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    Rotte di montagna: l’odissea dei migranti in Val di Susa

    Credit: Fabrizio Fanelli

    Reportage dal confine italo-francese. Ogni anno 15mila persone tentano la traversata. E alle volte, provandoci, muoiono

    Di Chiara Godino
    Pubblicato il 1 Feb. 2024 alle 11:48 Aggiornato il 22 Feb. 2024 alle 11:22

    Mohammad tenta di scaldarsi premendo le mani sul termosifone bollente, indossa un berretto di lana e due giacche imbottite, ma il suo corpo non smette di tremare. Vicino a lui è seduto suo figlio di 15 anni, che, dopo avermi sorriso, mi chiede timidamente se riesco a riattivare la sim del suo smartphone.

    «Siamo partiti dalla Siria con l’obiettivo di raggiungere la Germania, dove vive mio fratello», mi racconta Mohammad aprendo Google Maps. «Abbiamo lasciato a casa mia moglie e i miei altri nove figli, sarebbe stato troppo complicato per loro. Non è facile affrontare il viaggio e attraversare questo confine, la gendarmerie ci ha respinto già due volte, ma domani mattina ritenteremo. Adesso abbiamo bisogno di riposarci e mangiare qualcosa. Di notte, nei boschi, il freddo è indescrivibile, ti entra nelle ossa anche se indossi calze di lana, due paia di pantaloni, guanti e cappello». 

    I due hanno percorso a piedi la Turchia, la Bulgaria, la Serbia, la Croazia e la Slovenia, poi sono arrivati a Trieste. Mohammad mi mostra tutto il percorso su un’app di visualizzazione di carte geografiche.

    «In Bulgaria e in Croazia abbiamo avuto problemi con la polizia, ci hanno fatto spogliare, hanno rubato i soldi che avevamo e ci hanno picchiati. Non capivamo quello che ci urlavano, ma sapevamo che non eravamo ben accetti nel loro Paese, abbiamo provato a dire che volevamo solo dormire e proseguire verso ovest, ma nemmeno loro ci capivano». 

    Padre e figlio sono in viaggio da due anni. Intorno a loro, nel salone principale del Rifugio Fraternità Massi, ci sono decine di ragazzi provenienti principalmente dall’Africa: alcuni provano a dormire, altri approfittano del silenzio per fare una videochiamata, qualcuno suona la chitarra e intona una canzone. Il rifugio si trova a Oulx, in alta Val di Susa, a circa un’ora di macchina da Torino, ed è destinato ai migranti di passaggio, i quali vi transitano prima di tentare di oltrepassare il confine nazionale. 

    Rifugio solidale
    All’interno della struttura ci sono camere con bagno su tre piani, locali cucina e refettorio e un ampio spazio esterno. Oggi la giornata non è fredda, il cielo è limpido, non ci sono nuvole all’orizzonte e il sole illumina un gruppo di ragazzi che gioca a calcio nel cortile, mentre i volontari puliscono le camere, cambiano le lenzuola e stendono i panni. 

    Il centro è funzionante ogni giorno 24 ore su 24 e gli ospiti possono usufruire di un pasto caldo, una doccia, un letto e la colazione. La permanenza è limitata a uno-due giorni: non si tratta di un centro di accoglienza, ma di un punto di approdo temporaneo per chi, nel proprio viaggio, ha bisogno di una sosta.

    Il rifugio è infatti nato nel 2018 con lo scopo di far fronte all’emergenza migranti esclusivamente dal punto di vista umanitario, in seguito si è ingrandito ed è divenuto uno spazio aperto al volontariato e un osservatorio delle dinamiche migratorie; il progetto è gestito dalla Fondazione Talità Kum – Budrola Onlus. 

    «Ricordo che la prima persona con cui mi sono confrontato per aprire il rifugio è stato il prefetto di allora, Zaccone. Il giorno in cui abbiamo aperto c’erano il sindaco e il maresciallo di Oulx. L’idea era quella di coinvolgere territorio e istituzioni, e così è stato», mi racconta Don Luigi Chiampo, parroco di Bussoleno e presidente di Talità Kum.

    «La collaborazione e la coordinazione tra i diversi soggetti di MigrAlp è una dimensione necessaria, oggi più che mai. L’obiettivo del progetto MigrAlp è infatti quello di portare assistenza e soccorso alle persone migranti in transito e coinvolge operatori locali socio-assistenziali, logistici e sanitari, con il coordinamento dei comuni interessati, Bardonecchia, Oulx, Claviere e Bussoleno. Anche i cittadini ci supportano, attraverso la donazione di vestiti e alimenti». 

