Leggi TPI direttamente dalla nostra app: facile, veloce e senza pubblicità
Installa
Menu
  • Economia
  • Home » Economia

    Caro bollette, la proposta di TPI: ecco come lo Stato può intervenire senza aumentare il debito pubblico

    Lo Stato italiano può disinnescare la bomba sociale che sta per esplodere. Tagliando subito il 50% dei rincari sulle bollette. E senza aumentare il debito pubblico. Ecco l’appello del nostro giornale, sostenuto da esperti e accademici e sottoscritto da oltre 90mila cittadini

    Di Enrico Mingori
    Pubblicato il 7 Ott. 2022 alle 07:56 Aggiornato il 7 Ott. 2022 alle 08:14

    Non ci eravamo più abituati, all’inflazione. Negli ultimi vent’anni, fra la stabilità dell’Euro e una recessione che ha tramortito la propensione generale all’acquisto, quasi mai i prezzi al consumo in Italia erano aumentati oltre la soglia del 2%, definita «ottimale» dalle banche centrali. Anzi, per lungo tempo si è combattuto il fenomeno opposto: la deflazione, ossia il calo dei prezzi causato da una contrazione dell’economia. Da ormai un anno invece l’inflazione ha ripreso a galoppare. Sempre più forte. Troppo. Fino a raggiungere ritmi che non si vedevano dai primi anni Ottanta. Lo scorso, settembre secondo l’Istat, l’indice dei prezzi al consumo ha fatto segnare un aumento dell’8,9% su base annua, un exploit a cui non stanno corrispondendo incrementi di pari misura sul fronte dei salari. Comprare beni essenziali come il pane oggi è molto più costoso di quanto fosse fino a un anno fa, ma a trainare i rincari sono soprattutto i beni energetici, rivalutati rispetto a settembre 2021 ben del 44,5%. Milioni di famiglie stanno ricevendo in queste settimane bollette di luce e gas con importi lievitati anche del doppio, mentre ci sono imprese in certi settori che rischiano la chiusura davanti a costi energetici aumentati di dieci volte.

    È sulla base di queste premesse che TPI ha deciso di lanciare una petizione sulla piattaforma online Change.org per chiedere che lo Stato si faccia carico di almeno il 50% dei rincari sulle bollette. Ne va della tenuta economica e sociale del Paese. Abbiamo lanciato questo appello venerdì 30 settembre e in pochi giorni abbiamo ricevuto decine di migliaia di adesioni: nel momento in cui scriviamo le firme sono più di 90mila. A sostenerci non sono solo semplici cittadini, artigiani, commercianti, imprenditori messi in ginocchio dal caro bollette, ma anche esperti del settore e illustri accademici. Tra questi, gli economisti Vincenzo Visco, Andrea Roventini, Mikhail Maslennikov; il sociologo Andrea De Masi; il professor Giuliano Garavini, docente di Storia delle relazioni internazionali Università Roma Tre.

    Speculazione selvaggia

    Ma prima di spiegare come funziona la nostra proposta e da dove lo Stato potrebbe attingere le risorse necessarie, facciamo un passo indietro e andiamo a vedere come si è originata questa crisi. Tutto è iniziato con l’uscita dai lockdown anti-pandemici. Sospinti da robusti finanziamenti pubblici, nel corso del 2021 i consumi mondiali hanno ripreso a correre più del previsto e l’offerta, impreparata, non ha saputo tenere il passo. Sul fronte energetico ciò ha provocato un’impennata generale dei prezzi di gas, petrolio, materie prime. Il “carico da novanta” ce lo ha messo poi la guerra in Ucraina, che ha aumentato l’incertezza sui mercati finanziari del metano favorendo la speculazione. Così il gas, che fino a metà dell’anno scorso sul listino Ttf di Amsterdam costava circa 20 euro al megawattora, è schizzato alla fine di agosto a 340, un picco oltre ogni logica apparente. E il fatto che da qualche settimana, nonostante gli enormi problemi di approvvigionamento dalla Russia, le quotazioni si siano raffreddate anziché salire ulteriormente (si oscilla adesso intorno a quota 200 euro) dimostra per paradosso quanto il mercato del metano sia in balia più delle speculazioni finanziarie che della dinamica domanda-offerta.

