Una persona su sei nel mondo soffre di solitudine. A lanciare l’allarme è l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). Una condizione “invisibile” collegata a 871mila morti premature ogni anno, pari a circa 100 ogni ora. Viviamo in una società iperconnessa, eppure ci sentiamo sempre più soli. D’altronde i numeri parlano chiaro: in Italia le famiglie unipersonali rappresentano ormai oltre un terzo del totale. Una condizione non solo emotiva, ma che, secondo numerose ricerche internazionali, aumenta il rischio di malattie cardiovascolari, ictus, demenza. L’impatto dell’isolamento sociale sulla salute è dunque paragonabile a quello di fattori di rischio ben noti, come il fumo e l’obesità.
Nel dettaglio, secondo un importante studio pubblicato nel 2024 su Nature Mental Health, le persone che sperimentano una forte solitudine presentano un rischio di sviluppare una demenza superiore di circa il 31%. Inoltre, sul piano biologico, la solitudine cronica è associata a un aumento degli ormoni dello stress, come il cortisolo, a uno stato infiammatorio persistente e ad alterazioni della risposta immunitaria. Anche i dati pubblicati sulla rivista Heart confermano che l’isolamento sociale è associato a un aumento del 29% del rischio di malattie coronariche e del 32% di quello di ictus. Ne abbiamo parlato con la nota sociologa Chiara Saraceno, professoressa emerita dell’Università di Torino, tra le prime ad aver studiato nel nostro Paese la famiglia e i suoi cambiamenti.
Professoressa, viviamo in realtà sempre più ampie e connesse, eppure cresce il numero di persone che si sentono sole. Che cosa è cambiato nella struttura della nostra società negli ultimi decenni?
«Innanzitutto, il fatto che sia cresciuto il numero delle cosiddette famiglie unipersonali non significa di per sé che si tratti di persone sole. Vivono da sole, ma non è detto che siano prive di legami. Inoltre, il cambiamento demografico ha fatto sì che si viva più a lungo e si facciano meno figli. Quindi è più probabile che per un certo tempo ci si trovi a non vivere con qualcuno: magari perché i figli sono andati fuori e il proprio partner non c’è più. Non a caso tra i soli ci sono molti anziani, o persone che si sono separate o divorziate. Questo però, è bene ribadirlo, non significa che si è solitari, cioè senza altri contatti, né che si debba restare soli per tutta la vita. Non bisogna dimenticare poi i rischi per le persone molto anziane, che hanno bisogno di una rete attorno anche per le esigenze quotidiane, essendo piuttosto fragili. Sono fenomeni a cui assistiamo in tempi recenti, legati all’invecchiamento della popolazione e al fatto che si fanno pochi figli, per cui non esistono più le famiglie numerose di una volta. Rispetto alle precedenti generazioni, sono quindi aumentati gli anni in cui si può non vivere con i propri figli, pur avendoli adulti».
Come definirebbe la solitudine?
«La solitudine è la difficoltà ad avere relazioni significative, qualcuno su cui contare. Per cui si può essere soli anche quando si vive in compagnia di altri. Le ricerche, in particolare quelle dell’Istat, mostrano come oggi le persone su cui si può fare affidamento non siano più soltanto quelle della rete familiare stretta, ma spesso si tratta di amici. Questo è un fatto positivo, perché significa che i rapporti di fiducia e solidarietà non rimangono confinati alla parentela. Il sentirsi soli non riguarda esclusivamente gli anziani, come si potrebbe pensare superficialmente, ma un po’ tutte le fasce d’età. Anche se ovviamente per le persone in là con gli anni è più accentuato, perché diventa più difficile farsi nuovi amici. Le generazioni passate, inoltre, sono state poco abituate alla cura delle relazioni, specie al di fuori della cerchia lavorativa. Questo è molto più evidente tra gli uomini rispetto alle donne. Bisognerebbe essere educati sin da piccoli all’idea che le relazioni richiedono cura, tempo, devono essere nutrite».
Un’attenzione per l’altro che appare in contrasto con l’attuale società dell’iperconnessione.
«I mezzi di comunicazione di oggi, in particolare i social, ci danno l’idea che per comunicare non serva essere faccia a faccia, perché in fondo basta mandare un messaggio su WhatsApp. Bisogna però fare molta attenzione, perché si rischia poi di non essere in grado di relazionarsi nella realtà. L’apparente facilità di comunicazione data dai tanti strumenti disponibili non deve farci dimenticare che per avere delle relazioni stabili è richiesta una certa dose di impegno e investimento».
Questo isolamento sociale non riguarda solo gli anziani, ma sempre più anche i giovani. Quanto hanno influito i social, che rischiano di sostituire illusoriamente i rapporti reali?
«Molti ragazzi è come se avessero sempre una vita in pubblico. Sono continuamente esposti al giudizio altrui, compreso quello di persone che non conoscono, perché qualsiasi cosa venga fatta – da una vacanza a ciò che si mangia – finisce sui social. Rischiano così di essere molto vulnerabili. C’è in queste nuove generazioni da una parte un eccesso di esposizione di sé, e dall’altra un forte condizionamento dovuto al giudizio degli altri, fino ad arrivare in alcuni casi a rinunciare a qualsiasi tipo di relazione faccia a faccia. Tutto ciò provoca una forte solitudine interiore, perché si arriva a non fidarsi neppure delle proprie relazioni più strette».
Questa solitudine cronica ha delle ricadute anche sulla salute, aumentando il rischio di insorgenza di diverse malattie. La società moderna sta diventando, in qualche modo, una fabbrica di stress biologico?
«Sicuramente aumenta il disagio mentale. Vivere nel costante timore del giudizio altrui, compreso quello di persone estranee, può accrescere lo stress e il disagio, con effetti anche sulla salute fisica. Dalle indagini più recenti sui giovani, ad esempio, emerge in molti un’ossessione per la cura del corpo e dell’immagine, per cercare a tutti i costi di apparire sempre più conformi a una sorta di standard condiviso. Una delle cose che mi colpisce e inquieta di più è che molte persone chiedano supporto psicologico all’intelligenza artificiale, cioè a una non-persona. Dal punto di vista sociologico, è un preoccupante indicatore di mancanza di fiducia nelle relazioni reali».
La solitudine dovrebbe essere considerata un problema di salute pubblica? Quali interventi concreti potrebbe introdurre la politica per contrastare questa tendenza?
«Bisogna favorire la creazione di situazioni non giudicanti in cui le persone si possano incontrare fisicamente, parlare, fare cose insieme. Questo gioverebbe molto alla socializzazione sia dei ragazzi che degli adulti. Anche la scuola dovrebbe essere un luogo in cui ci si possa incontrare sul serio. Servirebbero, insomma, spazi di socialità neutra, accoglienti, dove ciascuno possa portare le proprie idee e il proprio vissuto, senza che ci sia competizione. Le relazioni non nascono spontaneamente: hanno bisogno di luoghi, tempi e occasioni per svilupparsi».
I social uccidono i legami stabili? Chiara Saraceno a TPI: “Le relazioni hanno bisogno di luoghi, tempi e occasioni per svilupparsi”
“L’apparente facilità di comunicazione data dalle nuove tecnologie non deve farci dimenticare che i rapporti richiedono impegno e investimento”. La sociologa spiega a TPI perché ci sentiamo sempre più soli: “Vivere nel costante timore del giudizio altrui può accrescere lo stress e il disagio mentale”
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