Il sipario del Teatro Di Costanzo Mattiello di Pompei si è alzato, nelle serate del 2 e 3 gennaio, su un confessionale laico dove la nebbia dei navigli ha incontrato la polvere della storia. In questo spazio di confine, lo spettacolo “Mi piace il bar” ha preso vita non come una semplice messa in scena, ma come un’evocazione viscerale e necessaria.
Un’alchimia di sensi e visioni: il tocco di Nello Petrucci
L’intera intelaiatura narrativa e visiva dello spettacolo è stata guidata dalla visione attenta e profonda di Nello Petrucci. Regista, ma prima ancora artista visivo di fama internazionale, Petrucci ha portato sul palco quella sensibilità estetica che lo vede spesso protagonista nella creazione di scenografie e visioni artistiche per i grandi eventi culturali del territorio. Molto legato alla città di Pompei, Petrucci ha saputo trasformare il palco in un luogo dell’anima, orchestrando con sensibilità il passaggio tra la realtà cruda del bancone e il sogno letterario. La sua capacità di fondere il linguaggio cinematografico con quello dell’arte contemporanea ha permesso di valorizzare ogni ombra e ogni dettaglio scenico, permettendo al pubblico di immergersi totalmente nell’universo crepuscolare di Pinketts.
I protagonisti sul palco
Al centro di questa visione, un immenso Alessandro Haber non si è limitato a recitare: ha abitato letteralmente il fantasma di Andrea G. Pinketts, restituendo quella maschera tragica e irresistibile che ha segnato il noir italiano. Accanto a lui, Demetra Bellina ha incarnato l’astrazione e la grazia, una figura quasi onirica che funge da bussola emotiva in un mare di parole. A tessere la trama sonora sono state le note di Bret Roberts, che con una musica dolce e sussurrata ha creato un’atmosfera intima e rarefatta, perfetta per accogliere la visione estetica curata da Petrucci.
L’elogio dei luoghi che svaniscono
Haber ha dato voce all’amore profondo per il mondo dei bar, intesi come templi di vita e custodi di storie sommerse. Con una nota di struggente malinconia, l’attore ha rievocato i bar di Milano che stanno lentamente scomparendo. È un omaggio a una geografia urbana del cuore che va sbiadendo, trasformando il monologo in un grido di resistenza contro l’oblio.
Il confine sottile tra arte e realtà
La forza dell’interpretazione di Haber, esaltata dalla direzione artistica di Petrucci, ha raggiunto vette di realismo tali da spiazzare la platea. La sua immedesimazione è stata così totale che molti spettatori sono rimasti convinti che l’attore fosse realmente ubriaco sul palco. Questa straordinaria capacità di annullare il confine tra teatro e realtà ha trasformato la performance in un evento magnetico, catturando l’essenza di un uomo che ha fatto del bar la propria trincea esistenziale.
Un’esperienza che resta
L’opera si è configurata come un’indagine sulla “umanità di passaggio”. Le due date al Teatro Mattiello sono state un invito a riscoprire la bellezza della fragilità, celebrando quei luoghi dove ogni solitudine può riflettersi e sentirsi parte di una comunità. Uno spettacolo che, grazie alla sinergia tra la letteratura, il teatro e la raffinata visione visiva di Nello Petrucci, ha lasciato un segno profondo nel cuore della città di Pompei.