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“L’assenza è il modo più brutale di comunicare”: la scrittrice brasiliana Aline Bei si racconta a TPI

La scrittrice brasiliana Aline Bei. Credit: Isa Arruda. Per gentile concessione della casa editrice La Nuova Frontiera

Attrice mancata, figlia del realismo magico, in occasione dell’uscita della sua ultima opera, abbiamo ha incontrato la vincitrice del Premio São Paulo de Literatura e del Premio Toca: “La mia scrittura si colloca tra teatro, prosa e poesia, dove la pagina è un palco e la parola ha la mobilità del corpo”

Di Antonella Matranga
Pubblicato il 8 Mag. 2026 alle 12:14

La letteratura è una delle forme di espressione più potenti. La parola scritta ha un valore enorme che può colpire, emozionare, divertire, aprire la mente, ferire, riempire ed aprire vuoti, ne sa qualcosa la scrittrice brasiliana Aline Bei, 38 anni, che nel nuovo romanzo “Una delicata collezione di assenze” edito da La Nuova Frontiera con la traduzione di Marta Silvetti, indaga sull’arcano rapporto fra madri e figlie basandosi su un linguaggio delicato fatto di significati silenziosi.
Siamo in Brasile, in un tempo che sembra sospeso dalla Storia. Margarida abbandona la casa materna ancora giovanissima, in cerca di una vita tutta sua. Si ritrova a lavorare in un circo come assistente del mago Oberon, che vorrebbe farne la sua amante. Ma lei ha un altro amore, il pagliaccio, che la corrisponde. Oberon, scornato, la allontana dal circo. Margarida torna a casa. È sola ed è incinta e la madre Filipa presto scomparirà dal suo orizzonte, schiacciata dal senso di colpa per aver messo al mondo una genìa di donne senza radici.
Anni dopo troviamo Margarida, ormai nonna, alle prese con il difficile compito di allevare la nipote Laura, una bimba vivace e curiosa che custodisce troppe domande. Sua figlia Gloria le ha abbandonate, subito dopo la nascita della piccola.
Racconta una storia di madri e figlie fatta di assenze. Cosa rappresentano?
«Credo che un corpo assente abbia raggiunto il limite di ciò che è sopportabile nel contesto di quella relazione. Per evitare di morire, si ritira, scompare, non c’è. Il vuoto è sintomo di tutto ciò che non è stato detto, che non è stato risolto e che inevitabilmente avrà un impatto sullo spazio e sui corpi sia di chi resta, sia di chi se n’è già andato. L’assenza, quindi, è forse il modo più brutale di comunicare all’interno di una famiglia».
Bisnonna, nonna e nipote si trovano in tre diverse fasi della vita: la vecchiaia, la menopausa e l’adolescenza, momenti di grandi cambiamenti anche fisici che scombussolano la loro vita, ma che non riescono né a comunicare fra loro, né a condividere le loro sensazioni. Perché?
«Forse per mancanza di un linguaggio comune. Non trovano mai il tono, il momento ideale, l’ascolto completo per parlare di questi temi. Perché l’intimità non è sempre abbastanza profonda da permetterci di condividere tutte queste complessità dell’ombra con la famiglia».
Il silenzio è il mezzo con cui le protagoniste comunicano ma è anche il modo in cui noi donne comunichiamo. Forse perché non ci sentiamo rappresentate da certi termini e parole, visto che i dizionari sono stati scritti da uomini?
«Quello che dici sui dizionari è una bellissima interpretazione. Credo che i gesti siano spesso il modo più preciso per comunicare un’emozione. Ad esempio, quando Margarida fa il bagno nell’acqua già fredda della vasca della nipote. Per me, questo gesto dice molto sulla loro intimità, oltre a evidenziare la malinconia della nonna, che inconsciamente cerca di nutrirsi della giovinezza della ragazza».
Il romanzo, ambientato in un’epoca indefinita, è descritto come un’opera teatrale. Nessuna pausa, nessuna lettera maiuscola.
