna: evoluzione e confronto con le altre regioni

    Bandiera sarda
    Di Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani
    Pubblicato il 19 Apr. 2021 alle 19:08

    In piena pandemia il Consiglio regionale della Sardegna ha aumentato il numero di province e città metropolitane da cinque a otto, sebbene i cittadini sardi si fossero già espressi a favore di un sistema a quattro province nel 2012. Nel confronto con le altre regioni, tale scelta non sembra giustificabile da fattori come la popolazione residente. La decisione del Consiglio riprende il trend di aumento degli enti intermedi, ossia le province e le città metropolitane, che ha caratterizzato la storia italiana, contribuendo ad appesantire il sistema burocratico.

    L’evoluzione delle province in Sardegna

    L’assetto delle amministrazioni locali della Sardegna ha conosciuto numerose modifiche nel corso della sua storia. Dal 1927 la regione era suddivisa in tre province (Cagliari, Nuoro, Sassari). A queste si è aggiunta Oristano nel 1974.[2] Il numero è raddoppiato con una norma regionale del 2001, divenuta operativa nel 2005, che ha istituito le province di Medio Campidano, Sulcis Iglesiente, Ogliastra e Gallura. Nel 2012 i cittadini sardi si sono espressi, tramite un referendum consultivo, a favore dell’abolizione degli enti introdotti con la legge del 2001.

    La riorganizzazione amministrativa del territorio è avvenuta però solo nel 2016, con una legge regionale che ha soppresso le province oggetto del referendum e diviso la provincia di Cagliari tra l’omonima città metropolitana e la provincia del Sud Sardegna, riducendo pertanto il numero complessivo degli enti intermedi da otto a cinque (quattro province e una città metropolitana).[3]

    Nonostante l’esito del referendum e il riassetto amministrativo, il 31 marzo 2021 il Consiglio regionale ha approvato il Testo Unico degli Enti locali, con il quale sono ripristinate le province di Sulcis Iglesiente, Medio Campidano, Ogliastra e Gallura (che viene rinominata Nord-Est), mentre la provincia di Sassari diventa città metropolitana. Inoltre, la provincia del Sud Sardegna viene inglobata nella città metropolitana di Cagliari che passa così da 17 a 71 comuni. Con la nuova norma il totale di province e città metropolitane ritorna dunque a otto.

    Il confronto con le altre regioni

    Dopo questa riorganizzazione, ci sarà un ente intermedio ogni 201.543 abitanti, contro una media nazionale di 542.195 abitanti. Escludendo le regioni con meno di mezzo milione di residenti, la Sardegna presenta il minor numero di abitanti per ente intermedio (fig. 1).

    Inoltre, si osserva che la Sicilia, che presenta caratteristiche simili sia dal punto di vista istituzionale (statuto speciale) sia geografico (entrambe sono isole e presentano una simile superficie in km2 e morfologia del territorio), ha solo un ente in più rispetto alla Sardegna pur avendo il triplo della popolazione.[4]

    L’evoluzione delle province in Italia

    La norma regionale sarda segna la ripresa del trend crescente che ha caratterizzato il numero di enti intermedi in Italia negli ultimi cento anni. Nel periodo del regime fascista le province aumentarono da 69 a 91. Dal dopoguerra, dopo la reintegrazione della provincia di Trieste nel 1954, venne istituita la provincia di Pordenone nel 1968, cui seguirono Isernia nel 1970 e Oristano nel 1974.

    L’incremento divenne più sostanziale nel 1992, quando il Parlamento votò la creazione di otto nuove province (Biella, Crotone, Lecco, Lodi, Prato, Rimini, Verbasco-Cusio-Ossala e Vibo Valentia), portando il totale a 103. Oltre alla legge regionale sarda del 2001, altre tre province sono state istituite dal Parlamento nel 2004 (Monza e Brianza, Fermo, Barletta-Andria-Trani): il totale è così giunto a 110.

