Mancano pochi giorni per visitare questa interessante mostra collettiva. Dal 4 settembre al 4 ottobre 2026, il Palazzo Ducale Rocca Colonna di Castelnuovo di Porto ospita la mostra collettiva Pratiche di Memoria – La luce che viaggia ancora, curata da Giulia Marcellini con il testo critico di Laura Catini. Con il patrocinio di Regione Lazio, Comune di Castelnuovo di Porto, Parco di Veio, ADSI e Associazione I Borghi più Belli d’Italia, l’esposizione affronta il tema dello spopolamento dei piccoli centri italiani. L’arte qui non si limita a documentare un abbandono, ma raccoglie le storie e l’identità che questi luoghi continuano ad emanare.
Negli anni 90 questo adorabile borgo era meta di tanti romani attirati dall’ottima cucina a prezzi popolari di due ristoranti pizzerie che erano “I Templari” ormai chiuso da tempo e “La Femminella” ancora aperto. A questo si aggiungevano le feste dei santi ricorrenti e l’apertura del Palazzo Ducale Rocca Colonna che era stato restaurato proprio per organizzarci delle iniziative culturali che potessero attirare turisti e appassionati d’arte. Successivamente grazie ai tagli di bilancio tutto ciò andò perduto.
La sede della mostra è una dimora di grande fascino. Nata nel X secolo come fortino militare voluto da Alberico da Roma, la Rocca passa nel Trecento ai Colonna, potente famiglia romana che la trasforma in una residenza rinascimentale. Negli anni il castello ha visto continui cambiamenti: dalle fortificazioni di Giacomo “Sciarra” Colonna fino agli affreschi della Loggia Pinta, attribuiti a Federico Zuccari, senza dimenticare il soggiorno di personaggi storici come la Regina Cristina di Svezia. Usata nel Novecento anche come pretura e carcere, oggi la Rocca è un centro culturale vivo, perfetto per far dialogare storia e arte contemporanea.
La metafora della luce e le opere degli artisti
Il progetto parte da un’idea scientifica cara a Primo Levi: la luce delle stelle continua a viaggiare nello spazio e a raggiungerci anche quando la stella si è ormai spenta. Allo stesso modo, le architetture e le tradizioni dei paesi a rischio spopolamento continuano a trasmettere valore.
A raccontare questa “luce residua” sono quattro artisti:
Ado Brandimarte: usa la scultura e il calco per dare peso concreto e materia alla memoria dei luoghi. In questo percorso di riappropriazione dei luoghi attraverso la traccia e la luce, la ricerca di Ado Brandimarte (Ascoli Piceno, 1995) si impone con forza per la sua profonda indagine materica e formale.
Per l’artista la pratica scultorea non si esaurisce nell’esito compiuto del manufatto, ma risiede nello studio e nella valorizzazione dell’intero processo generativo. Nel suo lavoro, il calco, la matrice e il negativo smettono di essere semplici strumenti intermedi della lavorazione plastica per diventare veri e propri custodi della memoria. Attraverso l’impronta lasciata dal contatto diretto con la materia, l’artista rende visibile ciò che non c’è più: il vuoto non è trattato come un’assenza passiva, ma come uno spazio denso di significato, capace di conservare il calore e la traccia del corpo o dell’architettura originaria.
Al centro della visione di Brandimarte vi è il valore del frammento e dello scarto. Ciò che appare spezzato o dismesso dalla storia viene sottratto all’oblio e trasformato in una nuova possibilità formale. Attraverso un’attenta manipolazione dei materiali — che spaziano dal gesso alla pietra, fino ad elementi di recupero legato ai contesti locali — la tecnica dell’artista genera una metamorfosi in cui l’opera si fa testimone di un tempo sospeso. La superficie della scultura, incisa o plasmata dalle impronte del calco, diventa così un dispositivo che assorbe e restituisce la luce, facendosi metafora visiva di una memoria viva che continua a viaggiare nei luoghi dell’abbandono.
