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Sul corpo delle donne: al festival WeWorld di Milano si torna a parlare di una parità che ancora non c’è

Per gentile concessione degli organizzatori del WeWorld Festival

Dal 15 al 17 maggio il capoluogo lombardo ospita tre giorni di talk, mostre, teatro, musica per rimettere al centro dell’attenzione i diritti delle donne e delle nuove generazioni

Di Antonella Matranga
Pubblicato il 5 Mag. 2026 alle 12:53 Aggiornato il 5 Mag. 2026 alle 13:15

Mai come quest’anno la cronaca internazionale ci sta dicendo che c’è un bisogno profondo di approcciare le nuove generazioni sui temi della parità di genere, per questo la sedicesima edizione del WeWorld Festival, atteso dal 15 al 17 maggio a BASE Milano, prova a promuovere contenuti che possono essere fruiti anche dai giovanissimi. Tre giorni di talk, mostre, teatro, musica per rimettere al centro dell’attenzione i diritti delle donne e delle nuove generazioni.

La chiave di lettura
«Il tema di quest’anno è: “Unite e plurali meglio parlarne prima che mai”», ci spiega Greta Nicolini, direttrice artistica e responsabile comunicazione di WeWorldOnlus. «In pratica è un invito a creare spazi di dialogo capaci di attraversare differenze. È questo il filo rosso che attraversa il programma: dai corpi alla maternità, dalla sessualità all’educazione affettiva, dall’indipendenza economica alle nuove maschilità, fino al contrasto alle disuguaglianze di genere», aggiunge. «Quest’anno abbiamo pensato ad una fascia di pubblico che va da zero ai dieci anni, che si aggiunge alla fascia dagli undici ai sedici e dai sedici in su. Un modo per rendere più inclusive le famiglie che possono partecipare insieme. Un festival che non parla ai ragazzi dall’alto, ma cerca di tenerli al centro della discussione»
Sulla carta la generazione Z doveva essere più avanti rispetto alla parità di genere, invece si sta dimostrando persino più confusa e violenta. «Purtroppo gli stereotipi sono duri a morire soprattutto per quanto riguarda il maschile», sottolinea Nicolini. «Uno dei nostri talk si chiama: “Nuove mascolinità e modelli di potere per una società plurale” (previsto il 16 maggio alle 17:30, nda), a cui parteciperà fra gli altri, Giacomo Zani, presidente dell’associazione Mica Macho che lavora proprio sull’identità maschile, per ragionare sull’importanza di dare nuovi modelli da seguire nel ripensare le relazioni”, aggiunge la direttrice artistica. «Per esempio, anche le donne che hanno raggiunto livelli alti di potere, spesso ci sono riuscite adottando comportamenti maschili. Mentre invece, quello che ci meritiamo, è di lasciarci alle spalle questi esempi per andare a formare nuove maschilità e nuove femminilità, che possano insieme costruire una società più paritaria. La chiave di lettura di tutti i momenti di questo festival è che le lotte delle une, sono le lotte di tutte».

