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    Quelle aziende che pagano per non assumere disabili

    Credit: Unsplash

    La legge impone ai datori una quota minima di lavoratori appartenenti alle categorie protette. Ma basta pagare per essere esentati dall’obbligo. E molte imprese ne approfittano. Da Ferrari a Leonardo

    Di Enrico Mingori
    Pubblicato il 16 Feb. 2024 alle 17:29 Aggiornato il 21 Mar. 2024 alle 12:22

    Marco Campanini ha 45 anni e tre lauree, eppure non riesce a trovare un lavoro. È una delle circa 850mila persone con disabilità italiane iscritti alle liste del “Collocamento mirato”, quelle da cui le aziende dovrebbero attingere per assumere lavoratori appartenenti alle categorie protette, ma finora nessuna impresa lo ha mai chiamato. 

    Campanini, che abita a Cento, in provincia di Ferrara, un territorio ad alto tasso di occupazione, è affetto dalla Sindrome di McCune Albright, una rara forma di fragilità ossea diagnosticatagli quando aveva 5 anni. La sua malattia non gli ha impedito di laurearsi prima in Giurisprudenza, poi in Professioni legali e infine in Scienze criminologiche, ma si sta rivelando un ostacolo insormontabile per accedere al mercato del lavoro. E così è per molti che si trovano in una situazione simile alla sua.

    Tra i disabili con gravi limitazioni il tasso di occupazione registrato dall’Istat è appena del 12% e tra quelli con limitazioni non gravi è del 29%. Siamo molto lontani dal 50% del resto della popolazione sopra i 15 anni: ciò significa che le norme per l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità non stanno funzionando come dovrebbero.

    La legge, infatti, obbliga tutte le imprese ad assumere una quota minima di dipendenti appartenenti alle categorie protette. Il problema è che quest’obbligo è facilmente aggirabile: al datore di lavoro basta pagare per essere esentato. 

    Uno dei primi a farlo notare in Italia è stato proprio Marco Campanini, che da anni gira l’Emilia-Romagna con la sua carrozzina per denunciare come moltissime aziende ricorrano a questo escamotage offerto dallo Stato: «Mi auguro che tra le persone con disabilità cresca l’indignazione e la voglia di richiedere la modifica di tale meccanismo», dice l’attivista a TPI.

    Per avere un’idea della portata della questione, nel 2022 un colosso come la Ferrari ha accumulato un conto da 1,5 milioni di euro per le mancate assunzioni di disabili, mentre un’altra multinazionale conosciuta in tutto il mondo come Barilla ha accettato di pagare 315mila euro. E il lungo elenco delle aziende che monetizzano l’inclusione delle categorie protette include società a partecipazione pubblica come Leonardo e Acciaierie d’Italia.

    Collocamento mirato
    Il diritto al lavoro delle persone con disabilità è regolato dalla legge numero 68 del 1999 che, ormai venticinque anni fa, ha introdotto il principio del “collocamento mirato”. A differenza del regime previgente, il cosiddetto “collocamento obbligatorio”, la normativa oggi mira a valorizzare le peculiarità del disabile attraverso un inserimento personalizzato che tiene conto delle specifiche capacità ed esigenze del singolo lavoratore.

    La legge 68 prevede che in qualsiasi azienda con almeno 15 dipendenti debba esserci una quota minima di lavoratori con disabilità appartenenti alle categorie protette (non vedenti, sordomuti, invalidi del lavoro con invalidità certificata superiore al 33%, portatori di handicap intellettivo e persone affette da minorazioni fisiche, psichiche o sensoriali).

    Questa quota di riserva varia a seconda delle dimensioni dell’impresa: le aziende più piccole, che contano tra i 15 e i 35 dipendenti, sono obbligate ad avere in organico almeno un disabile; in quelle che occupano tra i 36 e i 50 dipendenti devono esserci almeno due lavoratori con disabilità; per le imprese più grandi, con più di 50 dipendenti, è invece previsto che la quota riservata alle categorie protette debba essere pari al 7% degli occupati totali.

    Sono esentate le aziende che operano nei settori dell’edilizia e dei trasporti, giudicati dal legislatore inadeguati per un lavoratore con disabilità. Per tutti gli altri datori di lavoro, la legge incentiva l’assunzione di persone disabili riconoscendo un contributo pubblico al pagamento dello stipendio: un bonus che vale dal 35 al 70% della retribuzione e che può durare fino a cinque anni. 

    Ma cosa succede se un’impresa non rispetta la quota di riserva? Il nodo sta proprio qua. 

    Tanto per cominciare, in caso di violazione tout court della normativa scatta una sanzione che è solo amministrativa: basta pagare 196 euro al giorno per ciascun lavoratore con disabilità non assunto. E finisce lì, senza nessuna conseguenza per il datore sul piano civile o penale.

