Il numero più impressionante del nuovo rapporto Sipri non è solo il totale – enorme – della spesa militare mondiale, è la sua normalizzazione. Nel 2025 il pianeta ha destinato alle forze armate 2.887 miliardi di dollari, il massimo mai registrato dallo Stockholm International Peace Research Institute, e lo ha fatto per l’undicesimo anno consecutivo di crescita. L’aumento reale rispetto al 2024 è del 2,9 per cento, molto meno dell’impennata dell’anno precedente, ma abbastanza per confermare che il riarmo non è più una parentesi aperta da una singola guerra: è il linguaggio ordinario con cui molti governi rispondono all’incertezza internazionale.
Big 5
Secondo il Fact Sheet Trends in World Military Expenditure 2025, pubblicato il 27 aprile 2026, la spesa militare equivale ormai al 2,5 per cento del Pil mondiale e a circa 352 dollari per abitante. Nel decennio 2016-2025 l’incremento cumulato è stato del 41 per cento. La crescita del 2025 è inferiore al 9,7 per cento del 2024, ma non segnala un’inversione: mostra che l’aumento dei bilanci della difesa si è diffuso e stabilizzato. Il Sipri osserva che, senza gli Stati Uniti, la spesa mondiale sarebbe cresciuta del 9,2 per cento: Europa, Asia e alcuni Paesi del Sud globale contribuiscono sempre più all’aumento complessivo.
La concentrazione resta altissima. I primi cinque Paesi — Stati Uniti, Cina, Russia, Germania e India — hanno speso 1.686 miliardi di dollari, pari al 58 per cento del totale mondiale; i primi quindici arrivano all’80 per cento. Gli Stati Uniti restano primi, con 954 miliardi di dollari, circa un terzo della spesa globale, pur con un calo reale del 7,5 per cento legato soprattutto alla riduzione degli stanziamenti supplementari per l’assistenza militare all’estero. Non è un disimpegno: Washington continua a finanziare programmi centrali, dalla modernizzazione nucleare ai sottomarini Columbia e Virginia.
La Cina, seconda al mondo, ha destinato alla difesa 336 miliardi di dollari, il 7,4 per cento in più rispetto al 2024. È il trentunesimo aumento annuale consecutivo, la serie più lunga nel database Sipri. La spesa resta pari a circa l’1,7 per cento del Pil, ma sostiene una modernizzazione militare di lungo periodo. Il dato cinese è meno spettacolare di altri, ma più indicativo: non una fiammata, bensì una traiettoria stabile.
La rincorsa europea
Il centro politico del rapporto è però l’Europa. Nel 2025 la spesa militare del continente ha raggiunto 864 miliardi di dollari, con un aumento del 14 per cento in un anno e del 102 per cento rispetto al 2016. L’Europa rappresenta ormai il 30 per cento della spesa mondiale. La guerra tra Russia e Ucraina resta il fattore principale, insieme all’incertezza sulla garanzia statunitense e alla pressione Nato per una maggiore condivisione degli oneri. I 29 membri europei dell’Alleanza hanno speso complessivamente 559 miliardi di dollari; secondo la metodologia Sipri, 22 di loro hanno raggiunto o superato la soglia del 2 per cento del Pil.
La Germania è il simbolo di questa svolta. Con 114 miliardi di dollari, è diventata il quarto Paese al mondo per spesa militare. L’aumento del 24 per cento nel 2025 è il terzo incremento annuo a doppia cifra consecutivo, e il peso militare tedesco è salito al 2,3 per cento del Pil, sopra il 2 per cento per la prima volta dal 1990. Anche la Spagna ha registrato un balzo del 50 per cento, arrivando a 40,2 miliardi. L’Europa occidentale, in sostanza, non si limita più a compensare ritardi precedenti: sta ridefinendo il rapporto tra sicurezza, industria e politica fiscale.
Il caso italiano
Dentro questa dinamica si colloca anche l’Italia, che nel rapporto Sipri occupa il dodicesimo posto mondiale con 48,1 miliardi di dollari di spesa militare nel 2025. L’aumento reale è del 20 per cento rispetto al 2024 e del 57 per cento rispetto al 2016; il peso sul Pil arriva all’1,9 per cento, ancora sotto la soglia del 2 per cento ma vicino al traguardo discusso in ambito Nato. Il dato mostra una trasformazione meno appariscente di quella tedesca o spagnola, ma non marginale: Roma è stabilmente tra i principali attori del riarmo europeo. La crescita va letta insieme alla pressione degli alleati, al rinnovo delle capacità convenzionali e alla centralità dell’industria nazionale della difesa, ormai sempre più intrecciata alle scelte di bilancio pubblico.