Lou Duca (Milazzo 1983): lavora con gesso, bronzo, cera e stampa 3D per trasformare la materia in un archivio del tempo, unendo forme classiche e tecniche moderne.
L’opera nasce inizialmente nell’ambiente virtuale, dove l’artista modella o scansiona forme antropomorfe e dettagli anatomici legati al linguaggio della statuaria classica greca e romana. Questa prima fase restituisce una precisione geometrica millimetrica, rigida e immateriale. La struttura tridimensionale stampata non viene concepita come punto d’arrivo, bensì come uno scheletro da alterare. Su di essa Duca interviene manualmente applicando strati di gesso, cera, pece e colle organiche. Attraversa l’azione del calore, scalfitture manuali, erosioni e colature, la superficie plastica perde la sua perfezione industriale. Il gesso crea campiture gessose e opache che evocano l’intonaco scrostato delle vecchie case o il frammento di scavo, mentre la cera e le colle conferiscono una consistenza quasi biologica e pellea.
Il percorso espositivo dell’artista a Rocca Colonna mette in scena corpi e volti che sembrano emergere da un tempo sospeso:
Discord Don’t forget me: È tra le opere centrali presentate nell’esposizione. La figura si presenta come un busto/reperto le cui sezioni anatomiche appaiono interrotte, spaccate o aperte verso l’interno. Il contrasto tra la nitidezza del tratto digitale sottostante e l’irregolarità del gesso in superficie incarna il monito racchiuso nel titolo: una richiesta di resistenza contro l’oblio e la dimenticanza, parallela alla perdita di identità dei luoghi storici esposti allo spopolamento.
Annalinda Maso: riscopre i riti popolari e l’identità delle comunità, usando l’elemento dell’acqua come legame tra passato e presente.
L’artista (Roma 1998) rappresenta una presenza unica. Essendo l’unica artista a vivere e lavorare stabilmente nel borgo, la sua ricerca nasce dal legame quotidiano con il territorio. La sua tecnica integra pittura, video e installazioni. Il cuore del suo intervento è il progetto “Le Vie dell’Acqua”, un’installazione sonora e visiva all’antico lavatoio “La Femminella”, che trasforma un luogo trascurato in un archivio vivente di memorie locali. Nelle solenni sale affrescate del Palazzo Ducale, la sua opera dialoga con la storia, creando un contrasto suggestivo tra la caducità dell’essere umano e la persistenza della memoria impressa nella pietra.
Marco Mezzacappa: propone una pittura che unisce i maestri del Cinque e Seicento con la sintesi del fumetto e dell’illustrazione contemporanea.
L’opera di Mezzacappa (Roma 1967) si distingue per una tecnica raffinata che fonda la tradizione con la contemporaneità. L’artista attinge alla grande pittura del Cinquecento e del Seicento, riprendendone la drammaticità chiaroscurale, la ricerca volumetrica e l’uso sapiente delle velature cromatiche. A questa struttura classica, Mezzacappa sovrappone la sintesi grafica del fumetto e dell’illustrazione contemporanea: il tratto si fa netto, essenziale e sintetico, spogliando la figura dal peso accademico per conferirle un ritmo visivo immediato e pop.
Tra i lavori presentati lungo il percorso espositivo spiccano le sue installazioni pittoriche su superficie. In queste opere, costruite attraverso calibratissime stratificazioni di colore e inserti riflettenti, la pittura si adatta alla materia storica delle pareti della Rocca. La composizione cattura e rifrange la luce naturale dell’ambiente, modificando la percezione dell’immagine al variare della giornata e trasformando l’opera in un dispositivo dinamico che fa viaggiare la memoria nel presente.
Sede: Palazzo Ducale Rocca Colonna, Piazza Vittorio Veneto 10, Castelnuovo di Porto (RM)
Periodo: 4 settembre – 4 ottobre 2026
Orari: dal martedì alla domenica, 10:30–13:00 / 16:30–19:00
Ingresso: Gratuito
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