    Lo scorso anno i passaggi sono stati circa 16.000, la media è di 15.000 tenendo presente che durante l’estate sono qualche migliaio in più le persone che attraversano il confine, perché non tutti usufruiscono del rifugio. Solo a giugno, luglio e agosto 2023 – quando il flusso è triplicato a causa dei numerosi sbarchi – la struttura ha però accolto circa 8.000 persone. 

    La maggior parte degli ospiti sono giovani ragazzi, anche minorenni. In molti sono giunti in Italia da Lampedusa, altri hanno attraversato i Balcani. Quando arrivano da Torino con il treno, indossano spesso vestiti inadeguati per il clima di montagna, ma all’interno del rifugio è presente un magazzino colmo di giacche, piumini, guanti, scarponi e maglie termiche. I volontari li aiutano nella vestizione e donano loro gli indumenti necessari, raccolti da vari enti di beneficenza del territorio e privati. 

    Fuga di famiglia
    Mentre prendo parte a questo momento, sistemando i pantaloni sugli scaffali in base alla taglia e riponendo le sciarpe negli scatoloni, si avvicina una ragazza che mi chiede un’informazione in francese: sta cercando dei pannolini per suo figlio.

    Cominciamo a parlare, scopro che ha la mia stessa età e che è madre di due figli; il più piccolo è nato ad Agrigento due mesi fa. Lei e suo marito Abdel sono partiti dalla Costa d’Avorio nel 2013, quando Abdel era stato accusato ingiustamente di aver bruciato l’officina meccanica in cui lavorava. Costretti a scappare in Mali, hanno trascorso molti anni in Libia, dove è nato il primo figlio. 

    «Abbiamo provato a raggiungere l’Europa più di una volta, ma spesso siamo stati arrestati. Quando i libici ci prendevano, ci picchiavano, mi hanno anche strappato i denti», dice mostrandomi la bocca. «Il giorno in cui ho scoperto di essere incinta ho detto a mio marito che non mi sentivo al sicuro di far nascere il bambino in Libia, così nel giro di qualche settimana abbiamo ritentato la traversata col barcone e siamo arrivati a Lampedusa. Ho partorito in Sicilia». 

    La famiglia non ha intenzione di attraversare la montagna per raggiungere la Francia, ma vorrebbe fermarsi in Italia e provare a costruire un futuro sicuro per i due bambini, i quali, al momento, stanno dormendo nelle camerate, inconsapevoli di dove si trovino. 

    Ci sono però nuclei familiari che tentano la traversata, Don Luigi Chiampo ne ricorda uno in particolare: «Ho incontrato questa coppia afghana qualche anno fa, insieme a loro c’era un bambino di sei-sette anni che stringeva la mano del papà, mentre la mamma sembrava avesse sulla schiena uno zaino… Osservando bene però ci si accorgeva che era un bambino paraplegico di circa quattro anni che la donna aveva caricato con sé per anni, lungo tutta la rotta balcanica. Sono immagini che difficilmente rimuovi dalla testa», conclude. 

    Caccia all’uomo
    I migranti che tentano la traversata prendono un bus da Oulx diretto a Claviere, l’ultimo Comune italiano. Accanto alla fermata ci sono spesso poliziotti italiani che vigilano sull’operazione. Claviere dista tre chilometri dal Comune francese di Monginevro, ma solo quando arrivano a Briançon i migranti sono davvero al sicuro: il paese è il punto di arrivo, da lì possono fare richiesta di permesso di soggiorno in Francia. 

    La traversata avviene principalmente durante la notte, quando è più facile nascondersi dalla polizia, ma più complicato seguire la strada giusta. Come riporta Melting Pot Europa, tra il 27 e il 28 ottobre un gruppo di quattro persone in cammino è stato intercettato dalla polizia. Al secondo tentativo di fuga, due sono stati fermati e gli altri due si sono ritrovati soli e privi di orientamento nella montagna, senza i telefoni.

    Dopo essersi nascosti hanno vagato per la montagna ritrovando la direzione solamente verso l’una del mattino del 29 ottobre, costeggiando una falaise ormai prossima a Briançon. Uno di loro, Youssef, non ce l’ha fatta ed è precipitato per decine di metri: il suo corpo è stato ritrovato vicino al ponte Asfeld, all’entrata della città. Il suo amico è miracolosamente sopravvissuto restando tutta la notte aggrappato a una roccia, fino all’intervento del soccorso, verso le 11 del mattino.

    Il 14 ottobre un’altra persona ha perso la vita per sfuggire ai controlli di frontiera. Il 7 di agosto il ritrovamento di un altro corpo. In maggio, nove persone in cammino, salvate dal soccorso in quota, denunciano la presenza di un cadavere di cui descrivono nei particolari l’abito. Poi, nessun riscontro. 

    Non è la montagna che uccide e che non permette a queste persone di sopravvivere, raggiungere una città e sognare, ma il sistema di frontiera. 

