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    Quegli intrecci di potere fra Orsini, Tocci, Eni e l’Università Luiss

    Orsini e Tocci, i duellanti dei salotti tv sull’Ucraina, sono entrambi legati a Eni: lei è nel cda, mentre l’osservatorio della Luiss diretto dal professore è pagato dalla multinazionale. Che però ora gli taglia il finanziamento

    Di Enrico Mingori
    Pubblicato il 7 Apr. 2022 alle 14:36 Aggiornato il 7 Apr. 2022 alle 16:11

    Lui è il personaggio più discusso dei salotti tv che si accapigliano sulla guerra in Ucraina. Lei è la sua principale antagonista. Lui avvisa dei pericoli che corriamo se mettiamo all’angolo Putin e lei gli risponde che – piaccia o no – per arrivare alla pace bisogna prima sparare. Lui sostiene che la Nato ha provocato Mosca e lei gli ribatte che, no, semmai è il Cremlino che vuole riprendersi l’Europa dell’Est. Sull’invasione russa Alessandro Orsini e Nathalie Tocci la pensano all’opposto. Però i due esperti della war tv all’italiana una cosa in comune ce l’hanno: entrambi, a titolo diverso, hanno rapporti economici con Eni. Che – operando nel settore gas e petrolio – rispetto alla guerra in Ucraina non è esattamente un osservatore disinteressato.

    Per quanto riguarda Tocci, il dato è di pubblico dominio, anche se molti telespettatori non lo conoscono: la direttrice dell’Istituto Affari Internazionali (Iai) è consigliera d’amministrazione di Eni, incarico per il quale percepisce un compenso di 180mila euro lordi l’anno. Tocci è stata nominata nel board nel maggio 2020 in quota Pd, dopo aver affiancato da consigliera per alcuni anni Federica Mogherini, già ministra degli Esteri dell’Italia e dell’Unione europea.

    I rapporti fra Eni e il professor Orsini, invece, sono indiretti: l’Osservatorio sulla Sicurezza internazionale dell’Università Luiss di Roma, che il docente ha fondato nel 2016 e tutt’ora dirige, si mantiene proprio grazie ai finanziamenti – il cui ammontare è coperto da riservatezza – erogati dal colosso degli idrocarburi controllato dal Ministero dell’Economia. Ma il quadro sta per cambiare: Eni – come abbiamo anticipato nei giorni scorsi sul nostro sito –  ha deciso di tagliare i fondi a Orsini.

    Ce lo dice una fonte qualificata interna alla multinazionale, mentre la società si trincera dietro un «No comment». Non sono note le motivazioni che hanno portato alla decisione, ma è logico pensare che le posizioni assunte dal professore sulla guerra in Ucraina abbiano pesato. Ma perché il cane a sei zampe finora ha sostenuto l’osservatorio della Luiss?

    Innanzitutto va ricordato che Eni è uno dei più importanti soci dell’università privata, assieme al gotha delle aziende iscritte a Confindustria. Basti pensare che l’ex leader degli industriali Emma Marcegaglia dal 2014 al 2019 è stata contemporaneamente presidente di Eni e della Luiss. E che l’attuale vicepresidente, l’ex ministra della Giustizia Paola Severino, è l’avvocato di Claudio Descalzi, amministratore delegato della partecipata statale.

    Quanto all’Osservatorio sulla Sicurezza internazionale, la struttura diretta da Orsini si occupa di ricerca e consulenza ed edita un quotidiano online, “Sicurezza Internazionale”, a cui lavorano una decina di giovani analisti. Il finanziamento di Eni in questi anni ha avuto ad oggetto in particolare uno studio sulla “Geopolitica dell’energia”, dedicato all’«analisi dei fenomeni di natura sociale, politica e culturale che caratterizzano i Paesi dell’area Mediterranea e del Medio Oriente e del loro impatto sul business dell’energia».

    Diplomazia accademica

    Interpellata da TPI, Eni conferma solo che «collabora con la Luiss da diversi anni con molteplici iniziative, tra le quali uno studio sulla geopolitica dell’energia che l’ateneo ha poi affidato al professor Orsini».

