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    “Il lago è malato”: quelle ombre di affari e veleni che minacciano il Pertusillo in Basilicata

    Di Lara Tomasetta
    Pubblicato il 9 Mag. 2023 alle 10:16 Aggiornato il 9 Mag. 2023 alle 10:24

    “La nostra risorsa era l’acqua. Lo avevamo capito già all’inizio del 900 quando ci si era accorti che si poteva utilizzarla mediante la costruzione di una diga. Normalmente, quando si parla di area interna, si sente sempre dire che è un’area ‘sfigata’. Dove non c’è nulla, non c’è lavoro, non c’è sviluppo industriale. Ma qui, nel cuore della Basilicata, l’acqua era ed è invece fonte di sviluppo. Così, 50 anni fa, fu fatto il sacrificio della diga a monte per un beneficio a valle di molti. La nostra acqua arriva ad Otranto, ha partecipato allo sviluppo dei nostri cari amici pugliesi assetati. Tutto questo sistema ha funzionato fino a un certo punto e si era innestato bene. Tutta quest’area è diventata protetta. Poi è arrivata l’industria petrolifera sulla quale non voglio dire nulla, certo è che a monte di un lago, di una riserva idrica fondamentale, di un santuario dell’acqua, non è stata una grande idea andare a perforare”. A parlare è Pasquale De Luise, sindaco di Spinoso, piccolo comune in provincia di Potenza.

    L’acqua di cui parla è quella del lago Pertusillo, il bacino che fornisce acqua potabile a più di 3milioni di persone, attraverso l’acquedotto lucano e pugliese, oltre che quella per l’energia idroelettrica e l’irrigazione dei campi. Da anni ormai le acque del Pertusillo non sono più limpide come un tempo e ciclicamente vengono infestate da “fioriture anomale”, con presenza di alghe che testimoniamo le anomalie delle acque.

    Credit: Giorgio Santoriello

    Lo stato del lago, che si trova nelle vicinanze del più grande impianto di estrazione petrolifera terrestre in Europa, è stato monitorato con particolare attenzione. L’anomalia nell’invaso artificiale è iniziata molti anni fa, recentemente ha riguardato la sponda ovest, come già avvenuto in passato, tra Grumento e l’innesto del fiume Agri, che dista solo un paio di km da alcuni dei 27 pozzi di estrazione di petrolio del Centro Olio Val d’Agri di Viggiano (Cova), in concessione a Eni e Shell. L’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (ARPAB) tra il 30 dicembre e l’11 gennaio del 2023 ha analizzato la chiazza marrone che predomina il lago e ne ha dedotto che si è trattato di una “fioritura algale anomala” non rischiosa per la salute umana, soprattutto “nelle zone periferiche del lago” dove l’acqua ristagna. Le analisi hanno trovato una quantità di azoto e fosforo superiore ai limiti di legge. L’ARPAB ha dichiarato che la responsabilità della proliferazione delle alghe sarebbe da attribuire innanzitutto all’innalzamento della temperatura dell’acqua causato dalle miti temperature invernali, e poi agli scarichi industriali e ai pesticidi utilizzati dagli agricoltori.

    Credit: Giorgio Santoriello

    Una conclusione che non convince gli attivisti di Cova Contro, l’associazione che coinvolgendo singole persone, enti e realtà nazionali e non, attraverso l’approccio partecipato della citizen science, monitorizza lo stato di salute del lago dal 2013.

    I risultati delle analisi sui campioni prelevati da CovaContro hanno evidenziato anche la presenza di 311 microgrammi di idrocarburi pesanti per ogni litro di acqua, un valore molto vicino ai 350 microgrammi che l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) indica come la soglia oltre la quale si può parlare di “contaminazione”.

    Associazioni e comitati di cittadini sostengono che l’inquinamento è cominciato in coincidenza con l’inizio delle estrazioni di petrolio nella valle, agli inizi degli anni Duemila. Negli ultimi cinque anni a questo proposito ci sono state tre inchieste giudiziarie. Una di queste era per lo sversamento nei terreni attorno al Centro Olio Val d’Agri (COVA, da cui il nome dell’associazione che è esplicitamente contraria), di 400 tonnellate di petrolio tra il 2012 e il 2017, e si è conclusa con la condanna in primo grado di sei dirigenti dell’Eni e di un funzionario regionale. Per le altre due i processi sono ancora in corso.

    Credit: Giorgio Santoriello
    Credit: Giorgio Santoriello

    Gli ambientalisti sospettano che la fioritura delle alghe nel lago sia stata causata dalle estrazioni di petrolio. Lungo la sponda occidentale ci sono 27 pozzi. L’Eni, che è una delle multinazionali energetiche più importanti al mondo ed è partecipata dal ministero dell’Economia, controlla 20 pozzi, mentre altri 7 sono di proprietà della multinazionale britannica Shell e i cinque di Tempa Rossa, nell’alta valle del Sauro in provincia di Matera, sono della francese Total.