    Circolazione limitata
    Dal 21 ottobre scorso il Governo italiano ha ripristinato i controlli alla frontiera con la Slovenia, citando, come fattori di pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza interna del Paese, il conflitto israelo-palestinese e l’incremento dei flussi migratori. Secondo il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, l’Italia è infatti esposta a un rischio di «infiltrazioni terroristiche». 

    Roma non è l’unica ad aver adottato una misura simile: lo hanno fatto una decina di altri Paesi, tra cui Slovenia, Austria, Germania e Francia. Nel 2022 sono state respinte più di 140mila persone migranti, e con questi nuovi provvedimenti i numeri aumenteranno ulteriormente. 

    Originariamente però, il regolamento Ue affermava che «la migrazione e l’attraversamento delle frontiere esterne di un gran numero di cittadini di paesi terzi non dovrebbero in sé essere considerate una minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza interna», eppure adesso il tema della sicurezza è il punto forte del Governo, e si è sempre basato sul pensiero che le ondate migratorie facessero arrivare in Italia soggetti criminali per natura o comunque votati alla criminalità, dai quali avremmo dovuto difenderci.

    Al contrario, dovremmo considerare che non accogliendo (o accogliendo male), non fornendo supporto psicologico ai migranti, abbandonandoli al loro destino, creando disagio e risentimento, si producono le condizioni per un reale pericolo per la nostra società. Un sistema escludente può solo generare emarginazione e disagio, frutto di una lunga accumulazione: oggi le situazioni più gravi sono considerate come emergenze, quasi fossero un fatto improvviso e inaspettato, mentre sono soprattutto il risultato di una lunga distrazione. 

    Un esempio concreto di accoglienza e di integrazione sul suolo nazionale si è concluso alla fine del 2021: si trattava del progetto Mad (Micro Accoglienza Diffusa), nato da un protocollo frutto della concertazione avviata con la Prefettura da parte di venti Comuni della bassa Val di Susa. Il modello ha preso il via nel 2016 e in sintesi prevedeva che i Comuni dessero volontariamente la disponibilità ad accogliere richiedenti asilo e rifugiati: tra i venti Comuni erano state ospitate oltre un centinaio di persone ripartite in piccoli numeri (da un minimo di quattro a un massimo di dodici). 

    Arrivo a Briançon
    Quando i migranti vengono intercettati tra i sentieri di montagna, vengono portati al presidio di polizia a Monginevro, prima di essere recuperati dalla Croce Rossa e riportati quindi in Italia, spesso al Rifugio Massi. I respingimenti dipendono dai giorni, dalle condizioni atmosferiche, ma anche dalla volontà delle pattuglie di turno di condurre ricerche nei boschi. 

    Se i migranti riescono ad arrivare a Briançon, vengono accolti al Refuge Solidaire, dove ricevono assistenza, supporto e ristoro. «Di solito si fermano un paio di notti, poi ripartono» mi racconta Nelly, volontaria e amministratrice del rifugio francese. «Il nostro lavoro è speculare a ciò che viene fatto a Oulx, la nostra è infatti una missione prettamente umanitaria: accogliamo persone vulnerabili ed esiliate, curiamo i feriti ed evitiamo che muoiano tra queste montagne. I migranti infatti conoscono il deserto e il mare, non hanno familiarità con la montagna e la neve». 

    Nelly è una donna solare ed entusiasta, sorride a chiunque incroci il suo sguardo. «Con gli esiliati bisogna dimostrarsi positivi perché quando arrivano, sono sopravvissuti a un viaggio, a noi spetta il compito di riconoscere il loro coraggio. Non possiamo mostrare le nostre frustrazioni e le nostre preoccupazioni, seppur non manchino». 

    Qualche tempo fa arrivavano soprattutto dalla rotta balcanica, adesso la maggior parte è di origine subsahariana. «Ci sono moltissimi minori registrati come maggiorenni, lo fanno per difendersi e per non rimanere troppo tempo a Lampedusa, una volta sbarcati. Quando arrivano sull’isola sono terrorizzati, non sanno cosa è meglio dichiarare, i maggiorenni sono illusoriamente più liberi e spesso la polizia li registra senza troppa attenzione, seppur sui loro documenti ci sia scritto che hanno meno di diciott’anni. Questo comporta che sono obbligati a passare dalla montagna, e a rischiare inutilmente la vita». 

    In seguito alla chiacchierata, Nelly mi porta a vedere il rifugio, la cucina, il magazzino e le camere. Ci fermiamo nel refettorio a prendere un tè, dove incontro un paio di migranti pronti a continuare il loro viaggio e i volontari indaffarati a pulire e a sistemare i vestiti. Osservando la scena, penso che l’accoglienza e la solidarietà di questi due rifugi – separati e uniti da un confine – doni dignità alle persone e le aiuti a credere ancora in un mondo migliore.

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