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    Operatori vs Big Tech: battaglia sulla rete delle telecomunicazioni

    Credit: Unsplash

    Le piattaforme digitali hanno fatto esplodere la domanda di Internet. Ma i costi per adeguare l’infrastruttura sono rimasti a carico del settore tlc. Così, mentre i colossi del web si sono arricchiti, le compagnie telefoniche sono andate in crisi. E gli investimenti hanno rallentato

    Di Enrico Mingori
    Pubblicato il 10 Lug. 2026 alle 14:18

    Tra il 2010 e il 2024 il traffico dati da rete fissa in Italia è aumentato di venti volte e quello da rete mobile è più che centuplicato, eppure nello stesso arco temporale i ricavi lordi complessivi delle compagnie telefoniche sono crollati del 33%. Può sembrare un paradosso, invece è il risultato logico delle regole che governano il settore delle telecomunicazioni nel nostro Paese e in Europa. Da un lato, una concorrenza aggressiva che comprime i prezzi e assottiglia i margini, dall’altro la tecnologia che corre veloce e richiede sempre maggiori investimenti. Sullo sfondo, le grandi piattaforme digitali, che assorbono gran parte della domanda di connettività senza però contribuire a sostenere i costi di sviluppo della rete.

    È in questo scenario che si inserisce il dibattito sul Digital Networks Act, la proposta di regolamentazione dell’infrastruttura delle tlc presentata all’inizio di quest’anno dalla Commissione europea. L’obiettivo del disegno di legge è armonizzare le norme tra i Paesi membri, favorire gli investimenti e affrontare il tema della ripartizione dei costi tra le telco e i colossi del web. Tuttavia le soluzioni concepite da Bruxelles convincono solo a metà gli operatori del settore.

    Ecosistema complesso
    Negli ultimi quindici anni la filiera delle telecomunicazioni ha subito profonde trasformazioni. Il modello tradizionale verticalmente integrato – pochi grandi operatori che tendenzialmente gestivano tutte le fasi del processo – è stato soppiantato da uno schema nuovo: le tlc oggi sono un ecosistema in cui le relazioni tra gli operatori sono complesse e articolate. 

    La tecnologia è avanzata a grandi falcate, tra 5G e fibra ottica. Nel mercato sono entrati nuovi soggetti provenienti da altri settori – i cosiddetti Mvno: mobile virtual network operator – che puntano a fidelizzare la propria clientela e si accontentano quindi di marginalità basse (in Italia è il caso, ad esempio, di Poste Italiane e Coop ma è atteso l’arrivo di Sky ed Enel). A loro volta, le telco – che in Italia sono quattro: Tim, Wind Tre, Fastweb+Vodafone e Iliad – si sono affacciate su nuovi business (media, finanza, energia, assicurazioni) in cerca di fonti di ricavo più profittevoli. La novità più dirompente, però, è stata la crescita esponenziale dei social, delle app di messaggistica online, delle piattaforme di video in streaming: player che nel gergo del settore vengono chiamate “Over The Top” (Ott) perché offrono i propri servizi “al di sopra” delle reti, raggiungendo i loro utenti grazie alle connessioni Internet fornite dalle compagnie telefoniche.

    Queste aziende hanno rivoluzionato le nostre abitudini di comunicazione e intrattenimento e hanno fatto impennare il consumo di traffico dati (in quindici anni +1.800% per la rete fissa e +12.500% per la rete mobile). Oggi Meta, Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet e Netflix generano da soli il 55% del traffico in rete

    L’esplosione della domanda di connettività ha imposto – e impone – un continuo adeguamento della rete che regge le connessioni. In Europa si stima un fabbisogno di investimenti pari a 200mila miliardi di euro entro il 2030. Ma gli investimenti infrastrutturali degli Ott si limitano essenzialmente ai data center che ospitano i server da cui parte il loro segnale: i costi di realizzazione e manutenzione della rete sono quasi interamente a carico degli operatori delle telecomunicazioni. I quali però – sfiancati da una guerra sui prezzi all’ultimo cliente – faticano a reggere il passo.

