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Biennale d’Arte 2026: Tra Potere, Memoria e Corpi Ribelli

Credit: Fabio Milani
Di Fabio Milani
Pubblicato il 11 Mag. 2026 alle 13:57 Aggiornato il 11 Mag. 2026 alle 13:57

La Biennale di Venezia del 2026 si conferma l’evento artistico più importante del mondo, divisa tra la bellezza storica dei Giardini e il fascino industriale dell’Arsenale, ma quest’anno il dibattito politico è acceso a causa delle scelte del presidente Pietrangelo Buttafuoco. La decisione di accettare il padiglione della Russia solleva molti dubbi: credo infatti che non dovrebbero essere ospitate nazioni che invadono altri paesi e che non rispettano ne il diritto internazionale , ne i confini legittimi degli stati ne, le risoluzioni dell’ONU come la Russia di Putin, l’America di Trump o l’Israele di Netanyahu, perché se si accolgono governi così controversi e legati a logiche di guerra, allora bisognerebbe avere il coraggio di aprire le porte a tutti, a partire dal padiglione della Palestina, i cui cittadini sono le prime vittime delle politiche israeliane. Ricordo a tutti che il ministro della cultura Giuli non ha presenziato la cerimonia ufficiale e che la giuria per i premi si è dimessa in todo.

Credit: Fabio Milani

Entrando nel vivo della visita ai Giardini, ci si trova immersi in un parco dove ogni nazione ha il suo edificio storico. Tutto si presenta in una nuova veste grazie a un importante intervento di riqualificazione da 31 milioni di euro curato dallo studio Labics e che riguarda il padiglione centrale. Il progetto ha saputo  tener conto dell’esigenza di tener aperti questi spazi anche nei mesi invernali grazie ad un progetto di efficienza energetica e di climatizzazione. Sono stati ripristinati anche gli infissi originali realizzati dal famoso architetto veneziano Carlo Scarpa. 

La curatrice di questa Biennale d’arte 2026 doveva essere Koyo Kouoh ma la sua scomparsa improvvisa nel 2025 ha comportato che  il suo progetto sia stato realizzato grazie al suo motivato staff che è riuscito a eseguire il suo studio originale. Sarebbe stata la prima curatrice africana della storia. Il progetto si distingue per un allestimento molto particolare , con un grande uso di materiali poveri, e sostenibili come il cartone , scelto proprio per non sovrastare l’architettura storica e per riflettere quel senso di “tonalità minore” cura questa del dettaglio che Koyo Kouoh voleva trasmettere.  

Tra gli artisti abbiamo: Big Chief Demond Melancon con il suo uccello totemico collocato all’ingresso. E’ una maschera della tradizione dei Black Masking Indians di New Orleans, interamente ricamata a mano, che racconta la storia della tratta degli schiavi. Cecilia Vasquez Yui che ha portato una serie di sculture di animali (un vero e proprio parlamento) che sembrano osservare i visitatori, richiamando la saggezza ancestrale della foresta amazzonica. Kader Attia presente con opere che esplorano il concetto di “riparazione”( fisica e psicologica) un tema cardine della ricerca della Kouoh. Sammy Baloji le sue opere analizzano l’eredità’ coloniale attraverso la fotografia e l’installazione, concentrandosi sulla storia della Repubblica Democratica del Congo . Alvaro Barrington con le sue tele materiche che mescolano pittura tessuti e oggetti ritrovati, portando la cultura caraibica nel cuore dei Giardini. Uriel Orlow che indaga il rapporto tra botanica  e colonialismo, mostrando come le piante stesse portino i segni dei viaggi e delle conquiste umane. Wardha Shabbir nota per i suoi dipinti che creano giardini geometrici e simbolici ispirati alla miniatura tradizionale pakistana.

I padiglioni internazionali che mi hanno più colpito sono i seguenti: 

Quello della Svizzera, curato da Gianmaria Andreetta e Luca Beeler con il progetto The Unfinished Business of Living Together”, che propone un’interessante indagine attraverso il lavoro dell’artista Nina Wakeford e di un collettivo composto da Miriam Laura LeonardiYul Tomatala e Lithic Alliance; l’esposizione utilizza video degli anni ’70 per denunciare la problematica omosessuale e il razzismo subito dagli italiani dell’epoca, proiettati su grandi schermi che creano un forte impatto documentario ed emotivo. Un’esplorazione sulle identità delle persone, sull’integrazione e sulla condivisione dal passato al presente.

Credit: Fabio Milani

Quasi di fronte a tale memoria storica, il presente urla nel progetto dell’Ucraina, intitolato “Security Guarantees” e curato da Ksenia Malykh e Leonid Marushchak. L’opera centrale, collocata all’ingresso dei Giardini su una gru montata su un camion, è “The Origami Deer” dell’artista Zhanna Kadyrova. Si tratta di un imponente cervo d’acciaio evacuato sotto il fuoco russo dal Donetsk: un’opera che diventa il simbolo dell’incertezza e del fallimento delle garanzie di sicurezza internazionali.

