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    Perché i ragazzi non ci stanno: TPI ha raccolto le voci dalla “rivolta” dei giovani

    Manifestazione in piazza il 30 ottobre 2026 a Roma contro il carovita, i salari bassi e la guerra. Credit: Francesco Fotia / AGF

    Jamal è un rapper cresciuto nelle case popolari tra San Siro e Bonola. Alina è un’attivista di Ultima Generazione. Elisa lotta per gli universitari in tenda a Milano. Ecco alcune testimonianze di chi è sceso in piazza per la casa, un salario dignitoso, per proteggere il clima e il diritto allo studio

    Di Lara Tomasetta
    Pubblicato il 6 Nov. 2026 alle 12:35

    «A un futuro inesistente». Jamal Hourani, 34 anni, è un rapper italiano di seconda generazione. Nato a Milano nel 1992 da una coppia egiziano-marocchina, è cresciuto nelle case popolari tra San Siro e Bonola. In arte Favelas J Flous, risponde così alla domanda su ciò a cui i ragazzi di oggi non intendono più rassegnarsi. «Dagli studi agli stipendi, è difficile vedere un domani: fare famiglia, comprarsi una casa, avere un lavoro stabile sono diventati privilegi», dice il musicista, cresciuto tra Bonola e San Siro. È una frase che, al netto della sua durezza, aiuta a mettere a fuoco ciò che si muove nelle piazze di questo autunno e che, lo scorso 30 ottobre, ha attraversato decine di città nello sciopero generale indetto dall’Unione sindacale di base (Usb) contro carovita e riarmo. Non una protesta uniforme, non un unico soggetto politico, ma una costellazione di studenti, attivisti per il clima, giovani mobilitati per la Palestina, lavoratori, portuali e precari. Le loro rivendicazioni restano diverse, e sarebbe un errore comprimerle in uno slogan. Ma hanno un punto di partenza comune: l’impressione che il futuro sia deciso altrove e che, per chi è giovane, sia diventato sempre più costoso abitarlo.

    Periferie ed etichette
    Il rapper parte dal suo quartiere e da una biografia segnata dalla marginalità. «Sono cresciuto tra Bonola e San Siro, un quartiere dormitorio dove non avevamo praticamente niente», racconta il musicista. Attorno, osserva, sono comparsi nuovi edifici e nuovi investimenti, senza che questo producesse più servizi per chi già abitava la zona. Il riscatto, nelle periferie, non è una categoria retorica: è la misura della distanza tra ciò che viene promesso e ciò che un ragazzo può davvero costruire.
    «Dove non vedi opportunità, dove non vedi possibilità di riscatto, dove vedi i tuoi genitori frustrati e non riesci a vedere un futuro, molte volte si cade nella trappola della strada», dice Jamal. La sua non è una giustificazione della violenza, che respinge senza ambiguità. È il tentativo di spostare lo sguardo dall’episodio alla struttura, dal ragazzo trasformato in caso di cronaca alle condizioni che lo precedono. «Non deriva da cattiveria o da una mancata educazione dei genitori. Deriva veramente da una mancanza di futuro», aggiunge il rapper.
    È qui che entra il tema delle etichette. Hourani contesta l’uso politico e mediatico della parola maranza, quando viene impiegata per sovrapporre origine migrante, periferia e devianza. «Quando si crea distacco sociale tra etnie, io lo chiamo razzismo», afferma. Per lui il rischio è che il bisogno di sicurezza diventi una scorciatoia per non parlare di lavoro, scuola, spazi pubblici, salute mentale e discriminazioni. Un problema collettivo viene così ricondotto alla colpa di singoli individui, spesso già esposti a un controllo maggiore.