    A questo quadro si aggiunge l’intelligenza artificiale, che cambia ancora una volta gli schemi delle telecomunicazioni: mentre oggi la rete gestisce soprattutto il download, cioè il traffico di dati verso i dispositivi collegati, con l’avvento dell’IA cresce in modo rapido il traffico nella direzione opposta, dai dispositivi collegati ai server.

    Effetto domino
    Negli Stati Uniti un abbonamento mensile alla rete fissa costa in media 65 dollari, mentre per 1 giga di rete mobile si pagano 6 dollari. Tariffe spaventosamente alte, se confrontate con quelle europee. Nel vecchio continente il prezzo medio mensile è 32 dollari per la connessione fissa e 1,5 dollari per 1 giga di mobile. In Italia, però, scendiamo ancora più giù: 30,9 dollari per la rete fissa e 0,09 dollari per 1 giga di mobile.

    Può sembrare una buona notizia per gli utenti del nostro Paese, ma lo è solo fino a un certo punto: le tariffe basse limitano la possibilità di investire. Così, a cascata, si innesca un meccanismo che finisce per rallentare l’ammodernamento dell’infrastruttura e quindi il miglioramento della qualità del servizio.

    Nel giro di tre lustri il margine operativo lordo delle telco si è dimezzato, passando dai 16,6 miliardi di euro del 2010 ai 7,7 miliardi del 2024. A queste condizioni, finanziare lo sviluppo della rete diventa complicato. E infatti rispetto al 2019 gli investimenti privati sono diminuiti del 26% in termini reali e del 13% in termini nominali, solo in minima parte compensati dal contributo pubblico (il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha stanziato per le reti digitali circa 6,5 miliardi di euro in cinque anni, quando le aziende hanno investito la stessa cifra nel solo 2024).

    La conseguenza è che oggi in Italia il 40% delle connessioni Internet viaggia ancora su cavi in fibra misto rame, mentre la fibra ottica pura raggiunge solo un terzo dell’utenza, a fronte di una media europea del 69%.

    La guerra dei prezzi
    Le più elementari leggi del mercato suggerirebbero agli operatori di reagire alzando le tariffe applicate alla clientela. Ma qui subentra il tema della concorrenza serrata che caratterizza il nostro mercato.

    Come detto, nel nostro Paese le telco sono quattro: Tim, Wind Tre, Fastweb+Vodafone e Iliad. Quest’ultima è entrata in scena nel 2018, dopo il via libera concesso dalla Commissione europea alla fusione tra Wind e Tre. Quel matrimonio – voluto dalle due aziende per ridurre i costi e dare nuovo slancio agli investimenti – avrebbe ridotto gli operatori da quattro a tre (come in Germania). Ma Bruxelles – preoccupata da un possibile aumento dei prezzi – lo autorizzò solo a condizione che un nuovo quarto player entrasse sul mercato: Wind Tre fu quindi obbligata a cedere a Iliad frequenze, siti per le antenne e altri asset.

    Così il settore è rimasto invischiato in una guerra al ribasso sui prezzi, resa ancor più aspra dalla competizione con operatori virtuali (gli Mvno) che acquistano all’ingrosso la capacità di rete dalle telco e spesso accettano margini più contenuti pur di fidelizzare la propria clientela. Non solo: ad aggiungere ulteriore pressione c’è il fatto che – a differenza di altri mercati, come quello bancario – nelle telecomunicazioni gli utenti possono agilmente passare da un fornitore all’altro, inseguendo l’offerta più vantaggiosa, senza dover nemmeno cambiare il proprio numero di telefono. 

    Questo assetto deriva in parte da scelte industriali passate discutibili – puntare su una competizione al ribasso esasperata – ma in parte anche dalle politiche regolatorie dettate dalla Commissione europea, che in questi anni ha sempre messo al primo posto l’incentivazione della concorrenza allo scopo di tenere basse le tariffe. 

    Tuttavia un simile approccio rischia, alla lunga, di strozzare l’innovazione. Come ha osservato il premio Nobel per l’Economia Philippe Aghion, la concorrenza favorisce l’innovazione solo finché resta «dinamica»: se la pressione competitiva diventa eccessiva e comprime oltre misura i margini delle imprese, queste finiscono per ridurre gli investimenti, rallentando proprio quel progresso tecnologico che la concorrenza dovrebbe incentivare. È esattamente ciò che sta accadendo nel settore tlc.

