È uscito il nuovo numero di The Post Internazionale. Il magazine, disponibile già da ora nella versione digitale sulla nostra App, e da domani, venerdì 9 ottobre, in tutte le edicole, propone ogni due settimane inchieste e approfondimenti sugli affari e il potere in Italia, storie inedite e reportage dal mondo, e grande spazio alla cultura con alcuni tra i più importanti intellettuali italiani.
Due milioni di sfollati e ottomila corpi ancora sotto le macerie. Ospedali, acquedotti, centrali elettriche e fogne fuori uso. Aiuti con il contagocce. E i raid di Israele continuano. Ma i progetti per disarmare Hamas e ricostruire la Striscia sono fermi. E l’Anp ne è esclusa. Ecco come è la situazione a Gaza tre anni dopo il 7 ottobre 2023.
E ancora: il puzzle insanguinato della Cisgiordania. Dall’assalto dei coloni israeliani, alla famiglia Tubasi di Jalud, ai bandi per l’E1. Violenze, avamposti, fondi pubblici e nuove strade ridisegnano la regione e archiviano la soluzione dei due Stati. Intanto i cantieri avanzano.
Dal Libano all’Iraq, dallo Yemen alla Siria fino all’Iran. Dal 7 ottobre Israele è in conflitto permanente. Ma il regime di Teheran e i suoi alleati sono sopravvissuti, la Turchia è in ascesa e, comunque andrà il voto, Tel Aviv resterà impantanata in diversi teatri di scontro. La guerra a oltranza di Netanyahu.
“Dal 7 ottobre ha conseguito importanti successi in tutta la regione. Ma si è mostrato riluttante a concessioni politiche. Dal voto mi aspetto continuità”. L’ex analista dell’intelligence militare israeliana Carmit Valensi spiega a TPI: “L’autosufficienza bellica non può sostituire la legittimità internazionale”.
Viaggio, poi, nel giorno che ha cambiato il Medio Oriente. Il raid di Hamas ha sconvolto i già fragili equilibri della regione. Dalla devastazione di Gaza allo scontro frontale tra Israele e Iran. Fino all’incrinatura nei rapporti tra Stato ebraico e Occidente. E ora per Netanyahu arriva il test del voto.
Tre anni di guerre, un Paese isolato sul piano globale e una società mai così spaccata. Le elezioni in Israele si sono già trasformate in un referendum sul premier. Ma l’ossessione della sicurezza rischia di sacrificare per sempre le radici democratiche dello Stato ebraico.
Che fine hanno fatto gli accordi di Abramo? La normalizzazione dei rapporti tra Israele e Paesi arabi non va come sperava Trump. Emirati e Marocco mantengono relazioni solide con lo Stato ebraico. Ma l’Arabia Saudita pone condizioni che per ora le impediscono di aderire. Dalla questione palestinese alla guerra in Yemen.
Gli Stati Uniti restano l’ultimo grande alleato di Tel Aviv in Occidente. Ma anche lì la popolarità dello Stato ebraico è ai minimi. Al punto che è lo stesso Netanyahu a suggerire di rivedere le forme del sostegno americano.
Ma l’Europa è (ancora una volta) divisa. Madrid parla di “genocidio”. Parigi e Londra boicottano i coloni. Berlino resta fedele a Tel Aviv. Così come Roma, che però raffredda le relazioni. Su Israele il vecchio continente si muove in ordine sparso. Tra consenso da inseguire e interessi economici.
Infine, un’analisi sul movimento pro-Pal che in Italia è sempre più forte. A causa dei crimini di Netanyahu l’immagine di Israele è crollata. Oggi l’opinione pubblica del nostro Paese è tra le più ostili verso lo Stato ebraico. Gaza ha risvegliato una partecipazione che non si vedeva da decenni. Ma aumentano anche gli episodi di antisemitismo.
Questo e molto altro nel nuovo numero del settimanale The Post Internazionale in edicola da domani e disponibile già da ora nella versione digitale. Continua a leggere sul settimanale The Post Internazionale-TPI: clicca qui.