    Il fenomeno riguarda l’intera Europa, ma per un Paese come l’Italia, che dipende dal gas per quasi metà dei propri consumi energetici, le conseguenze di tutto questo sono pesanti più che altrove. I rincari sul Ttf si sono presto scaricati sulle bollette spedite a famiglie e imprese, ma milioni di cittadini e aziende hanno serie difficoltà a pagare, come abbiamo più volte documentato in questi mesi sul nostro giornale (compreso questo numero). Secondo Assoutenti, il conto annuo per ogni famiglia alla fine del 2022 sarà in media di 1.231 euro più salato rispetto al 2021, mentre per Confcommercio ci sono già ben 881mila piccole e micro imprese che sotto i colpi del caro-energia rischiano di chiudere. La bomba sociale è qui e adesso. Ed è per questo che non c’è tempo da perdere. «La situazione è molto complicata e si prevedono un autunno e un inverno difficili», conferma a TPI Stefano Besseghini, presidente dell’Arera, l’Autorità di regolazione per l’Energia. «Esiste una vasta categoria di consumatori non destinataria di aiuti diretti su cui gli aumenti delle bollette impattano molto. Pertanto, il nuovo Governo dovrà valutare come intervenire, sperando che la Ue venga in aiuto».

    Lumaca europea

    Eppure in Europa l’iter per stabilire come alleviare l’impatto di queste bollette folli procede a rilento. Da più di sei mesi il Governo italiano guidato da Mario Draghi chiede di introdurre un tetto comunitario al prezzo del gas e di riformare il meccanismo di formazione del prezzo dell’elettricità, in modo da sganciarlo dalle quotazioni del metano. Ma nemmeno il curriculum di peso di Super Mario è riuscito a vincere le resistenze di Germania, Austria, Olanda e dei Paesi del Nord: i negoziati non si sbloccano. Men che meno si intravede un accordo sul piano del commissario Gentiloni, che prevede di ricorrere – come fu per il Covid – all’emissione di debito comune. Anzi, in barba alla solidarietà europea, Berlino la scorsa settimana ha varato un maxi-piano nazionale contro il caro energia da 200  miliardi di euro. Una decisione, quella tedesca, che ha spiazzato tutti e irritato Draghi: «Davanti alle minacce comuni dei nostri tempi non possiamo dividerci a seconda dello spazio nei nostri bilanci nazionali», ha tuonato il premier italiano uscente. Dall’inizio dell’anno il Governo di Roma ha decretato misure di aiuto per compensare gli aumenti energetici per circa una sessantina di miliardi di euro: si va dal credito d’imposta all’azzeramento degli oneri in bollette, fino al taglio dell’Iva sull’energia e a bonus sociali per le fasce più disagiate della popolazione. Questi interventi hanno dato un po’ di ossigeno a famiglie e imprese, ma a partire dalla scorsa estate i prezzi di luce e gas hanno conosciuto una seconda ondata di aumenti che rende ora i sostegni governativi assolutamente insufficienti a far fronte alla situazione. Come sappiamo, però, il Consiglio dei ministri è in carica solo per gli affari correnti e Draghi è contrario ad allargare i cordoni della borsa in questo capitolo finale del suo mandato. E peraltro anche Giorgia Meloni, che presto prenderà il suo posto a Palazzo Chigi, sembra orientata a mantenersi su questa linea di prudenza: «Continuare all’infinito a compensare il costo delle bollette – ha osservato la leader di Fratelli d’Italia – equivale a regalare soldi alla speculazione che si sta arricchendo sulle spalle dei cittadini».

    Meloni è più concentrata sulla definizione di un nuovo indice che vada a sostituire il Ttf in modo da contenere le dinamiche speculative. Ma con questo approccio – che pure ha il merito di andare alla radice del problema – si rischia di arrivare alla soluzione quando sarà già troppo tardi, perché è adesso che famiglie e imprese hanno bisogno di un aiuto. Parlando in questi mesi con cittadini, imprenditori e con esperti del settore energia, noi di TPI abbiamo avuto la conferma diretta della gravità della situazione. Siamo in un’economia di guerra e, come fu durante i mesi più difficili della pandemia, tocca allo Stato intervenire. Almeno finché in Europa non si arriverà finalmente a una strategia comune.

    Tocca allo Stato

    Ecco dunque quello che proponiamo attraverso la petizione lanciata su Change.org: chiediamo che lo Stato compensi al 50% i rincari subiti da famiglie e imprese. E suggeriamo che l’intervento venga modulato per favorire i nuclei a più basso reddito e, fra le aziende, le più energivore e quelle più esposte al rischio chiusura. Sarebbe importante, inoltre, che il contributo pubblico venisse agganciato a un meccanismo premiale che incentivi, per chi se lo può permettere, una riduzione dei consumi: questo perché l’incertezza sulle forniture dalla Russia rischia di costringerci a ricorrere il prossimo inverno a un piano di razionamenti energetici. La misura costerebbe circa 35 miliardi di euro. Il calcolo lo ha fatto la Cgia di Mestre, secondo cui per l’intero 2022 famiglie e imprese italiano dovranno sopportare complessivamente rincari sulle bollette per 127 miliardi: se a questa somma si sottraggono i 60 già stanziati dal Governo, si arriva a poco meno di 70 miliardi. Il 50% che noi chiediamo venga rimborsato dallo Stato equivale dunque a 35 miliardi.