    Nel 2014 la “legge Delrio” ha istituito le città metropolitane, che insieme alle prime costituiscono gli enti locali intermedi, avendo funzioni e organi simili.[5] Alcune province sono state convertite in città metropolitane: Roma Capitale, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria (e in seguito Cagliari, Sassari, Catania, Messina e Palermo).

    Successivamente, la Sardegna ha ridotto il numero degli enti di tre unità nel 2016, mentre il Friuli Venezia-Giulia ha soppresso le quattro province di Gorizia, Pordenone, Trieste e Udine tra il 2017 e il 2018 e ha creato diciotto Unioni Territoriali Intercomunali. Tuttavia, nel 2019 le ha abolite e istituito quattro Enti di decentramento regionale (EDR), i cui territori di competenza corrispondono a quelli delle province soppresse. Infine, con il ripristino delle province sarde il numero complessivo degli enti intermedi italiani è tornato a quota 110.[6]

    Sistema provinciale e burocrazia

    L’eccesso di enti intermedi appesantisce il sistema burocratico, in quanto provoca sovrapposizioni di competenze tra enti di diverso livello e “moltiplica” le strutture preposte quando le funzioni si ripetono in più province (ad esempio, in Sardegna vi sono otto ASL, pari al numero degli enti intermedi).

    Nell’ultimo decennio è stato avviato un processo di riforma degli enti locali, al fine di semplificare il sistema amministrativo. La legge Delrio (rimasta in vigore per la bocciatura del referendum costituzionale del 2016 e la mancata abolizione delle province) declassa il presidente della provincia e il consiglio provinciale a organi elettivi di secondo grado (non eletti direttamente dai cittadini). La norma dispone inoltre la riallocazione delle funzioni tra i diversi livelli di governo locale, lasciando alle province poche competenze fondamentali, come l’edilizia e la rete scolastica, la costruzione e la manutenzione di strade provinciali, alcune competenze in materia ambientale, il controllo delle discriminazioni nel mondo del lavoro e la promozione delle pari opportunità sul territorio.[7]

    Tuttavia, il trasferimento delle funzioni dalle province agli altri enti locali si è rivelato un processo difficoltoso, con risultati eterogenei tra le regioni. In particolare, per quelle ad autonomia speciale la riassegnazione delle competenze previste dalla legge Delrio non è stata applicata direttamente, in quanto esse erano tenute ad adeguarsi solo ai principi ma non alle disposizioni della norma.[8]

    Per quanto concerne gli effetti sulla spesa pubblica, a causa delle risorse assorbite dall’esercizio delle funzioni attribuite agli enti intermedi, i costi legati all’aumento delle province sarde sono potenzialmente superiori ai circa 2,5 milioni stabiliti dalla Regione per la sola attuazione della norma. Tuttavia, anche grazie alla legge Delrio, oggi l’impatto del sistema provinciale sulla spesa pubblica è più limitato che in passato.

    In conclusione, l’aumento delle province in Sardegna non sembra motivato da ragioni legate alle esigenze della popolazione, né dovuto alla volontà dei cittadini stessi. Inoltre, segna il ritorno a un andamento crescente del numero degli enti intermedi, che contribuisce a complicare la burocrazia in Italia.

    [1] L’autore della nota è Salvatore Liaci.

    [2] Legge 16 luglio 1974 n. 306.

    [3] Legge regionale 4 febbraio 2016, n. 2 sul Riordino del sistema delle autonomie locali della Sardegna.

    [4] Si veda: http://dati.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCIS_POPRES1.

    [5] Legge 7 aprile 2014, n. 56 (c.d. “legge Delrio”).

    [6] Gli enti di decentramento regionale (EDR) sono sottoposti al controllo della Regione ma hanno personalità giuridica, autonomia gestionale, patrimoniale, contabile nonché organizzativa.

    [7] Si veda: https://www.camera.it/temiap/documentazione/temi/pdf/1104880.pdf.

    [8] Si veda: https://www.openpolis.it/esercizi/la-semplificazione-mancata-di-un-sistema-sempre-piu-complesso/.

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