La rassegna “Jazz on Symphony”, firmata da Paolo Fresu e inaugurata nel 2025, torna per il secondo anno consecutivo al Teatro Comunale di Bologna. Il primo appuntamento, in programma venerdì 29 maggio all’Auditorium Manzoni, è con “Jazz on the Road”, omaggio allo spirito libero della Beat Generation, che vede protagonista il trombettista e compositore Enrico Rava con i Fearless Five, in dialogo con l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna diretta da Paolo Silvestri. TPI ne ha parlato con Enrico Rava.
Come nasce il progetto “Jazz on the Road”?
«Nasce per un balletto del Teatro Sociale di Rovigo basato sul libro di Jack Kerouac “Sulla strada”: questo presupponeva anche un’orchestra sinfonica. Gli scrittori della Beat Generation, da Kerouac per l’appunto a William S. Burroughs e Gregory Corso, sono il ponte tra l’America post-guerra e quella del Sessantotto con i figli dei fiori e Woodstock. Io e Paolo Silvestri, che avrebbe scritto gli arrangiamenti per l’orchestra sinfonica, avevamo pensato di proporre una passeggiata nella musica del Novecento in America, da Leonard Bernstein a Jimi Hendrix e Miles Davis. L’idea nasce da lì, poi il tutto è stato ovviamente riadattato in musica per un concerto».
Lo spirito della Beat Generation – il viaggio, l’irrequietezza, la ricerca di libertà – ha influenzato il suo immaginario musicale?
«Come tutti i miei coetanei, ero affascinato da questo gruppo di scrittori e dal loro modo di vivere. A loro volta, loro erano affascinati dal jazz: non tanto dalla musica quanto dall’ambiente che circondava questo mondo, dagli aspetti esteriori. Poi, come dicevo, le cose si sono mosse e i tempi sono cambiati. Sono arrivati gli hippie, che rappresentavano un nuovo modo di vivere e a cui io mi sentivo piuttosto vicino».
Nel concerto convivono scrittura orchestrale e improvvisazione. Quanto è delicato trovare un equilibrio tra due mondi musicali che sembrano apparentemente lontani?
«In realtà non è così complicato perché ci sono degli spazi previsti per l’improvvisazione all’interno di queste composizioni. Il problema è suonare bene. Tutte le cose apparentemente sembrano diverse da quelle che sono nella realtà, non solo nella musica».
Il progetto si ispira alle musiche di artisti quali Miles Davis, Leonard Bernstein e Jimi Hendrix. Cosa la affascina di queste figure musicali così diverse?
«Jimi Hendrix e Miles Davis non solo non sembrano lontani ma sono vicinissimi. Entrambi erano affascinati l’uno dall’altro ed era previsto che facessero delle cose insieme, che poi non hanno fatto a causa della morte del chitarrista. Miles Davis è stato uno di quelli che ha unito questi due mondi, che nascevano dalla stessa base. Tutta la musica popolare del Novecento che arriva dall’America nasce alla fine dell’Ottocento a New Orleans con l’eredità ritmica dell’Africa che si mescola con la musica da salotto francese, con la banda del Sud Italia, la musica sacra inglese. Tutto nasce da lì e poi si amplia nel jazz, la soul music e il rock and roll».
Lei sarà sul palco con i Fearless Five, il quintetto “senza paura”, una delle sue formazioni più recenti e vitali. Come nasce il progetto e che tipo di energia portano dentro un contesto sinfonico come questo?
«È il mio gruppo più recente, anche se ora inizia ad avere due o tre anni. È composto da musicisti straordinari che hanno la stessa visione della musica che ho io. Io ho bisogno di musicisti che sappiano ascoltare, rispondere agli input e che sappiano dare degli input. È come se stessimo facendo un affresco collettivamente, dove ognuno mette quello che c’è da mettere e toglie quello che c’è da togliere. Non è così semplice trovare dei musicisti con questo tipo di visione: ci sono dei musicisti, anche eccezionali, che però non hanno questo senso del collettivo. I musicisti che suonano con me hanno tutti la particolarità di essere disponibili a dialogare e, oltre a essere bravissimi, hanno questa capacità di far sì che la mia musica sia estremamente libera. Chiaramente in questo ambito, con l’orchestra sinfonica, dobbiamo attenerci agli spazi che sono per noi: non può esserci la libertà che c’è generalmente nei concerti che faccio con il mio gruppo. Bisogna convivere con la necessità di far funzionare l’orchestra sinfonica, che è una cosa complicata perché è composta da decine di musicisti, il che è un’esperienza molto interessante».
Come è nato il dialogo artistico con Paolo Silvestri?
«Abbiamo collaborato in diverse occasioni in passato. Lui è bravissimo come arrangiatore. Già in occasione del balletto per il Teatro Sociale di Rovigo avevo chiamato lui perché è veramente superbo. Quando ho uno spettacolo che richiede degli arrangiamenti, penso subito a Paolo».
Lei ha attraversato molte stagioni del jazz europeo e americano. Guardando alla scena contemporanea pensa che il jazz sia ancora un linguaggio capace di assorbire e reinventare tutto?
«Sicuramente, il jazz è sempre avanti. Il periodo d’oro del jazz, che va dagli anni Venti ai Sessanta, ha visto sbocciare dei musicisti e geni straordinari, un po’ come il nostro Rinascimento. Si sono inventati una musica che prima non c’era e che si è evoluta in un modo incredibile. Da Louis Armstrong a Duke Ellington, da Miles Davis a Charlie Parker fino a Ornette Coleman, che, secondo me, è stato l’ultimo musicista che ha veramente operato un grosso cambiamento sul linguaggio. Da lì in poi non c’è più stato un innovatore, si è lavorato sul materiale creato precedentemente, magari immettendo altre sonorità. Però il linguaggio su cui si lavora rimane sempre quello. Qualcosa di così strepitoso come quello avvenuto in quel periodo è difficilmente replicabile, anche se il jazz continua a crescere. Ma questo è un discorso che vale anche per altri generi musicali: oggi non sento niente che sia veramente nuovo e innovativo. Questo non vuol dire che non ci siano cose interessanti, anzi. Ma Leonardo da Vinci e Michelangelo oggi non ci sono, così come non ci sono Hemingway, Proust, John Ford o Rossellini. Ci sono dei momenti magici e irripetibili nella storia dell’arte che magari si verificheranno di nuovo in futuro ma che al momento non stiamo vedendo».
In “Jazz on the Road” sembra esserci anche un’idea narrativa, quasi cinematografica, del viaggio musicale. Quando compone, pensa mai per immagini o atmosfere visive?
«Mi è successo quando ho composto della musica per un film o per una serie televisiva. Ma generalmente non è una cosa che mi capita spesso». Questo progetto apre la rassegna “Jazz on Symphony” del Teatro Comunale di Bologna.
Che significato ha per lei portare il jazz dentro spazi tradizionalmente legati alla musica sinfonica?
«Il Comunale di Bologna in realtà è stato più volte teatro di festival di jazz. Personalmente non mi fa nessun effetto particolar: mi è capitato più volte di suonare in diversi teatri, come al Regio di Torino, agli Arcimboldi e alla Scala di Milano. Qui ho provato una certa emozione perché mi fu dato lo stesso camerino che era stato di Maria Callas, di cui sono un grande fan. Detto questo, suonare con una sinfonica è sempre molto emozionante e sono molto grato a Paolo Fresu di avermi dato questa possibilità. Queste esibizioni impegnative mi preoccupano e mi stimolano al tempo stesso perché mi costringono a studiare e a esercitarmi. E tutto questo mi tiene in vita e con la voglia di andare avanti».