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    Lo sai cosa mangi quando mangi pollo?

    Credit: AGF

    Striature bianche, fibre che si sfaldano, muscoli che diventano verdi. Sono i segni di carni ottenute da animali fatti crescere troppo in fretta negli allevamenti intensivi. L’inchiesta di “Essere Animali” accende i riflettori sul white striping

    Di Lara Tomasetta
    Pubblicato il 20 Feb. 2026 alle 10:47

    C’è un dettaglio che accomuna sempre più petti di pollo esposti nei supermercati italiani: sottili strisce bianche che attraversano la carne come venature. Non sono difetti estetici né errori di lavorazione. Sono il segno di una miopatia, il white striping, che negli allevamenti intensivi emerge come conseguenza della crescita accelerata degli animali. A riportare il fenomeno al centro del dibattito è una nuova inchiesta di Essere Animali, no-profit impegnata nella tutela dei diritti degli animali, che ha analizzato centinaia di confezioni acquistate nei punti vendita di Conad, Coop ed Esselunga: oltre il 90% dei petti esaminati presenta questo difetto muscolare. Un dato superiore a quelli riportati da studi precedenti e sufficiente a interrogare le filiere avicole. 

    La posizione delle aziende
    Il dato, però, non è stato accolto senza contestazioni. Coop afferma che i propri controlli interni – su oltre 1.500 confezioni – mostrano una presenza di white striping «inferiore al 5%». L’azienda ritiene che la metodologia di Essere Animali, basata sull’osservazione delle confezioni in negozio, non sia comparabile con le verifiche interne condotte in laboratorio. Coop sostiene anche che alcune immagini diffuse dall’associazione «non siano riconducibili ai prodotti Coop».

    Conad ed Esselunga non hanno fornito dati quantitativi altrettanto dettagliati. Esselunga precisa che la presenza di white striping «non comporta alcun rischio per la salute» e richiama la conformità delle proprie filiere alle normative europee. Conad ribadisce il proprio impegno sul benessere animale e i controlli, senza entrare nel merito delle percentuali. 

    Essere Animali, dal canto suo, difende la metodologia adottata e ricorda che il white striping è «ampiamente documentato dalla letteratura scientifica come effetto della selezione genetica e della crescita accelerata». 

    Dentro la filiera
    Per capire cosa rappresentino davvero quelle striature, abbiamo raccolto la testimonianza di un esperto di sicurezza alimentare che lavora nella grande distribuzione e ha chiesto l’anonimato. La sua esperienza conferma che il fenomeno è reale e in crescita. «Dire che il 90% dei petti ha white striping secondo me è un po’ esagerato», osserva: «Non posso confermarlo, ma posso dire con certezza che il fenomeno è molto più diffuso di quanto si immagini. Quando ho iniziato, quei petti li vedevo raramente. Oggi sono quasi la normalità. È un trend strutturale: cresce insieme all’intensificazione degli allevamenti». 

    Non si tratta di una patologia che rende il pollo pericoloso, ma di un indicatore di cattiva qualità: «Il white striping non è una malattia, il pollo si può mangiare», afferma l’esperto. «Ma è un segnale negativo: significa che il muscolo non si è sviluppato in modo naturale. Un pollo che cresce troppo in fretta, che non si muove e che mangia mangimi sbilanciati accumula grasso nei muscoli. Quelle strisce sono la prova visibile di una crescita forzata». 

    Perché accade
    Nei sistemi intensivi un pollo da carne lavora contro il tempo. «Oggi – spiega il nostro esperto – un ciclo industriale dura 40-50 giorni: da pochi grammi l’animale deve arrivare a oltre 3 chili. Per farlo, si usano tre mangimi diversi in appena cinquanta giorni: uno per la crescita, uno per l’ingrasso, uno per il mantenimento. Questo ritmo non permette al pollo di sviluppare muscoli veri. Non cammina, non si muove e il petto diventa la parte dove si accumula tutto». 