    Il Digital Networks Act
    Ora con il Digital Networks Act potremmo essere dinnanzi a un cambio di paradigma da parte dell’Ue. Questa proposta di regolamento – che riunisce in un unico quadro la revisione delle regole sulle reti e dei servizi di comunicazione elettronica, la gestione dello spettro radio e le norme sull’accesso alle infrastrutture digitali – si muove nella direzione di una politica industriale a lungo invocata nel settore. Tra le principali misure, spiccano il superamento delle reti in rame a favore della fibra ottica,  l’armonizzazione delle procedure autorizzative per lo sviluppo della fibra e del 5G, l’introduzione del «passaporto europeo» per gli operatori. 

    Quanto al difficile rapporto tra telco e Ott, viene previsto un meccanismo di conciliazione su base volontaria: in caso di mancato accordo sulla remunerazione dell’utilizzo delle reti da parte delle piattaforme digitali, il singolo operatore e il singolo Ott possono convenire di attivare una procedura di mediazione davanti alle autorità nazionali di regolazione, chiamate a favorire un’intesa su un eventuale equo contributo («fair share») a carico del player digitale. Ma l’esito di tale procedura non è vincolante: qualora persista il disaccordo, il braccio di ferro può finire davanti a un giudice.

    Si tratta di una soluzione sovrapponibile a quella adottata dall’Ue – con la Direttiva del 2019 sul diritto d’autore – per risolvere la controversia di mercato tra gli stessi Ott e il settore dell’editoria. In quel caso viene contestato alle Big Tech di monetizzare i contenuti dei media tradizionali senza riconoscere loro un adeguato compenso. E anche in quel caso Bruxelles ha scelto di comporre il dissidio adottando un impianto basato su una negoziazione tra le parti e su strumenti di composizione delle dispute, più che su imposizioni dirette di prezzo o contributi obbligatori.

    Ma, come nel caso dell’editoria, anche nelle telecomunicazioni il meccanismo conciliativo non convince appieno nessuno dei due fronti. Le associazioni di categoria delle telecomunicazioni – tra cui Etno, Connect Europe e AssTel – lamentano che, senza un obbligo effettivo di accordo o di contribuzione da parte delle piattaforme digitali, il confronto resterà sbilanciato. Sul versante opposto, gli Ott – rappresentati da Ccia e Dot Europe – contestano la proposta alla radice, sostenendo che il traffico generato dalle loro piattaforme non giustifichi un prelievo specifico e che l’accesso alle reti debba restare regolato secondo principi di neutralità, dunque senza nuovi oneri economici diretti a loro carico.

    Tra gli Usa e l’Europa
    Negli Stati Uniti, la patria della maggior parte delle piattaforme digitali, l’architettura del settore è radicalmente diversa. Il sistema è essenzialmente governato da contratti privati, in base ai quali i costi della connettività vengono ripartiti tra i vari attori della filiera. 

    Meta, Alphabet, Amazon, Netflix e gli altri colossi del web contribuiscono allo sviluppo della rete attraverso accordi di interconnessione con gli operatori e tramite le Content Delivery Network, sistemi di server distribuiti in vari punti del Paese che consentono di avvicinare i contenuti agli utenti. Così, di fatto, pur senza un’imposizione normativa, le Big Tech aiutano a rendere la rete più efficiente e in grado di reggere l’aumento costante del traffico.

    In Europa, invece, gli Ott si mantengono più riluttanti a sostenere il potenziamento dell’infrastruttura. Di questo passo – in mancanza di onerosi e costanti investimenti pubblici: scenario improbabile – gli orizzonti possibili sono due: o le telco, per tenere il ritmo dell’innovazione tecnologica, andranno sempre più in sofferenza (con eventuali ripercussioni sull’occupazione) o lo sviluppo della rete risulterà rallentato.

    In Italia il settore delle telecomunicazioni vale circa il 6% del Pil e dà lavoro a oltre 200mila persone. Trovare un equilibrio virtuoso fra operatori, piattaforme, clienti e adeguamento infrastrutturale è la sfida su cui si misurerà nei prossimi anni la tenuta del “sistema nervoso” della trasformazione digitale.

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