    Casa, studio e manovra
    La casa è il primo terreno su cui questa distanza diventa concreta. Elisa Frigeni, referente milanese dell’Unione degli Universitari, l’organizzazione studentesca nota con l’acronimo UDU, racconta che le tende portate davanti agli atenei non sono state una trovata simbolica. «In tutte le città dove abbiamo messo le tende e protestato, la casa è diventata un privilegio», spiega la referente di UDU Milano. A Milano l’espulsione è prodotta dall’aumento dei prezzi; in altre città pesa la conversione degli appartamenti in affitti brevi e turistici. Il risultato, osserva Frigeni, è che case destinate a studenti e residenti diventano merce per un mercato che li esclude.
    Il problema non riguarda soltanto i fuorisede. Riguarda il punto in cui lo studio smette di essere una promessa di emancipazione e diventa una scommessa troppo onerosa. «Se tu non ti puoi permettere una casa in Italia e hai questa consapevolezza a vent’anni, come puoi permetterti un futuro?», chiede Elisa Frigeni, referente di UDU Milano. Le alternative che enumera sono l’affitto permanente, un mutuo che assorbe gran parte del reddito o la permanenza forzata nella casa dei genitori. La casa, in questo senso, torna a essere ciò che la sociologa Chiara Saraceno ha insegnato a leggere: non uno sfondo neutro, ma un moltiplicatore di disuguaglianze.
    Per l’Unione degli Universitari, il diritto allo studio non si esaurisce nei posti letto. Vuol dire borse erogate in tempo, università finanziate, trasporti pubblici accessibili. «La nostra rivendicazione è avere il trasporto pubblico gratuito, in primis per tutti e poi per gli studenti», dice Frigeni. È una richiesta che contiene una visione della città: se spostarsi per frequentare lezioni, biblioteche e tirocini è un costo aggiuntivo, anche l’accesso all’università si restringe.
    Le borse di studio raccontano lo stesso paradosso. Secondo l’analisi di UDU, le Regioni non sempre riescono a coprire le risorse necessarie e le università, già sottofinanziate, sono costrette a compensare oppure gli studenti attendono mesi. «Ci sono ancora studenti, a nuovo anno accademico iniziato, che aspettano la borsa di studio dell’anno precedente», osserva Frigeni. Non è un dettaglio amministrativo: per chi non ha alle spalle una famiglia in grado di anticipare affitti, tasse e spese quotidiane, quel ritardo determina la possibilità stessa di restare iscritto.
    La protesta studentesca non chiede dunque soltanto più fondi. Contesta una gerarchia di priorità. Frigeni giudica insufficiente la risposta delle istituzioni e collega il disagio nelle università a quello che attraversa la sanità, l’abitare e il lavoro. «Tutti questi costi insieme poi diventano la vita di una persona che costa troppo», dice la referente di UDU Milano. La richiesta, rivolta al governo, è spostare il confronto dalle dichiarazioni alla legge di bilancio: «Devono sedersi a un tavolo, ascoltare e inserire queste richieste dentro la legge di bilancio».
    Le parole di Frigeni sono state raccolte prima della conferenza stampa con cui Giorgia Meloni, lo scorso 28 ottobre, ha presentato il disegno di legge di bilancio per il 2027, approvato dal Consiglio dei ministri e ora atteso al passaggio parlamentare. La presidente del Consiglio ha rivendicato un «capitolo specifico» dedicato ai giovani e ha collocato gli annunci in una risposta esplicita alle proteste: «Non diamo risposte a chi sfascia le vetrine, ma ai tanti ragazzi che vogliono studiare, lavorare, poter affittare una casa».
    Il pacchetto indicato dal governo, ancora da approvare in Parlamento, comprende un’agevolazione fiscale sugli incrementi di reddito dei lavoratori giovani, la riduzione della cedolare secca dal 10 al 5 per cento per gli affitti a canone concordato e all’1 per cento se l’inquilino ha fino a 35 anni. Meloni ha annunciato inoltre climatizzatori e pompe di calore nelle scuole, l’efficientamento energetico di università e ospedali: i bandi dovrebbero partire nel 2027, con le risorse erogate dal 2028. Sul piano comunicativo, è una risposta diretta al lessico della piazza. Sul piano delle misure, tuttavia, resta distante da alcune delle domande raccolte da UDU: alloggi pubblici per studenti, borse versate senza ritardi, trasporto gratuito e finanziamenti strutturali al diritto allo studio non figurano tra gli interventi illustrati dalla premier.

    Clima, guerra e diritti
    È lo stesso passaggio, dalla fragilità privata alla scelta pubblica, che rende vicine piazze solo in apparenza lontane. Le mobilitazioni per la Palestina chiedono di interrompere la guerra, i trasferimenti di armi e le collaborazioni con l’industria bellica. Le loro presenze nelle scuole e nelle università hanno aperto una discussione sul ruolo degli atenei, sulla libertà di ricerca e sul rapporto tra formazione, politica estera ed economia di guerra. Nelle manifestazioni per il clima, invece, il tempo lungo del collasso ecologico è diventato un tempo ravvicinato: entra nelle bollette, nel prezzo del cibo, nelle estati trascorse in città rese invivibili dal caldo.
    «Raccontare i problemi separatamente non ha molto senso», dice Alina, attivista di Ultima Generazione. L’attivista mette nello stesso quadro crisi climatica, costo della vita, agricoltura e scelte finanziarie. «Danneggiano e abbassano la qualità di vita di tutte le persone», spiega Alina, attivista di Ultima Generazione. Il termine che usa è intersezionalità, ma il ragionamento è meno astratto di quanto sembri: gli affitti che non si pagano, il lavoro che non basta, gli agricoltori stretti tra eventi estremi e costi, le città che trattengono calore sono parti della stessa vulnerabilità.
    Per Alina, in questi «macroproblemi» si ripete sempre «la costante di uno o più potenti che traggono vantaggio» e di una maggioranza che ne subisce le conseguenze. È la chiave con cui il movimento ambientalista lega la battaglia climatica alle banche che finanziano combustibili fossili e industria delle armi. Non basta, nella sua lettura, chiedere comportamenti individuali più virtuosi: occorre intervenire sulle scelte che indirizzano investimenti e produzione.
    La posta in gioco, per l’attivista di Ultima Generazione, non si riduce alle emissioni e alle statistiche sulle temperature. «Non parliamo soltanto di un disagio legato alle temperature che aumentano», osserva. Il cambiamento climatico investe l’agricoltura, la disponibilità di cibo, il lavoro all’aperto e la salute. Per questo, quando le viene chiesto di indicare due priorità per restituire ai giovani un’idea di futuro, accosta alla transizione energetica una rivendicazione apparentemente estranea: «Il diritto alla casa è veramente fondamentale. Senza una casa, senza una terra dove vivere, è difficile immaginare soltanto un futuro».

