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De Masi a TPI: “L’Italia ha bisogno di un pronto soccorso culturale”

“Nella società di oggi la conoscenza è la base di tutto. Ma eventi come la guerra o il Covid ci colgono impreparati". Intervista al sociologo Domenico De Masi

Di Giulio Gambino
Pubblicato il 30 Gen. 2023 alle 15:20

Prof. De Masi, perché oggi nasce una nuova scuola che lei dirige?
«Dunque, noi in questi ultimi anni abbiamo avuto una serie di quelli che l’economia definisce “cigni neri”, cioè eventi di portata globale inaspettati a cui non eravamo preparati, per esempio la pandemia, la guerra, la minaccia ecologica. Oggi i cigni neri sono più dei cigni bianchi. Ciascuno di questi cigni neri ci coglie impreparati. Sotto tutti i punti di vista. La pandemia ci ha colto impreparati sul piano sanitario; la guerra ci ha visti proni a una informazione parziale e addomesticata».


Per questo nasce la Scuola del Fatto Quotidiano?
«Sì, esattamente, proprio perché legata a questo quotidiano potrà disporre di un network che comprende anche una piattaforma, una tv, una casa editrice e un mensile. L’idea è quella di fungere da “Pronto soccorso culturale”, grazie al quale in pochissimo tempo il partecipante si rimette in linea con il “cigno nero” del momento. C’è la guerra in Ucraina? Ecco che c’è quindi bisogno di un corso possente di geopolitica, affidato ai migliori docenti che esistono sul mercato, di consistenza pedagogica, che fornisca un quadro complessivo accademico volto a colmare le lacune che un evento di tali dimensioni crea in ciascuno di noi».

Il “Pronto soccorso culturale” è un concetto molto bello. Parliamo di una università di serie B?
«No, affatto, un corso universitario è costituito da 60 ore; il nostro da 150 ore».

È quindi, viceversa, una élite delle università?
«Nemmeno, noi competiamo con l’università non per il contenuto o la qualità ma per la tempestività con cui affrontiamo l’attualità».

Dunque è necessario un turnover di prof ed esperti?
«Sì, sceglieremo argomenti diversi a seconda del “cigno nero” del momento».

E questo non comporta costi enormi?
«Be’, la scuola ha dei costi, ma è un investimento per chi la frequenta: abbiamo coinvolto solo prof ordinari, non associati. Per il prossimo corso sulla giustizia ambientale per esempio abbiamo coinvolto un totale di 18 docenti».

Il corso come è strutturato?
«Due formule: 150 ore spalmate su 8 ore al giorno, quasi fosse una giornata di lavoro, e si esaurisce in un mese e mezzo; oppure il venerdì pomeriggio e tutto il sabato, e in questo caso richiede 3 mesi, ma è conciliabile col lavoro».

Quando costa un corso in media?
«Innanzitutto per accedere a ogni corso è necessario un corso propedeutico (che è obbligatorio) di 30 ore, e che costa 800 euro, seguito poi da un corso monografico di 120 ore che costa 1.600 euro. Il totale per le 150 ore è pari a 2.400 euro Iva inclusa. Se fai altri corsi monografici, però, non serve fare nuovamente il propedeutico».

Sono previste borse di studio?
«Sì, ben 75 per il primo ciclo di corsi, rivolte a studenti che diversamente non potrebbero seguire i corsi».

C’è una selezione per accedere?
«No, abbiamo escluso qualsiasi tipo di selezione».

Prof, qual è il vero valore aggiunto che ritene di apportare con una scuola come questa?
«Oggi il mutamento in tutti i settori è talmente rapido che ciò che apprendiamo a scuola ha bisogno di un costante aggiornamento, più preciso e puntuale, del nostro bagaglio culturale».

Consulente scientifico della scuola è Tomaso Montanari, come mai ha scelto lui?
«Innanzitutto perché è uno dei massimi esperti di storia dell’arte e beni culturali, e poi perché è un grande esperto dei problemi connessi all’attuazione della Costituzione».

A cosa serve oggi la conoscenza?
«La conoscenza è la base di qualsiasi nostra attività. La nostra società e stata chiamata per la prima volta società della conoscenza. Le scienze e le discipline sono andate talmente avanti che senza la conoscenza, oggi, rimani al buio».

Qual è uno dei difetti principali dell’Università?
«In genere tutti i Paesi investono tantissimo nell’Università. Basti pensare che in Brasile il presidente Lula, che non ha la licenza elementare, ha dato vita a 18 nuove università. In Italia invece noi investiamo poco e abbiamo pochissimi laureati: il 23% contro la media europea del 43%. Addirittura in California sono laureati 68 cittadini su 100».

Come mai questo imbarbarimento culturale?
«C’è uno scarso investimento dello Stato e anche dei privati nelle università e nella ricerca scientifica. Su 100 studenti che si diplomano alla scuola media superiore, solo 40 vanno all’università e di questi solo 23 arrivano alla laurea».

Ok ma perché?
«Non ci sono borse di studio, studiare costa: è una selezione naturale terribile».

Solo questo?
«C’è anche un altro motivo, forse più tragico ancora: la laurea non garantisce il posto di lavoro dopo aver speso un sacco di soldi, specie se sei fuori sede. Su 100 laureati, dopo tre anni dalla laurea, solo 52 trovano lavoro. E 48 sono ancora disoccupati».

La vostra scuola avrà solo corsi così imponenti?
«Non faremo solo corsi, ma anche cicli di dibattiti e di conferenze aperti al grande pubblico, come quello che inizia domenica 29 gennaio al cinema Farnese di Roma, dove intellettuali di destra e sinistra si confrontano su temi di attualità».

Ci dica di più…
«La destra è al governo ma la sinistra si è accorta di non conoscere nulla dei primi, e viceversa. Per questo ho dato vita a un pronto soccorso culturale volto a un confronto costruttivo tra parole di destra e parole di sinistra. Otto domeniche mattina per imparare la cultura di destra e quella di sinistra».

La scuola del Fatto Quotidiano è quasi interamente incentrata sul metodo informatico. Come mai?
«Perché pensiamo che, se bene organizzate, le lezioni tele-didattiche perdono un poco nell’intensità ma guadagnano in estensione in misura tale da compensare questo squilibrio».

Tradotto?
«Pensiamo di raggiungere migliaia di persone in modo da coprire una platea vastissima fortemente interessata ad aggiornare la propria cultura».

C’è qualche altra iniziativa che annuncerete in tal senso?
«Sì, vorremmo poter fare grandi viaggi di conoscenza, come per esempio visite guidate alla Silicon Valley, per vedere da vicino queste importanti realtà e incontrare i protagonisti della società post-industriale».

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