    Un’impostazione che l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) ha duramente criticato: «Il pagamento di una sanzione amministrativa – si legge in un rapporto del 2022 dell’Ilo – appare una “via di fuga” percorribile per evitare l’obbligo di assunzione di un lavoratore con disabilità, che sembra continuare ad essere considerato come un costo maggiore anziché come una risorsa dell’impresa, in grado di apportare un valore aggiunto pari a quello di ogni altro lavoratore, se collocato in un ruolo adeguato alle sue abilità residue».

    La vera grande falla della legge 68, tuttavia, è un’altra: le aziende che, «per le speciali condizioni della loro attività, non possono occupare l’intera percentuale dei disabili», possono richiedere un “esonero parziale” e vedersi così ridotta la quota obbligatoria fino al 60% (in alcune fattispecie fino all’80%).

    In questo caso i datori di lavoro – chiesto e ottenuto il via libera dalla propria Regione – devono versare un “contributo esonerativo” al Fondo regionale per l’occupazione dei disabili, che finanzia corsi di formazione e orientamento. Cosa significa? Che, come sopra, basta pagare, e come per magia si è di colpo esentati dal rispetto delle quote.

    Anche la quantificazione del contributo lascia perplessi: 39 euro al giorno per ciascun lavoratore con disabilità non assunto è una cifra quattro volte più bassa rispetto a quella della sanzione amministrativa prevista per chi viola la legge. A queste condizioni, molte aziende preferiscono mettere mano al portafogli anziché assumere pescando dalle categorie protette.

    Inclusivi ma non troppo
    Per misurare l’impatto che questa normativa ha sulla disoccupazione delle persone con disabilità bisogna andare indietro di cinque anni: l’ultima Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 68 risale infatti al 2019. Quell’anno il Ministero del Lavoro registrò a livello nazionale 3mila richieste di esonero parziale, per un totale di 13.300 posti di lavoro “esonerati”.

    A questi vanno aggiunti oltre 148mila posti di lavoro destinati a persone appartenenti alle categorie protette ma rimasti “scoperti”, a fronte di 366mila posti correttamente assegnati a lavoratori disabili. In sostanza, su circa 530mila posti che dovrebbero essere appannaggio dei soggetti fragili, ben 161mila sono rimasti vacanti.

    Nel prospetto 2023 dell’Agenzia Politiche attive del Lavoro della Regione Puglia si legge, per la provincia di Taranto, che la partecipata pubblica Acciaierie d’Italia conta ben 562 posti scoperti, mentre Leonardo ne ha 75 nel suo stabilimento di Grottaglie.

    Interpellata da TPI, l’ex Ilva sostiene che «risponde pienamente alle condizioni previste dalla legge 68/99 per la sospensione dagli obblighi occupazionali», mentre il colosso della Difesa precisa di aver «ottenuto dal Centro per l’Impiego di Taranto la parziale sospensione dell’obbligo di assunzione di disabili fino al 2023 in ragione della contestuale attivazione di strumenti di riduzione degli organici (prepensionamento ex Legge Fornero) resisi necessari a causa della crisi globale del settore aeronautico civile originatasi dalla pandemia da Covid-19».

    Fra le Regioni con il Pil più elevato solo l’Emilia-Romagna comunica annualmente quali aziende hanno richiesto l’esonero parziale e a quanto ammontano i rispettivi contributi esonerativi. Nell’elenco troviamo anche nomi di imprese che hanno fatto dell’inclusività un proprio fiore all’occhiello. Ad esempio: Ferrari, che appena due mesi fa ha ottenuto la certificazione Equal Salary, ha ottenuto per il quadriennio 2021-2024 un’esenzione del 54% rispetto alla quota di riserva (pari a un esborso di 1,5 milioni di euro all’anno).

    L’azienda di Maranello puntualizza al nostro giornale di aver «stipulato, nel rispetto della normativa di riferimento, una convenzione con le autorità competenti che prevede una pianificazione pluriennale» in base alla quale «annualmente inserisce del personale con disabilità mediante l’attivazione di contratti di somministrazione e assunzioni Ferrari, collaborazioni con cooperative sociali che impegnano a loro volta lavoratori con disabilità, e infine mediante lo strumento del parziale esonero».

    Barilla, che si è recentemente aggiudicata il premio Areté (che in greco antico significa virtù), si è vista accordare dalla Regione un esonero del 29% (315mila euro) motivato con la «faticosità», la «pericolosità» e le «particolari modalità» dell’attività svolta nei suoi stabilimenti parmensi.

