Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ipotizza di introdurre una tassazione diversificata sugli utili delle banche, colpendo con un’aliquota più elevata i profitti generati dalla gestione del risparmio rispetto a quelli derivanti dalla semplice attività di intermediazione creditizia.
Lo ha affermato intervenendo a un convegno al Cnel. “Diciamocelo chiaramente”, ha osservato: “Se uno fa l’analisi degli utili di esercizio delle banche, tra le grandi e le piccole, vedrà come è cambiata l’origine di questo utile, che viene distribuito per dividendo a grandi fondi”. “L’aliquota è identica per qualsiasi forma e origine, ma le finalità sono molto più meritorie, in termini di effetti sull’economia reale, se io faccio margine di intermediazione creditizia, piuttosto che gestione di patrimonio, commissione, eccetera… Io penso bisognerebbe avviare una riflessione”.
Il ministro fa leva sull’idea che non tutti i profitti bancari abbiano lo stesso valore sociale. Secondo questa impostazione, gli utili derivanti dall’attività tradizionale di raccolta del risparmio e concessione del credito contribuirebbero direttamente alla crescita economica, mentre quelli generati dalla gestione patrimoniale, dalle commissioni e da altri servizi finanziari non sarebbero legati all’economia reale. Ma è proprio qui il punto debole della sua proposta.
Per comprendere il punto bisogna partire da un dato semplice. Le attività di gestione patrimoniale, risparmio amministrato, fondi comuni, polizze finanziarie e consulenza sono servizi costruiti intorno ai risparmi dei cittadini: denaro che appartiene a famiglie, pensionati, professionisti e imprese. È economia reale, eccome. E le commissioni altro non sono che il corrispettivo per lo svolgimento di questi servizi.
Se il legislatore introducesse una tassazione più elevata sugli utili derivanti da tali attività, l’effetto economico finale difficilmente resterebbe confinato agli azionisti degli istituti. Come avviene in qualsiasi settore, una quota del maggiore onere fiscale verrebbe inevitabilmente trasferita sulla clientela attraverso commissioni più alte, minori rendimenti netti, costi aggiuntivi o servizi meno competitivi. A pagare sarebbero, in definitiva, i risparmiatori. Così la proposta del ministro Giorgetti rischia di trasformarsi in una patrimoniale indiretta.
Intervenire selettivamente sulla composizione degli utili significa attribuire allo Stato il compito di stabilire quali attività bancarie siano fiscalmente “buone” e quali meno. È una logica che rischia di alterare il mercato e di penalizzare un settore, quello del risparmio gestito, oggi più che mai strategico nella competizione tra Stati.
In un mercato finanziario sempre più internazionale, la ricchezza può facilmente spostarsi verso Paesi che offrono condizioni più vantaggiose: una tassazione maggiorata sulla gestione del risparmio rischierebbe di spingere una parte dei clienti a rivolgersi a intermediari esteri per amministrare i propri investimenti.
Le cronache economico-finanziarie degli ultimi mesi e degli ultimi giorni confermano che oggi la competizione tra i sistemi finanziari, anche all’interno dell’Europa, si gioca sempre più sulla capacità di attrarre e gestire grandi masse di risparmio. Introdurre penalizzazioni fiscali su questi asset rischia di indebolire il Sistema Paese.