    Repressione nelle piazze
    La generazione che scende in piazza non chiede solo di essere protetta. Chiede di contare. Frigeni descrive giovani «molto stanchi», che non vedono altro cambiamento possibile se non «far sentire davvero la propria voce». A suo giudizio, la scarsa attenzione politica nasce anche dal peso elettorale ridotto dei giovani in un Paese che invecchia e da un approccio paternalistico fatto di bonus e annunci. Ma le piazze segnalano che quella gestione non basta più: chi studia, lavora o cerca una casa non accetta di essere considerato destinatario passivo di misure temporanee.
    Nel movimento pro-Palestina questa domanda di rappresentanza assume un carattere internazionale: i ragazzi contestano l’idea che la guerra possa restare una notizia lontana mentre università, imprese e istituzioni italiane continuano a intrattenere rapporti con chi ne trae profitto. Nelle lotte climatiche la stessa domanda riguarda il diritto di non ereditare un pianeta più ostile. Nei collettivi universitari riguarda la possibilità di studiare senza trasformare l’istruzione in un lusso. Sono piani diversi, e non sempre coincidenti, ma si incrociano nella domanda su chi abbia il potere di stabilire che cosa è sacrificabile.
    Resta il tema delle forme. Gli episodi di tensione con la polizia, lo scorso 30 ottobre a Roma e Torino, hanno riportato il dibattito pubblico sulle vetrine rotte, sugli scontri, sulle azioni di disturbo. A Roma un gruppo si è staccato dal corteo, ha eretto barricate e ha lanciato oggetti; a Torino, dopo l’avvicinamento di alcuni manifestanti ai cordoni davanti alla Prefettura, la polizia ha effettuato cariche e usato un idrante. Sono episodi che non vanno rimossi, ma neppure trasformati nella misura dell’intera giornata, che ha visto cortei in decine di città. Alina non nega che le azioni del suo movimento possano risultare sgradevoli a una parte dell’opinione pubblica, ma contesta che l’attenzione si fermi lì. «Anziché parlare di quello che le persone riversate in strada chiedevano, si parla di quelle vetrine rotte che bastano per sviare l’attenzione dell’opinione pubblica», afferma l’attivista di Ultima Generazione. È una posizione politica, non una rimozione della violenza: il punto è distinguere tra la condanna di episodi specifici e l’uso di quegli episodi per archiviare le ragioni di una mobilitazione.
    Lo scorso 31 ottobre, Digos e Polizia postale hanno eseguito 60 perquisizioni in 23 città nei confronti di persone che, secondo la polizia, avrebbero incitato alla violenza nelle chat e sui social. È un passaggio che ha reso ancora più visibile il nodo della risposta securitaria, senza affrontare le ragioni che hanno portato in piazza migliaia di persone.
    Anche Frigeni teme che la risposta securitaria possa allontanare chi vorrebbe manifestare. «Vedere degli studenti manganellati non ti fa sentire sicura nell’esercitare il tuo diritto di scendere in piazza», dice. Eppure, aggiunge, la repressione non risolve ciò che ha portato tanti ragazzi fuori dalle aule: «Le persone continueranno a scendere perché non ce la fanno più. Se no non sarebbero scese».
    Infine, Hourani torna a rivolgersi ai giovani e li invita a insistere, a «farsi sentire il più possibile senza mai cadere nelle provocazioni di violenza». Non è una ricetta, né una pacificazione. È l’idea che le proteste abbiano senso se riescono a tenere insieme l’urgenza e la durata, la rabbia e l’organizzazione. Perché dietro le piazze non c’è una generazione capricciosa, ma una domanda politica elementare: poter studiare, abitare, lavorare, respirare e scegliere di restare.

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