Credit: Fabio Milani

Molto suggestivo è anche il padiglione dell’Austria, dove l’artista Florentina Holzinger presenta “Seaworld Venice”, curato da Nora-Swanrje Almes, un’installazione perturbante con corpi femminili sommersi dall’acqua che riflettono sul rapporto tra natura e fragilità umana. Non solo. Il suo è un inno all’attenzione sui cambiamenti climatici e un monito anche per Venezia che sarà sommersa . Una presa d’atto indiscutibile. L’installazione è un organismo macchina che ne ricicla i fludi corporei ( inclusa l’urina) dei visitatori , per sostenere la vita interna dei performer, affrontando temi di purezza, inquinamento, peccato ed espiazione. Il lavoro è il più chiacchierato di questa Biennale 2026 con nudi integrali e file oceaniche. Preparatevi per tempo.

Credit: Fabio Milani

Se il padiglione austriaco fa rumore per la sua radicalita’, quello del  Giappone e’ virale per la sua apparente dolcezza. Con il progetto “Grass Babies, Moon Babies”, curato da Lisa Horikawa Mizuki Takahashi; qui l’artista Ei Arakawa-Nash invita i visitatori a una performance di cura estrema con le sue 200 bambole da accudire. L’artista queer di origini giapponesi ma che vive in America, è diventato padre di due gemelli , grazie alla maternità surrogata. Pertanto questo è stato lo stimolo del suo lavoro che coinvolge in una performance collettiva tutti i visitatori. Ci sono oltre 200 bambolotti sparsi tra lo spazio che pesano 5-6 kg l’uno e corrispondono al peso di un vero neonato di 4 mesi. L’artista vuole che tu senta fisicamente la fatica e la responsabilità della cura. Sei invitato a sceglierne e ad adottarne uno prendendolo in braccio, portandolo a spasso in passeggino a cullarlo. Spesso indossano occhiali a specchio cosi ‘quando li guardi , vedi riflesso il tuo volto come genitore. Alla fine del percorso, puoi anche partecipare ad un gesto di cura estremo: cambiare il pannolino. In cambio di questo lavoro ( che simboleggia il lavoro invisibile di chi accudisce), ricevi una poesia basata sulla data di nascita assegnata a quel bambolotto, che richiama eventi storici legati ai diritti civili o alla diaspora giapponese. In sintesi mentre l’Austria urla l’apocalisse con una grande campana posta davanti al padiglione,Il Giappone ti sussurra la fragilita’ della vita mettendoti letteralmente un peso tra le braccia.  

Credit: Fabio Milani

Un impatto radicale, un po’ al pari con quello austriaco, è quello del Padiglione della Danimarca, curato da Chus Martínez con l’artista Maja Malou Lyse e il collettivo Common Accounts. Il progetto, intitolato “Things to Come”, è una riflessione cruda sulla riproduzione umana che parte dall’indagine sul seme congelato dell’uomo e sulla crisi della fertilità, utilizzando video di pornoattori impegnati in attività fisiche estreme per esplorare la biologia come spettacolo. L’installazione trasforma il padiglione in un ambiente immersivo che mescola tre mondi apparentemente lontani : la scienza della fertilità, la pornografia  e l’immaginario della fantascienza. In sintesi il lavoro è un musical nella banca del seme ( Brummer Gallery) : il cuore della mostra è un film concepito come un musical , ambientato in una vera banca del seme e riflette sulla crisi globale della fertilità. 

Credit: Fabio Milani

Notevole è anche il Padiglione dei Paesi Nordici, che presenta la mostra “How Many Angels Can Dance on the Head of a Pin?”, curato da Anna Mustonen ( direttrice del Museo Kiasma)il cui titolo richiama un antico dilemma filosofico medioevale ( quanti angeli possono danzare sulla punta di uno spillo) usato qui per esplorare l’infinitamente piccolo , il magico ed il metafisicoCon le imponenti sculture in argilla di Benjamin Orlow, (Finlandia) , che esplora l’identita’e la storia ,  le figure mitologiche, di Tori Wrånes (Norvegia) artista multidisciplinare nota per le sue performance surreali che coinvolgono il suono e il corpo,  le ceramiche inquietanti di Klara Kristalova (Svezia) scultrice che crea figure inquetanti e magiche, simili a spiriti della natura o a personaggi di fiabe oscure. In sintesi, è un padiglione che ti trasporta in una dimensione parallela , dove la logica lascia spazio al mito ed alla meraviglia.

Credit: Fabio Milani

Merita una menzione anche il padiglione dell’Olanda, con un lavoro dal titolo “The Fortress” curato da Rieke Vos con l’artista Dries Verhoeven, che trasforma l’architettura in una fortezza blindata. Il padiglione di Gerrit Rietveld simbolo di ottimismo e di apertura viene chiuso. Si apre solo in alcuni momenti. 13 performer internazionali  con voce cruda  esplorano l’istinto di autoconservazione della società occidentale. Riflette il senso di incertezza geopolitica e sulla tendenza dell’Europa a chiudersi in se stessa per proteggere i propri confini e il proprio stile di vita, in contrasto con l’ideale di “ spazio aperto” della Biennale . 