«Sono una scrittrice di confine. La mia scrittura si colloca tra teatro, prosa e poesia. In tutto ciò che scrivo c’è una grande nostalgia, dove la pagina è un palcoscenico e la parola ha la mobilità del corpo dell’attore. Ho iniziato come attrice, ma la difficoltà della professione mi ha portato su altre strade. Ciononostante, tutto ciò che ho imparato a teatro si insinua nella mia scrittura e la trasforma profondamente».
Come ha iniziato?
«Ho iniziato a scrivere all’università (Pontifícia Universidade Católica de São Paulo, nda)  durante gli studi di Letteratura. Per me è stata una rivelazione. Non avevo mai visto una scrittrice della mia età, c’erano sempre uomini, uomini bianchi, uomini morti e uomini stranieri. All’università, c’erano molte persone che scrivevano e questo mi ha incoraggiata a fare lo stesso. Mi è sempre piaciuto leggere, ma non sapevo di poter scrivere finché non ho iniziato. Ciò che mi ha stupito è stata la forza del gesto, la stessa forza che provavo sul palcoscenico, solo che la scrittura è più compatta, può avvenire ovunque, basta un quaderno e una matita. In seguito, mi sono resa conto che non ne avevo nemmeno bisogno, che era possibile scrivere nella mia testa».
Dieci anni dopo, nel 2016, scrive il suo primo libro, “O Peso do Pássaro Morto”, vincitore del Premio Sao Paolo, dopo aver incontrato lo scrittore Marcelino Freire, e aver partecipato a un suo workshop.
«Nel 2016 ho deciso di scrivere il libro e sono riuscita a pubblicarlo grazie al concorso promosso da questo workshop. L’ho scritto in questo laboratorio con Marcelino Freire e altri colleghi. Quindi, è stato un processo molto aperto, perché scrivevo un capitolo e lo condividevo con loro la settimana successiva. La letteratura, per un certo periodo, sembra qualcosa di molto solitario. Scrivi il tuo libro senza sapere se la storia verrà pubblicata, se riuscirai a pubblicarla. Avere persone intorno mi ha aiutato ad andare avanti perché è un processo molto impegnativo, soprattutto se sei una principiante».
Una principiante e anche una donna. È stato difficile?
«Ha ragione, è difficile per noi ovunque nel mondo. È proprio per questo che è così importante scrivere e pubblicare storie che parlino di donne. Certo è una sfida, ma credo che sia uno scenario in cui, se sappiamo come lottare ed essere in prima linea, può valerne davvero la pena. Ci sono molti circoli di lettura e gruppi femministi che stanno aiutando questa lotta e portando le donne a un ruolo da protagoniste nella letteratura, perché le donne hanno sempre scritto e scritto molto bene, ma il sistema patriarcale finisce per cancellare molto della nostra storia».
In Italia si legge molto poco e, al massimo, si leggono romanzi gialli. Com’è la situazione in Brasile?
«Anche noi leggiamo molto meno di quanto potremmo, purtroppo. Tuttavia, ci sono iniziative importanti, come i circoli di lettura, le fiere letterarie, le biblioteche pubbliche, gli insegnanti, i mediatori della lettura e gli influencer digitali, che insieme creano uno spazio affettivo per lo scambio tra lettori, il che tende a rafforzare la vita dei libri in Brasile».
Nei suoi libri si respira un “realismo magico”, così lo chiamano i critici. Si considera fatalista?
«Credo al realismo magico, che fa parte della nostra cultura, anche se non ci penso quando scrivo. Me ne rendo conto dopo, dai commenti che ricevo sui miei libri. Invece, direi che non sono fatalista. Nel contesto storico, sociale e politico, credo sia possibile, in una certa misura, inventare la vita, improvvisarla continuamente. Questa è la magia».


Aline Bei sarà in Italia per presentare il suo ultimo libro “Una delicata collezione di assenze”. Di seguito le date del tour:

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