    Ma c’è di più: stando a quanto ci racconta un ex docente dell’università, che chiede di restare anonimo, «i rapporti fra Orsini ed Eni sono da sempre molto stretti», al punto che «fu la stessa Eni a propiziare l’istituzione in seno alla Luiss dell’Osservatorio di Sicurezza internazionale». E un ex ricercatore dell’ateneo – anche lui preferisce non sia resa nota la propria identità – specifica che Orsini, più precisamente, sarebbe «vicino alla “cordata” di Paolo Scaroni», amministratore delegato di Eni dal 2005 al 2014, anni durante i quali – con Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi – l’azienda stipulò i contratti per la fornitura di gas dalla Russia da cui oggi l’Italia vuole sganciarsi.

    Il ricercatore chiarisce anche alcune dinamiche interne alla Luiss: «Essendo di proprietà di Confindustria – spiega – l’ateneo risente molto degli equilibri politici nazionali. Dopo la fase berlusconiana, ci fu quella renziana, e così via…».

    Oggi, con Mario Draghi alla guida del governo e Carlo Bonomi in viale dell’Astronomia, l’università è schierata su posizioni fortemente atlantiste, come dimostra ad esempio l’istituzione di un Osservatorio sui media digitali affidato al noto giornalista Gianni Riotta, tra i più decisi sostenitori delle ragioni degli Stati Uniti. E infatti, prosegue la nostra fonte anonima, «da qualche tempo Orsini è stato messo da parte».

    La Luiss non solo ha preso le distanze dalle analisi sulla guerra in Ucraina del professore, ma ha anche «indetto una gara internazionale per affidare la cattedra di sociologia generale, quando invece avrebbe potuto promuovere l’interno Orsini, che oggi è solo professore associato ma ha ottenuto l’abilitazione per diventare ordinario».

    TPI ha contattato Orsini per un commento, ma l’interessato non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione, limitandosi a far notare che i fondi erogati da Eni sono andati tutti alla Luiss e che lui non ha intascato un centesimo dalla multinazionale.Intanto, anche all’interno di Eni gli equilibri politici sono cambiati. E forse è anche per questo che ora il cane a sei zampe ha deciso di chiudere i rubinetti. Il nuovo consiglio d’amministrazione – nominato a maggio 2020 – è a tinte giallorosse, con il Pd che ha ottenuto la conferma ad amministratore delegato di Descalzi e il M5S che ha strappato la presidenza, affidata a Lucia Calvosa. Nel board, come detto, ora c’è anche la “arcinemica” di Orsini, la direttrice dello Iai Nathalie Tocci. Formatasi tra Oxford e la London School of Economics, poi ricercatrice in vari organismi dell’Ue e oggi visiting professor ad Harvard, Tocci è stata una stretta consigliera di Federica Mogherini sia alla Farnesina sia quando l’esponente dem è stata promossa ad Alto rappresentante della Politica estera dell’Unione europea.

    La studiosa è stata confermata nel ruolo di advisor anche al fianco del nuovo capo dei diplomatici europei, lo spagnolo Josep Borrell. Un anno fa a Bruxelles è stata presentata un’interrogazione parlamentare per il possibile conflitto d’interessi a carico di Tocci, nella sua doppia veste di collaboratrice di Borrell e consigliera d’amministrazione di Eni. Ma la Commissione non ha ravvisato rischi o irregolarità. Tocci comunque ha poi lasciato l’incarico di advisor all’Ue.

    Anche il think tank che dirige dal 2017, lo Iai, riceve finanziamenti da Eni (dal 2018). La multinazionale spiega che «aderisce attualmente a 295 organismi associativi non confindustriali, collaborazioni di lunga data che forniscono approfondimenti e analisi sulla base dei quali Eni elabora i propri studi di scenario».

    Tocci, dal canto suo, respinge qualsiasi illazione circa un presunto conflitto d’interessi fra la sua attività di analista internazionale e quella di membro del board di Eni: «Sono nel cda di Eni proprio perché mi occupo di queste tematiche», dice a TPI. «Quando parlo di guerra in Ucraina, non parlo a nome di Eni. E quando mi esprimo su questioni più strettamente energetiche cerco di farlo in punta di piedi, proprio per evitare che possano esserci malintesi». La cancellazione del finanziamento all’osservatorio di Orsini? «Non ne so nulla», giura Tocci. «Ho appreso di queste erogazioni dalla stampa, e non sarò certo io a chiedere che l’accordo non sia rinnovato».
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