“Sui nostri corpi”
È su questa lotta quotidiana che coinvolge tutti i Paesi in cui si combatte per la libertà e contro la discriminazione di genere, che la ong We World, presente in 20 nazioni, porta all’interno del Festival anche il racconto in prima persona di contesti di guerra in cui le donne affrontano le disuguaglianze, amplificate da diritti negati e vulnerabilità crescenti che hanno sempre al centro il corpo femminile.
«Sui nostri corpi si misura il livello di affermazione dei diritti umani», osserva Martina Albini, coordinatrice del centro studi WeWorld. «Pensiamo ai conflitti internazionali dove lo stupro è usato come un’arma letale non solo per ledere la donna, ma una comunità intera», aggiunge. «Perché il corpo delle donne è sempre una questione politica in cui ci viene imposto di nasconderlo, correggerlo, zittirlo. Ed è proprio per questo che nella nostra chiacchierata femminista (prevista il 17 maggio presso la Music Room, nda) parleremo del corpo come spazio di libertà, partendo dal nostro saggio, “In Rivolta – Manifesto dei corpi liberi” (edito da Castelvecchi editore, nda) che contiene trenta voci di scrittrici, giornaliste, mediche, attiviste che hanno deciso di prestare la loro penna e il loro pensiero per questo volume».
Un talk che prova a fare un punto anche sulle pressioni e le resistenze che la nostra società continua a perpetrare sul corpo e le esigenze delle donne. «Non dobbiamo dimenticarci che ancora oggi si considerano gli assorbenti come un prodotto estetico, non un bisogno necessario. Dimenticando che, nel nostro Paese, ci sono donne che non possono neanche permetterseli», sottolinea Alibi. «Ci confronteremo anche sullo standard estetico imposto alle donne. Con la giornalista Lara Lago, parleremo proprio di grassofobia e di quanto sia diventata quasi una condizione inaccettabile nella società attuale, così come il tabù della menopausa. Lidia Ravera, che sarà presente al talk, ha scritto per noi un contributo importante sulle donne che invecchiano e sullo stigma che viene messo loro addosso».

Sguardi differenti
Purtroppo ancora oggi il corpo delle donne è attraversato da sguardi, norme e modelli esterni che non le includono. Questo, come ci spiega la storica del design Chiara Alessi, avviene nella medicina, nella cultura e nel design: «È vero che è assente, ma nel corso della storia le donne sono diventate ​abili nel cercare di hackerare il mondo esistente, per farlo funzionare adeguandolo alle nostre esigenze». «Ci sono tante designer che stanno ridisegnando gli oggetti più comuni con uno sguardo femminile, il problema è che poi faticano a farli entrare in uso. Perché l’esperienza delle donne viene sempre messa in secondo piano rispetto ad altro», aggiunge Alessi. «Questo avviene da sempre nella cultura materiale, infatti gli oggetti che ci circondano sono il riflesso di strutture sociali e culturali e diventano anche messaggi di potere. Pensiamo a tutti gli elettrodomestici: se vogliamo leggerla con una lente femminista, sono strumenti concepiti per confinare la donna nel ruolo di casalinga, mentre sono oggetti che possono essere utilizzati da tutta la famiglia».
Lo sguardo maschile viene usato anche per oggetti disegnati esclusivamente per una funzione femminile, come scrive Chiara Alessi nel suo ultimo saggio, “La sedia del sadico” (Editori Laterza, nda) descrivendo la sedia ginecologica. «Si è mai chiesta come mai, in un mondo che riprogetta tutto per renderlo più bello e più facile da usare, lo strumento che accoglie la salute ginecologica delle donne sia invece rimasto sempre uguale, brutto e scomodo? Questo avviene perché non si ascolta l’esperienza delle donne neanche per progettare una sedia che le aiuti a vivere, decisamente meglio, una visita medica complicata», ci spiega la storica del design. «Questo è uno degli argomenti del talk, “Corpi che contano” (previsto il 16 maggio alla Ground Hall, nda) in cui proveremo a capire perché l’esperienza della donna viene subordinata ad altro nella progettazione non solo nel design, ma anche nella progettazione medica e culturale».
Il secondo appuntamento del festival con Chiara Alessi invece è un reading, “La cassetta degli attrezzi femminista” (previsto il 16 maggio alle ore 19:00, nda), scritto con la giornalista Giulia Siviero, autrice del saggio “Fare Femminismo”, in cui si racconta la storia dei movimenti femministi attraverso alcuni oggetti simbolo.
«Parliamo di oggetti che hanno a che fare con le proteste delle donne.  Raccontiamo la storia, fra gli altri, del “pañuelo”, il fazzoletto bianco che usavano le madri di Plaza de Majo per andare in piazza e denunciare la scomparsa dei loro figli, diventati desaparecidos», conclude. «Quel fazzoletto è divenuto un veicolo politico molto potente e ha viaggiato in tutto il mondo, assurgendo a simbolo di protesta femminista molto forte».

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