La manifestazione ai Giardini si chiude con una festa nel Padiglione della Grecia, trasformato in una “discoteca” concettuale dall’artista Andreas Angelidakis, curato da George Bekirakis. Il progetto “Escape Room” si ispira al mito della caverna di Platone riletto attraverso la lente della nostra era post-verità e della cultura digitale. Tra colonne di gomma, neon e disegni digitali, il padiglione invita il pubblico a perdersi in uno spazio di fuga elettrico che denuncia la mercificazione della storia. Il progetto è un omaggio alla memoria di Zak Kostopoulos, artista drag e attivista LGBTQ+ brutalmente ucciso ad Atene nel 2018. In sintesi , Angelidakis ha diviso idealmente il padiglione in due: da una parte la storia ufficiale e i miti del passato , dall’altra una realtà fatta di illusioni digitali e identità fluide. Se avete ancora energie per ballare con questo padiglione finirete in bellezza.

Spostandosi verso l’Arsenale, l’atmosfera cambia e si cammina dentro antichi magazzini dove la mostra internazionale “In Minor Keys” esplora narrazioni sommerse. Ospita installazioni monumentali che esplorano la memoria, l’ecologia,e l’identita’ sotto la curatela di Koyo Kouoh. Qui la presenza di artisti africani è vibrante e centrale: spiccano le monumentali installazioni tessili della nigeriana Otobong Nkanga, che ha avvolto le quattro colonne della facciata del padiglione centrale con mattoni locali e vasi in ceramica contenenti piante. Intreccia terra e memoria coloniale. Arricchiscono le sale le sculture d’assemblaggio del ghanese Ibrahim Mahama, che ricopre le pareti con vecchi sacchi di juta. Di grande impatto è la presenza di William Kentridge con la serie video “Self-Portrait as a Coffee Pot”, curata da Carolyn Christov-Bakargiev: una riflessione poetica e politica sul processo creativo e sulla storia traumatica del Sudafrica attraverso i suoi inconfondibili disegni animati.

Credit: Fabio Milani

Proprio in questo contesto si trova il Padiglione Italia, curato da Cecilia Canziani e intitolato “Con te con tutto”, che anche quest’anno è molto discutibile. Un sola artista Chiara Camoni. E due grandi sale da riempire. Nella prima  l’artista ha creato una “foresta” di oltre venti statue in ceramica ieratiche che dialogano con una costellazione di opere del passato e del presente: il raffronto più alto avviene con le strutture aeree di Fausto Melotti, ma compaiono anche riferimenti a Felice CasoratiAlberto Martini e Marisa Merz. A queste si affiancano i contributi tessili di Alice Guareschi, le incursioni grafiche di Giulia Piscitelli e le delicate composizioni di Sissi. È lo spazio della verticalità e del rito. Questo intreccio di mani e di visioni crea una rete di affinità elettive potente. Purtroppo l’altra sala non mi è proprio piaciuta. Dovrebbe rappresentare lo studio dell’artista, la condivisione con gli altri intellettuali e risultare   in contrapposizione con l’altra sala. Dovrebbe rappresentare l’orizzontalità del presente e, della realtà. Invece Mi è sembrato il solito accumulo  confuso di mobili, tende e mattonelle, materiali di recupero,  scarti industriali, tessuti e oggetti trovati e plastiche riciclate. Ricorda un mercatino. Basta con queste accozzaglie tante delle quali le troviamo anche in altri padiglioni della Biennale.

Credit: Fabio Milani

Il padiglione cinese invece ci mostra il futuro con il progetto “Dream Stream”.. Il celebre duo artistico Sun Yuan e Peng Yu noto per l’uso di bracci robotici industriali (come la famosa opera “ Can’t Help Myself)” , presentano un robot antropomorfo che dipingerà per voi. Troverete una lunga fila di persone che con stupore decidono un tema e lui  realizzerà il dipinto interagendo con la pittura e lo spazio. Il futuro che ci aspetta sarà questo? Temo di si ma noi spero non saremo dei misoneisti.

Credit: Fabio Milani

 Tante sono state le contestazioni contro l’Israele di Netanyahu e contro la Russia del dittatore criminale Putin in cui mi sono ritrovato con piacere e con la voglia di fare qualcosa.

Credit: Fabio Milani

Questa Biennale resta un viaggio incredibile, ma camminando tra i canali resta forte la sensazione che la cultura dovrebbe essere uno spazio di vera uguaglianza, dove chi soffre per la guerra trovi lo stesso spazio dei potenti, evitando di dare palcoscenici privilegiati a chi calpesta i diritti umani. 

A voi l’ardua sentenza.

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