    Il petto è la parte più venduta, la più redditizia per le aziende. E ciò influenza l’intero sistema: «La selezione genetica punta tutto lì: a far crescere il petto il più possibile. È la parte che vale di più. Il problema è che il corpo del pollo non è fatto per reggere un petto così grande. Così compaiono le miopatie». 

    Secondo il nostro esperto, fino a pochi anni fa i petti con white striping erano classificati come “seconda scelta”. «Un tempo – dice – quei petti non arrivavano sugli scaffali. Io dovevo segnalarli tutti: finivano nei prodotti trasformati, come spinacine, nuggets, hamburger. Non per la salute, ma perché il cliente non avrebbe mai comprato un petto così. Oggi invece li trovi normalmente confezionati. Il confine tra prima e seconda scelta si è assottigliato». 

    C’è anche un problema tecnico: «Un petto con white striping non lo puoi affettare industrialmente. Nelle macchine automatiche si sbriciola, si rompe. È troppo grasso e non abbastanza muscoloso. Quando una carne non regge nemmeno il taglio, significa che la qualità è davvero bassa». 

    Le altre miopatie
    Il white striping non è l’unico sintomo della crescita accelerata. Sempre più spesso compaiono altre alterazioni. La prima è la spaghetti meat: «La vedo sempre più di frequente. Tagli il petto e, appena scendi sotto la superficie, escono fibre lunghe, molli, che sembrano spaghetti. È un muscolo sfibrato, un animale cresciuto troppo velocemente per reggere il proprio sviluppo», spiega l’esperto.

    Poi c’è la green muscle disease, la più impressionante: «È quella che fa più effetto: il muscolo diventa verde, a volte fosforescente, duro come la corteccia di un albero. La prima volta pensavo fosse finto. In questi casi si taglia via la parte verde e il resto viene usato nei prodotti lavorati. Non è pericoloso, ma vedere un petto verde è qualcosa che non ti scordi». 

    Tutte queste alterazioni hanno la stessa origine: «Queste miopatie non esistono in natura. Sono effetti collaterali dell’allevamento intensivo. Se selezioni linee genetiche per fare petti enormi, il resto del corpo non regge. Quando il petto diventa troppo pesante, i muscoli intorno allo sterno si comprimono. È così che nasce la green muscle disease. Il white striping è solo la versione più leggera». 

    Il contesto in cui cresce il pollo fa il resto. «Nei capannoni ci sono migliaia di animali. Se uno si ammala, si ammalano tutti. Per questo si usano farmaci in modo preventivo, spesso nell’acqua. È una gestione sanitaria obbligata dalle condizioni di allevamento», afferma il nostro esperto. 

    Le vaccinazioni avvengono nelle prime ore: «Appena nati, i pulcini passano su un nastro con aghi automatici. Gli operai devono farne decine di migliaia al giorno. È un processo rapidissimo, quasi meccanico. E non sempre delicato: i ritmi sono impossibili da umanizzare». 

    La differenza con un pollo allevato in modo estensivo è enorme: «Un pollo ruspante ci mette un anno per arrivare a due chili e mezzo. Un pollo industriale arriva a 3,6 chili in cinquanta giorni. Questa differenza dice tutto. Non puoi pensare che due carni così diverse siano equivalenti». 

    Una scelta consapevole
    Mentre gli italiani riducono il consumo di carne rossa, il pollo rimane la scelta “leggera” e “sana”. Ma ciò che emerge dalle indagini e dalle testimonianze racconta un’altra verità: il pollo industriale non è un prodotto neutro. È il risultato di un sistema che privilegia velocità, peso e resa, spesso a scapito del benessere animale e della qualità. Quelle strisce bianche, così visibili a occhio nudo, non sono un dettaglio. Sono una crepa nel modello produttivo. Sta ai consumatori – e alle aziende – decidere se continuare a ignorarla o trasformarla nel punto da cui ripensare la filiera.

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