Tommaso Sarti, dottore di ricerca in sociologia a Padova, educatore di adolescenti e preadolescenti a Genova, ha studiato da vicino la famigerata categoria dei «maranza». Ha conosciuto, frequentato e intervistato decine di giovani di origine araba e africana e di religione musulmana che vivono nella periferia di Milano e nella provincia veneta. Ne ha ricavato un libro, uscito l’anno scorso per MachinaLibro, che ha un titolo decisamente underground (o almeno un tempo lo si sarebbe definito così): “Pisciare sulle metropoli: (T)rap, Islam e criminalizzazione dei maranza”.
Sarti, chi è che piscia sulle metropoli?
«Il titolo del libro, scelto insieme all’editore, è ovviamente provocatorio: l’obiettivo era dare conto di ciò che questi ragazzi e ragazze vivono all’interno dei loro ambienti. Il concetto di metropoli è inteso in senso lato: vale sia per le aree marginalizzate delle città sia per quelle della provincia. Contesti diversi ma che hanno molto in comune: ad esempio, la difficoltà nel raggiungere i luoghi della socialità e una segregazione rispetto a spazi implicitamente riservati solo a chi dispone di un certo capitale sociale ed economico. Questi e queste giovani, stanchi di chiedere, di essere invisibili, di vedersi sbattute porte in faccia, di subire un razzismo sistemico diffuso, hanno iniziato a far sentir la propria voce. Con la musica, con forme di divulgazione culturale e anche con la partecipazione politica: penso alle manifestazioni contro il genocidio in Palestina, contro la violenza della polizia, contro la condizione socio-economica delle periferie. Questi ragazzi e queste ragazze stanno “pisciando” su ciò che noi abbiamo presentato loro».
E li chiamano «maranza».
«È un’etichetta all’interno della quale rientrano soggettività diverse. Secondo l’immagine che si è strutturata nel dibattito pubblico generale, il maranza è un ragazzino vestito in un certo modo, che ascolta un certo tipo di musica e che compie atti devianti. Eppure basterebbe interfacciarsi con questi giovani per capire che non sono una cosa sola: c’è anche chi studia, lavora e non ha mai commesso reati. Il problema è che si vuole incasellare nel segno della criminalità chiunque non si conformi allo status quo. L’obiettivo è creare quello che in sociologia viene chiamato “panico morale”».
Cos’è il «panico morale»?
«È la riduzione a questione morale – “Questi giovani non hanno più valori!” – di tutto ciò che è espressione di malcontento o rivendicazione politica. Si crea un nemico sul quale catalizzare le nostre paure allo scopo di deresponsabilizzarci. È molto più facile puntare il dito contro i maranza che riflettere sulla nostra società. Oggi c’è una generazione, con e senza background immigratorio, che ha sempre meno prospettive di futuro e pretende un cambiamento conflittuale, dopo decenni in cui il conflitto è stato silenziato. Questo movimento ci sta chiedendo conto di quarant’anni di politiche scellerate sulla scuola, sul lavoro, sulla sanità, sull’ambiente».
Obiezione: lei contesta la definizione di maranza, ma ha scritto un libro su di loro. Chi sono allora i soggetti al centro della sua ricerca?
«Giovani con background migratorio, di religione musulmana. È a loro che volevo approcciarmi. Ma ho scelto di non generalizzare al fine di evitare ulteriori categorizzazioni. Al contrario, il mio obiettivo era far parlare loro, far emergere le differenti soggettività e smontare l’etichetta con cui li e le si vuole rappresentare». Che storie ha raccolto? «Le più diverse: dal musicista allo spacciatore, dalla giornalista al manager, fino al divulgatore religioso. Mi hanno raccontato del razzismo vissuto a scuola, delle difficoltà del quotidiano, dei loro sogni. Sono ragazzi e ragazze di nazionalità diverse, background diversi, interpretazioni diverse della stessa fede religiosa. Credo che la loro forza sia proprio nel riuscire a ibridarsi e a ibridare ciò che li caratterizza».
Che rapporto c’è tra Islam e cultura maranza?