    Senza fare deficit

    E veniamo al tema delle coperture, un tema sempre particolarmente spinoso per noi italiani, visto che in Europa solo la Grecia ha un rapporto debito/Pil più alto del nostro. Se per finanziare gli aiuti contro il caro bollette andassimo a chiedere i soldi in prestito al mercato, i rendimenti sui nostri titoli di Stato lieviterebbero e attirerebbero i falchi della speculazione: per questo è importante evitare di fare nuovo deficit. Ebbene, la nostra proposta prevede di recuperare le risorse necessarie senza indebitare ulteriormente lo Stato, ma andando a colpire in modo più efficace gli extraprofitti realizzati in questi mesi dalle società energetiche: si tratta infatti di guadagni messi a bilancio in virtù non di una performance sul mercato particolarmente buona, ma da fattori esterni come la guerra e la speculazione finanziaria. Come noto, il Governo Draghi ha già introdotto un prelievo una tantum del 25% su questi extraprofitti. Ma il provvedimento non sta dando i risultati sperati: degli 11 miliardi di euro attesi entro la fine dell’anno, per ora ne il gettito si è fermato a quota 2 miliardi. La ragione sta nel fatto che la norma è stata scritta male dal Ministero dell’Economia: l’aliquota è calcolata sull’imponibile Iva, anziché sul differenziale di utile, e ciò presta il fianco ai ricorsi da parte delle compagnie tassate, che infatti si stanno rivolgendo in massa al Tar per contestare il gabello. TPI propone allora di riscrivere in toto la norma – come peraltro suggerito da più parti – calibrando il prelievo sugli utili in eccesso messi a segno quest’anno rispetto a quello precedente. E aumentando la tassa dal 25 al 100%. In questo modo si potrebbero ottenere le risorse necessarie contro il caro bollette senza aumentare il debito pubblico. Tra gli economisti che abbiamo consultato c’è chi – come Vincenzo Visco (ministro del Tesoro con Prodi, D’Alema e Amato) e Andrea Roventini (professore all’Università Sant’Anna di Pisa) – suggerisce anche di aumentare la tassazione per le fasce più ricche della popolazione. Ci aspetta un autunno-inverno molto complicato.

    La recessione è dietro l’angolo, le scorte di gas potrebbero non bastare e appena fuori dalle porte del continente rimbomba il frastuono del conflitto in Ucraina. Se non si interviene adesso per sostenere chi ha bisogno, si rischiano lacerazioni irrimediabili nel nostro tessuto economico e sociale. Siamo sull’orlo di un burrone, tocca allo Stato evitare che la situazione precipiti. ●

    La misura dovrebbe favorire le famiglie e le aziende più in difficoltà.E incentivare la riduzione dei consumi

    Servirebbe una strategia comune a livello europeo ma non c’è tempo da perdere: occorre agire subito in attesa che i negoziati a Bruxelles si sblocchino

    Bollette pazze, tocca allo Stato

    La tassa sugli extraprofitti che noi di TPI abbiamo in mente per finanziare gli aiuti a famiglie e imprese sul caro bollette è molto diversa da quella introdotta la scorsa primavera dal Governo Draghi, con aliquota fissata al 25%. Nella norma scritta dall’esecutivo il prelievo è calcolato sul saldo netto Iva: in questo modo però non si va a colpire l’utile, ma il fatturato. È per questo che molte delle società energetiche interessate si stanno rifiutando di pagare e stanno promuovendo in massa ricorsi amministrativi al Tar. Nella nostra petizione suggeriamo di riscrivere la norma in modo da renderla più efficace. A spiegarci come andrebbe strutturata è l’economista Mikhail Maslennikov, policy advisor dell’ong Oxfam Italia: «La proposta classica di tassa sugli extraprofitti – dice – prevede di prendere gli utili ante-imposte in un determinato periodo e di andare a confrontarli con il profitto medio realizzato nei quattro o cinque anni precedente. Alla differenza che ne esce si applica un’aliquota molto alta». Perché allora il Governo italiano ha scritto la norma in quel modo? «Non ho mai visto scelte del genere – risponde Maslennikov – ma il motivo in realtà è chiaro: c’era bisogno di ottenere risorse in tempi rapidi e al ministero dell’Economia ha scelto quindi di andare a colpire un ambito sul quale avevano già molto informazioni, cioè appunto l’imponibile Iva. Quando la norma è stata scritta al Mef sapevano già chi erano i soggetti passivi del prelievo e avevano già in mano quasi tutti i dati sulle liquidazioni periodiche dell’Iva. Dunque era teoricamente facile per loro fare previsioni di gettito». Solo che poi le cose non sono andate come previsto: le imprese stanno impugnando il provvedimento e lo Stato ha incassato finora appena 2 degli 11 miliardi di euro preventivati.

    Leggi l'articolo originale su TPI.it
    Mostra tutto
    Exit mobile version