Nel suo romanzo più conosciuto, I Malavoglia, Giovanni Verga racconta le tormentate vicende di una famiglia di pescatori siciliani, i Toscano: padre, madre, cinque figli, più il nonno paterno. Quando il libro fu pubblicato, nel 1881, vivere in otto sotto uno stesso tetto non era così insolito: agli inizi del XX secolo la famiglia italiana contava in media 4,5 componenti.
Oggi immaginare una casa affollata come quella dei Toscano apparirebbe irrealistico: le famiglie sono composte in media da 2,2 persone. Non solo si fanno meno figli, ma si uniscono anche meno coppie. Nel 2021 si è registrato un sorpasso storico: i nuclei monopersonali sono diventati la forma familiare più diffusa del Paese. Rappresentano ormai il 37% del totale delle famiglie censite. Trent’anni fa erano il 21%.
Identikit
Oggi un italiano adulto su cinque vive da solo: una popolazione atomizzata di 9,9 milioni di individui. Quasi la metà ha più di 65 anni, mentre solo il 10% ne ha meno di 35. Un terzo sono vedovi, un quinto sono separati o divorziati, il restante 42,6% è celibe o nubile. Le donne sono in leggera maggioranza: 53,4%.
Fra i non anziani, la quota di chi vive solo è pressoché raddoppiata rispetto ai primi anni Duemila. Per alcuni è una scelta, per altri una costrizione. Tra i più giovani si tratta per lo più di una condizione transitoria, nelle cosiddette «età centrali» (35-64 anni) i single prevalgono leggermente su separati e divorziati, mentre fra gli anziani la maggioranza sono persone che hanno perso il proprio coniuge (anche se negli anni è cresciuta la quota di separati e divorziati).
Per secoli le coppie con figli hanno costituito il modello familiare più diffuso, ma negli ultimi trent’anni quel tipo di struttura è andato in costante diminuzione: a metà degli anni Novanta il 47,9% delle famiglie era rappresentato da coppie con figli, adesso la quota si è ristretta al 28,4%. Nello stesso arco temporale i nuclei monogenitoriali (in cui i figli vivono solo con la madre o solo con il padre) sono aumentati dall’8 a quasi l’11%. È rimasta costante nel tempo, invece, la percentuale di coppie senza figli: sempre oscillante intorno a un quinto del totale.
All’estero
La crescita dei nuclei monopersonali è forte in tutto il mondo occidentale. Nel territorio dell’Unione europea gli adulti che vivono soli sono passati dal rappresentare il 33% delle famiglie nel 2016 al 37,4% nel 2025. Negli Stati Uniti la percentuale è oggi del 29% a fronte del 20% del 1975. Nei Paesi dell’area Ocse, quasi un quinto della popolazione vive in nuclei familiari composti da una sola persona: dieci anni fa era il 15%.
Il fenomeno è più spiccato nei Paesi scandinavi e baltici e meno in America Latina, Europa dell’est ed Europa del sud. Ma ovunque si registra un incremento del tasso di “solitari”. In generale, le persone anziane sono quelle che hanno maggiori probabilità di vivere da sole, ma il fenomeno è cresciuto in tutte le fasce d’età tra il 2010 e il 2022. Secondo l’Ocse, «la quota di nuclei familiari composti da una sola persona è destinata ad aumentare nei prossimi decenni».
Salasso
«Vivere da soli – spiega l’Istat – non si traduce in una condizione di isolamento sociale». In Italia l’83,7% di coloro che non hanno compagnia in casa dichiara di avere almeno una persona nel mondo esterno su cui poter contare in caso di bisogno: la percentuale è naturalmente più elevata per gli Under 34 (93%), mentre scende (al 78%) per gli Over 75.
Nonostante il supporto di amici o parenti non conviventi, chi sta da solo esprime mediamente un più basso livello di soddisfazione rispetto alla propria vita: secondo i dati dell’Istituto Nazionale di Statistica, solo il 41,9% si dichiara «molto soddisfatto», a fronte del 48,3% delle persone che convivono con altri. Del resto, tirare avanti in solitaria è più oneroso anche dal punto di vista economico: a qualsiasi spesa bisogna far fronte da sé. Tanto che è stato persino coniata un’espressione ad hoc, «tassa sui single», per descrivere le spese aggiuntive sostenute da chi non ha un partner.
Il differenziale rispetto agli altri nuclei familiari è tale che nei Paesi europei dell’area Ocse si stima che tra le famiglie composte da un solo adulto (incluse però anche quelle monogenitoriali) una su tre sia a rischio di povertà o esclusione sociale. A fine 2024 la Coldiretti ha diffuso un rapporto secondo cui le persone che vivono da sole devono sopportare un costo della vita quasi doppio (+80%) rispetto a quello ipotizzato per ciascun membro di una famiglia media di tre persone. Nell’indagine, basata su dati Istat, si calcola che la spesa media per alimentari e bevande di un single sia di 337 euro al mese, più alta del 53% in confronto con quella di ogni componente di una famiglia tipo di tre persone: un divario determinato anche dal fatto che sono assai rari sul mercato i formati di cibo adeguati per una persona. Pesano inoltre le spese per l’abitazione (canone d’affitto o rate del mutuo) e bollette: secondo Coldiretti, in questo caso i costi sono maggiori del 156%: anche perché generalmente le case più piccole hanno prezzi più elevati al metro quadro sia in caso di acquisto che di affitto. Ma vivere da soli è più gravoso anche per quanto riguarda le spese nella salute (+87%) e nei trasporti (+16%).
Oltre al danno, c’è pure la beffa. I lavoratori single, separati, divorziati e vedovi sono infatti penalizzati anche quando si tratta di pagare tasse e contributi. Stando a un’analisi dell’Ocse basata sull’anno fiscale 2022, in Italia l’aliquota complessiva media per un lavoratore sposato con due figli è del 34,9%, mentre per un lavoratore single senza figli è del 45,9%. Ed è così ovunque nel mondo. In Germania lo sposato con prole paga il 32,9% e il single il 47,8%, in Francia si passa dal 39,2 al 47%, negli Stati Uniti dal 19,8 al 30,5%.
Evidentemente, però, nemmeno la leva fiscale basta a convincere i contribuenti a fare più figli. In Italia, Ue e Usa i tassi di natalità calano di anno in anno. Nel nostro Paese si prevede che nel 2100 avremo 44,7 milioni di abitanti, un livello mai così basso dal 1936. Con una differenza non da poco: all’epoca ogni famiglia contava in media 4,3 componenti. Le culle erano piene, quindi c’erano prospettive di crescita demografica. Adesso invece la curva è discendente: la popolazione diminuisce e continuerà a diminuire. Di questo passo, conviene prepararsi: ne resterà soltanto uno. L’ultimo spenga la luce.