«Un rapporto molto forte. Può sembrare strano che una persona di fede musulmana compia atti haram e si possa considerare ancora musulmana, eppure, conoscendo questi giovani, si scopre che fede e vita di strada possono convivere. Allo stesso modo ho conosciuto altri ragazzi e ragazze che pur optando per una socializzazione religiosa, compiendo scelte molto forti anche di rottura rispetto alla propria comunità di appartenenza, non respingono a prescindere la controparte più legata alle culture di strada. Siamo davanti a una sorta di nuova scuola islamica europea e italiana».
Lei critica il processo di criminalizzazione dei maranza. Però è vero che questi ragazzi commettono reati: c’è la criminalizzazione, ma c’è anche anche il crimine.
«Vero. Ma, attenzione: io non li santifico. Credo solo occorra comprendere cosa li porti a determinati comportamenti. Talvolta, dietro le rapine o lo spaccio, c’è una rivendicazione di consapevolezza: il rifiuto di andare a lavorare per la miseria di 2 euro l’ora. Viviamo in una società che ci ha educato a un certo standard di benessere ma nega a molti la possibilità di raggiungerlo. Offriamo come modello le sneakers firmate e poi ci scandalizziamo se anche questi e questi giovani, che non possono permettersele, le vogliono».
Cos’ha pensato quando ha visto i tumulti di Milano?
«Ripeto, a prescindere dai tumulti, non romanticizzo né giustifico ogni comportamento. Ma ricordiamoci che la violenza è ovunque: se diciamo che è violento sfondare una vetrina, allora di sicuro lo sono anche le guerre e le violenze delle forze dell’ordine. In questi giorni ho sentito molti discorsi pieni di pregiudizi da parte di persone privilegiate che non vogliono fare alcuno sforzo di comprendere o interrogarsi. Se continuiamo solo a cercare nemici, forse significa che c’è qualcosa di strutturale che non va nelle nostre società».
Questi ragazzi credono in qualcosa? Hanno una coscienza politica?
«Certo che ce l’hanno. Ognuno e ognuna ha le proprie volontà politiche, le proprie aspirazioni, i propri sogni. Vorrebbero contare nel dibattito pubblico, esserci. Non tutti e tutte, ovviamente: altrimenti cadremmo nel solito errore di generalizzare. Ma per molti e molte è così. Questi e queste giovani hanno sperimentato sulla propria pelle cosa significa subire la violenza in casa e in strada, non potersi permettere alcun tipo di ambizione sociale. Lo sanno e ora lo dicono. Pensare che siamo solo noi, bianchi occidentali e scolarizzati, a saper fare politica nella maniera corretta significa infantilizzare e privare di autonomia questa generazione».
Cosa trovano nella musica trap?
«La trap è nata con questa generazione. È una musica incisiva, graffiante. In questo, rappresenta il nostro tempo. Negli anni Novanta la cultura hip-hop richiedeva a chi la faceva una certa preparazione. La trap no: non occorre saper cantare e saper chiudere le rime, conta la velocità, è un “prendersi tutto e subito”. È vero: molti testi esaltano la violenza o denigrano le donne, ma la violenza e il sessismo sono parte della nostra società, non sono i trapper a inventarseli. Forse bisognerebbe interrogarsi su questo e su come combattere questi mali, anziché colpevolizzare ragazzi di 15 o 20 anni».
Cosa non abbiamo capito dei maranza?
«Non abbiamo capito che dietro l’etichetta ci sono nomi, storie, esperienze diverse, più o meno difficili. Non abbiamo capito che questi e queste giovani non sono estranei, non sono straniere: sono persone nate o cresciute in Italia che si identificano non solo come italiani ma nemmeno solo come marocchine, tunisini, albanesi, algerine… Non abbiamo capito, o non vogliamo capire, che la loro non è violenza gratuita: è una violenza figlia della rabbia, una rabbia che chiede conto delle scuole che crollano, degli scenari di guerra sempre più palpabili, del caro-affitti, della questione climatica. In questi giorni ho sentito un’esponente di un importante partito di governo dire che lo Stato italiano non deve niente a questi ragazzi e ragazze: perché loro dovrebbero accettare queste affermazioni in silenzio?».