    “Dal 2013 al 2015 abbiamo fatto solo ricerca e carteggi giudiziari. Il petrolio qui si estrae dall’epoca di Enrico Mattei, il quale venne qui a inaugurare i primi pozzi a Ferrandina nel 1958”, racconta a TPI Giorgio Santoriello, fondatore di CovaContro. “All’epoca non c’erano i controlli ambientali. Oggi l’attività estrattiva è cambiata, si usano migliaia di composti chimici coperti da segreto industriale che facciamo fatica a ricercare, perché si tratta di molecole di sintesi che derivano dalla ricerca chimica di queste aziende dove solo loro hanno gli standard per poterli ricercare. Oggi andiamo a ricercare una minima di ciò che viene prodotto. Tutto il resto forse lo potremmo scoprire tra 50 anni”.

    Santoriello ci spiega come hanno reagito le comunità del territorio: “Dopo questi anni di ricerca abbiamo iniziato a reagire, a diffondere un protocollo di autodifesa, standardizzato fatto con funzionamenti molto chiari. Il territorio per noi è in balia degli inquinatori: abbiamo trovato tutta una serie di sostanze fuori controllo. A ridosso del Pertusillo l’unica industria pesante è quella petrolifera. Poi ci sono altre zone e altre industrie. Sul Pertusillo i siti contaminati sono svariate decine, col tempo si sono inglobate tra loro e sono diventate zone di disastro ambientale”.

    Ma cosa succede concretamente? Secondo Santoriello, “I pozzi hanno una profondità media di 3km, sono collegati tra loro una serie di infrastrutture idrauliche che li mettono in rete sia sottoterra che in superficie (perché fanno anche le perforazioni orizzontali). Sottoterra c’è quindi una gruviera. Questa gruviera intercetta falde profonde e superficiali, le falde di ricarica degli acquiferi, la falda subalvea del fiume Agri. In sostanza sottoterra si è creata un’amalgama tra attività estrattiva, zona di ricarica degli acquiferi cui va ad aggiungersi l’attività sismica. Questo ha portato nel tempo, secondo noi, un disordine idrogeologico tale che l’inquinamento prodotto (che può essere lo stoccaggio dei rifiuti petroliferi sottoterra o l’attività di estrazione, o di spurgo dei pozzi) è tutto in circolazione. E noi puntualmente abbiamo affioramenti di liquami anomali in svariati punti: una volta li vediamo nel Pertusillo in secca, una volta nelle sorgenti, una volta nei terreni”.

    Santoriello denuncia: “Col tempo abbiamo capito che i controllori non vogliono fare il loro lavoro. Siamo partiti nel 2015 pensando di fargli da supporto, adesso otto anni dopo, ogni volta sottolineiamo la mancanza di volontà nel fare i controlli. In Basilicata, come nella altre regioni d’Italia vige l’esistenza delle royalties, che in teoria qualunque azienda versa a Regione e Comuni per i danni potenziali al territorio per la propria attività. E quest’area non è immune. Esiste, purtroppo, un ricatto occupazionale di chi spera di essere impiegato nell’indotto generato dall’industriale petrolchimica. Questo ha portato una divisione sociale spaventosa”.

    C’è qualche politico che ha preso a cuore la causa ambientale? Secondo Santoriello concretamente nessuno, a chiacchiere con le finte interrogazioni tanti. Gli unici che denunciano dati alla mano siamo solo 3 associazioni: Cova contro, Mediterraneo no Triv e Osservatorio Popolare della Val D’Agri”.

    Pasquale De Luise, sindaco di Spinoso, però non ci sta. E afferma: “Come sindaco non faccio altro che occuparmi del mio territorio e del bene acqua. Me lo impone il futuro. Io quando vedo il lago in quelle condizioni dico che esistono delle concause. Non vedo l’espletamento delle buone pratiche dalle parte di alcuno. Cittadino è un essere che partecipa alla società assumendosi dei doveri in cambio di alcuni diritti, ma qui siamo un po’ opportunisti. Ci sono stati anni di quello che definisco una sorta di ‘ambientalismo a tempo determinato’. È ovvio che mi sento solo, ma non tanto in una battaglia ideologica, quanto nel pratico. Il lago è malato. Bisogna studiare le cause e trovare le soluzioni: questo chiedo io. Fondamentalmente un processo così lungo di presa di posizione non si fa da soli. La mia solitudine c’è, ma è la solitudine di qualsiasi amministratore d’Italia che cerca di cambiare qualcosa”.

    “Siamo tutti bravi nella difesa di un territorio ma mai a metterci la faccia. – prosegue De Luise – E’ una questione di democrazia, di approccio alle istituzioni, è una questione di non fare i furbi, di vivere il proprio tempo non tanto per essere rieletti. Bisogna essere protagonisti dei processi che avvengono e sapere dove si va a parare. Io sto vivendo il mio tempo e penso che un amministratore debba pensare a questo. Non avevo nel mio programma elettorale che il lago diventasse marrone, sapevo che c’erano diverse problematiche ma non con questo impatto anche visivo importante. Io sto investendo sul lago con attività turistiche, posso portare dei turisti su un’acqua marrone? Il mio comune merita, potrebbe avere delle potenzialità turistiche, ma in questo modo non posso farlo. Allora, poiché io vivo questo tempo mi occupo di ciò che avviene in questo tempo. Qua siamo in mezzo ad amministratori che pensano “come devo fare per essere rieletto?”, non ciò che devo fare, ma ciò che non devo fare per non rompere le scatole. Io invece rivoglio il mio lago”.

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