Proprio sul dato italiano interviene Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio Opal, invitando a distinguere tra aumento reale e rappresentazione contabile. Secondo Beretta, una parte consistente dell’incremento «più che ad un reale aumento della spesa militare» sarebbe attribuibile a «un’operazione contabile effettuata dal ministero della Difesa» per dimostrare in ambito Nato l’avvicinamento alla quota del 2 per cento del Pil. L’osservazione incrocia un nodo segnalato dallo stesso Sipri: quando i confini tra difesa, sicurezza, infrastrutture critiche e resilienza civile diventano troppo sfumati, la trasparenza pubblica diminuisce e diventa più difficile valutare le capacità militari effettive. Non a caso il rapporto richiama anche il dibattito sull’eventuale inclusione del ponte sullo Stretto di Messina tra le spese italiane collegate alla sicurezza.
Il caso italiano non si esaurisce però nella contabilità Nato. Beretta ricorda che nei tre anni del governo Meloni sono stati approvati 78 programmi di riarmo, con stanziamenti pluriennali per 36,4 miliardi di euro. Tra i programmi cita nuovi carri armati Panther, caccia Typhoon, obici Rch-155, fregate Fremm Evo e sottomarini U-212 Nfs. Il punto, più che l’elenco dei sistemi, è la direzione politica: la spesa italiana non cresce solo per adeguarsi a una soglia formale, ma consolida una filiera di procurement di lungo periodo, con effetti su industria, alleanze e bilancio pubblico. Beretta sottolinea inoltre che l’Italia si colloca subito dopo Israele, fermo a 48,3 miliardi di dollari, mentre nel 2025 Roma avrebbe autorizzato importazioni di armamenti israeliani per circa 85 milioni di euro. È un elemento che lega bilancio militare, politica estera e controllo parlamentare sull’export-import di armi.
I conflitti aperti
La Russia è il terzo maggiore spenditore mondiale, con 190 miliardi di dollari, il 5,9 per cento in più rispetto al 2024 e il 7,5 per cento del Pil. La crescita è meno rapida che negli anni successivi all’invasione dell’Ucraina, ma resta significativa. La spesa militare ha raggiunto il 20 per cento della spesa governativa, il livello più alto mai registrato dal Sipri per Mosca, mentre aumenta l’opacità delle voci classificate.
L’Ucraina, al settimo posto mondiale, rappresenta il caso estremo. Nel 2025 ha speso 84,1 miliardi di dollari, il 20 per cento in più rispetto al 2024 e il 1.501 per cento in più rispetto al 2016. La spesa militare equivale al 40 per cento del Pil e al 63 per cento della spesa pubblica, i valori più alti al mondo. Questo dato misura la trasformazione di uno Stato in economia di guerra: munizioni, armamenti, personale, produzione interna e bilanci continuamente rivisti. Nel 2025 Kiev ha ricevuto 52,2 miliardi di dollari dai partner per sostenere il bilancio statale. La guerra appare quindi come una doppia asimmetria: la Russia mobilita una base economica più grande e meno trasparente; l’Ucraina sostiene un sacrificio relativo molto più alto e dipende dall’assistenza esterna.
Fuori dall’Europa, il secondo motore della crescita è l’Asia-Oceania, dove la spesa ha raggiunto 681 miliardi di dollari, l’8,1 per cento in più rispetto al 2024. La regione è attraversata da tensioni tra Stati Uniti e Cina, minaccia nordcoreana, pressione su Taiwan e rivalità India-Pakistan. Il Giappone ha speso 62,2 miliardi, Taiwan 18,2 miliardi e l’India 92,1 miliardi.
Il Medio Oriente presenta un quadro diverso: 218 miliardi di dollari, quasi stabile rispetto al 2024 ma superiore del 36 per cento al 2016. L’Arabia Saudita resta prima nella regione con 83,2 miliardi; Israele scende a 48,3 miliardi, ma resta 97 per cento sopra il 2022. L’Africa cresce dell’8,5 per cento fino a 58,2 miliardi. Nelle Americhe, invece, il totale scende del 6,6 per cento a 1.065 miliardi, quasi interamente per effetto del calo statunitense.
Il nodo politico
Il messaggio politico del rapporto è chiaro: la spesa militare indica ormai la frammentazione dell’ordine internazionale. L’aumento dei bilanci non produce automaticamente maggiore sicurezza: spesso è risposta e insieme causa di percezioni di minaccia, alimentando una spirale di riarmo difficile da interrompere. Per l’Italia, il nodo politico non è solo raggiungere una percentuale di Pil, ma decidere con quale trasparenza, priorità industriali e controllo parlamentare finanziare la nuova stagione della difesa. La domanda decisiva, per i prossimi anni, sarà se questo riarmo resterà uno strumento di deterrenza controllata o diventerà il linguaggio ordinario, e permanente, delle relazioni internazionali.