    E ancora: la multinazionale farmaceutica Chiesi nel 2022 ha maturato un conto da 509mila euro per essere esonerata al 60% dall’assunzione di disabili, mentre per il gigante bolognese del packaging Ima, guidato da Alberto Vacchi (che in passato fu anche candidato alla presidenza di Confindustria), il contributo esonerativo è stato di 804mila euro per un’esenzione del 50%.

    «Abbiamo richiesto di poter usufruire di un esonero parziale in quanto la nostra produzione caratteristica prevede una mano d’opera di alta specializzazione con prevalente attività di montaggio meccanico ed elettrico e una pericolosità, faticosità e complessità lavorativa con trasferte prevalentemente all’estero non idonea alla grande maggioranza delle persone con disabilità», spiega a TPI Massimo Ferioli, direttore Organizzazione del Gruppo Ima. «Tali peculiarità ci sono state riconosciute dalle agenzie regionali competenti».

    Ferioli puntualizza anche che l’azienda ha sempre avuto una «rilevante» attenzione ai temi di inclusività, come dimostrano le convenzioni attivate con cooperative sociali di tipo B e la creazione di una società di servizi digitali che conta venti dipendenti prevalentemente sordi o ipoacusici.

    Ma a chiedere l’esonero parziale non sono solo aziende manifatturiere, nelle quali l’attività di fabbrica può essere utilizzata come motivo per la mancata assunzione di lavoratori fragili. Restando in Emilia-Romagna, anche una banca come Credem nel 2022 ha ottenuto un’esenzione del 40% sulla quota di riserva per i disabili, pari a un esborso da 452mila euro. In questo caso l’esonero è stato richiesto per la «limitata tipologia di mansioni attualmente presente nell’azienda».

    «In Credem inseriamo regolarmente persone con disabilità nelle posizioni che lo consentono. Nei casi in cui ciò non sia possibile a causa delle specifiche caratteristiche dell’attività aziendale, ci avvaliamo della facoltà di richiedere un esonero parziale, come previsto dalla legge», dice la banca a TPI. Credem puntualizza che «l’esonero è sempre il frutto di un approfondito dialogo con l’Agenzia Regionale per il Lavoro» e ricorda di aver «messo in campo numerose iniziative per valorizzare le diversità in azienda nell’ambito della costante attenzione al benessere delle persone che lavorano nel Gruppo».

    Cortocircuito
    La tesi comune di tutte queste aziende è che nei loro organici non ci sono sufficienti posizioni adatte a lavoratori appartenenti alle categorie protette. Ci si appiglia al principio del collocamento mirato, in base al quale alla persona con disabilità deve essere trovata un’occupazione in linea con le sue competenze, purché esse siano effettivamente disponibili nell’impresa.

    Marco Campanini, da persona che vive quotidianamente sulla sua pelle questa tematica, ribalta il ragionamento: «È indubbio – osserva – che il lavoro, affinché possa dirsi dignitoso e portare alla realizzazione della persona, debba essere qualificato e corrisposto al livello di professionalità del lavoratore. Ma, almeno in Emilia-Romagna, più della metà delle persone con disabilità ha completato solamente la scuola dell’obbligo. Per cui le aziende dovrebbero essere obbligate alla copertura della quota di riserva indipendentemente dalla qualità delle mansioni disponibili».

    «Per una persona con disabilità – continua l’attivista – è sempre meglio lavorare che non lavorare, anche se ci si trova a svolgere una mansione non in linea con la propria professionalità. Anche se, per ipotesi, si viene chiamati solo per fare delle fotocopie». «La quota di riserva – aggiunge Campanini – non dovrebbe poter essere derogata. In caso di scoperture, dovrebbe scattare una forma di responsabilità di natura penale/amministrativa». 

    Il meccanismo dell’esonero parziale, per giunta, genera un paradosso: le imprese che ottengono l’esenzione versano il contributo esonerativo al Fondo regionale per l’occupazione dei disabili, la cui funzione primaria dovrebbe essere proprio quella di favorire le assunzioni delle categorie protette. Campanini sintetizza così il cortocircuito: «Dietro a una perdita immediata e definitiva di posti di lavoro, che rimarranno indisponibili fintanto che le aziende non decideranno di cambiare atteggiamento, i fondi così raccolti vengono impiegati per favorire l’istruzione e le politiche attive di formazione-lavoro e per assicurare incentivi agli imprenditori più virtuosi che già praticano l’inclusione. Dunque con i fondi raccolti vengono predisposte azioni che non portano a una reale inclusione lavorativa. È come se volessimo portare inclusione lavorativa nel deserto». 

    Se sul fronte occupazionale il quadro è questo, c’è poco da stupirsi nel registrare che le persone con disabilità presentano un rischio di povertà o esclusione sociale maggiore di dieci punti rispetto alla popolazione generale. Altro che categorie protette. I disabili, in Italia, sono cornuti e mazziati.

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