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    Green pass per lavorare: perché in Italia si e all’estero no

    Illustrazione di Emanuele Fucecchi

    L’obbligo di certificato per i lavoratori imposto da Draghi è un unicum nelle democrazie occidentali. All’estero hanno scelto altre strade per spingere la campagna vaccinale: ecco quali e perché

    Di Enrico Mingori
    Pubblicato il 22 Ott. 2021 alle 07:05 Aggiornato il 22 Ott. 2021 alle 14:06

    Quattro mesi prima dello sciopero dei camalli di Trieste contro il green pass, in Argentina è accaduto l’esatto contrario: i sindacati dei lavoratori portuali hanno minacciato di bloccare il commercio marittimo se non avessero avuto accesso immediato al vaccino. “Vogliamo proteggere la salute nostra e dei nostri colleghi”, ha dichiarato il leader sindacale Guillermo Pereyra. “Pur di essere immunizzati siamo disposti a pagare di tasca nostra”. In quei giorni l’Argentina era molto indietro con la sua campagna vaccinale: appena il 25 per cento della popolazione aveva ricevuto almeno una dose.

    Oggi in Italia siamo a quota 76 per cento, fra i primi in Europa. Eppure proprio il nostro Paese ha da poco deciso di introdurre ulteriori restrizioni, fra le più severe del mondo occidentale: dal 15 ottobre chi non ha il green pass non può lavorare.

    Per capire fino in fondo le ragioni di una scelta politica così forte occorre riavvolgere il nastro e andare indietro a quella surreale serata del 9 marzo 2020. Tutti ci ricordiamo dov’eravamo quando l’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte apparve sui nostri televisori per annunciare con un video-messaggio alla nazione l’entrata in vigore del primo lockdown. Nel resto d’Europa ancora non capivano cosa stava accadendo: mentre gli italiani si chiudevano in casa, a Parigi, Berlino e Londra andavano avanti con la vita di sempre noncuranti del pericolo che stavano correndo.

    Dove osa la democrazia

    Oggi l’Italia tenta di nuovo la fuga in avanti: green pass obbligatorio per incentivare le vaccinazioni. Anche a costo di impedire alla gente di lavorare.Il pugno duro di Mario Draghi ha impressionato i commentatori all’estero: “L’Italia è stata la prima democrazia a mettere in quarantena le città e adesso è di nuovo la prima a varcare una nuova soglia”, ha osservato il New York Times sottolineando che le nuove misure in vigore nel nostro Paese sono “tra le più dure nelle democrazie occidentali”.

    Anche il Washington Post è rimasto colpito: “L’Italia si è spinta in un nuovo territorio per una democrazia occidentale. Ma nell’ultimo anno e mezzo ha regolarmente messo in atto misure che inizialmente sembravano audaci ma poi hanno attirato imitatori”.

    Dalle colonne del tedesco Frankfurter Allgemeine sono partiti applausi per Draghi: “Non è sceso a compromessi, una buona cosa”. In Francia e Spagna, invece, ci si chiede quali conseguenze avrà la nuova stretta: secondo il quotidiano progressista Libération le proteste rischiano di “bloccare l’economia”, mentre per El País “è la prima volta che Draghi può avere difficoltà a portare a termine una decisione politica”.

    Noi e gli altri

    L’Italia è un unicum almeno a livello occidentale. Negli Stati Uniti e in Canada il vaccino è obbligatorio solo per i dipendenti federali, nel Regno Unito – dove non esistono nemmeno le carte d’identità – solo per i lavoratori delle Rsa, mentre nessun obbligo è previsto in Germania e Spagna. In Francia c’è il green pass obbligatorio, ma solo per il personale sanitario e per chi lavora in ristoranti, bar, cinema, musei.

    Per favorire la campagna di immunizzazione il presidente Emmanuel Macron ha anche previsto che i tamponi – gratuiti per il resto della popolazione – saranno invece a pagamento per chi non è vaccinato (ma in Francia i test hanno una durata di 72 ore, come chiesto in Italia da Salvini e Meloni).

    Proprio dalla Francia il governo italiano ha preso esempio l’estate scorsa, quando ha deciso di introdurre i primi obblighi di green pass. La sera del 12 luglio Macron ha comunicato ai francesi che il certificato verde sarebbe diventato necessario per accedere nei luoghi a rischio assembramento. E già pochi minuti dopo il generale Figliuolo dichiarava che una soluzione come quella adottata dai nostri cugini d’Oltralpe avrebbe potuto rappresentare “una spinta” per la nostra campagna vaccinale. In seguito anche il ministro della Salute Speranza e altri esponenti del governo si sono detti favorevoli a imitare i francesi, finché il 5 agosto il Consiglio dei ministri è passato ai fatti, decretando l’obbligo di green pass, in Italia, per accedere a bar e ristoranti al chiuso, a musei e cinema, ma anche per salire sui mezzi di trasporto a lunga percorrenza e per il personale scolastico e gli studenti universitari.

    Nelle settimane successive – mentre Macron estendeva la misura a chi lavora in quei luoghi in cui la certificazione è richiesta ai clienti – noi siamo andati oltre, adottando un giro di vite ancora più robusto: green pass obbligatorio per tutti i lavoratori, nessuno escluso, e niente tamponi gratis per nessuno. La misura ha scatenato polemiche sul fronte politico (dalla Lega ai sindacati), bocciature da parte di alcuni intellettuali (come Cacciari e Barbero), manifestazioni di piazza (tristemente sfociate nell’assalto alla Cgil) e scioperi (i portuali di Trieste).

    Tra coloro che più hanno spinto per l’obbligo di green pass c’è Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, che ha visto così accolta un’altra sua istanza dopo quella sullo stop al blocco dei licenziamenti. “Draghi è l’uomo della necessità”, ha esultato il numero uno degli industriali. I quali non a caso hanno accolto con una ovazione il premier quando si è presentato alla loro assemblea e ha scandito che “il green pass è uno strumento di libertà”.

    Meno spot, più intentivi

    A inizio settembre Draghi aveva anche risposto con un secco “Sì” alla domanda se il vaccino potrà essere reso obbligatorio una volta che sarà stato approvato in via definitiva dalle autorità di controllo europea e italiana. Al contrario, la cancelliera uscente della Germania, Angela Merkel, ha sempre risposto “No”: “Penso che per guadagnare la fiducia dei cittadini sia più efficace pubblicizzare la campagna vaccinale e lasciare che quante più persone possibile diventino ambasciatrici del vaccino in base alla propria esperienza”.

    Anche in Francia il governo ha puntato forte sulla sensibilizzazione dei cittadini: il Paese è stato tappezzato con manifesti che raffigurano baci, abbracci e assembramenti festosi accompagnati dallo slogan “I vaccini possono avere effetti desiderabili: vacciniamoci”.

    In Italia, invece, i padiglioni vaccinali a forma di primula disegnati da Stefano Boeri e gli spot televisivi diretti da Giuseppe Tornatore – mosse predisposte dal precedente esecutivo Conte – sono stati archiviati senza troppi complimenti dal governo Draghi, che, almeno da agosto a questa parte, ha preferito affidarsi a meccanismi di incentivo: se non ti vaccini, ti è impedito di svolgere alcune attività, finanche lavorare.

    Questa strategia sta funzionando? Per capirlo bisogna andare a vedere i numeri. A inizio agosto, ossia precedentemente all’entrata in vigore dei primissimi obblighi di green pass, l’Italia aveva vaccinato con almeno una dose il 64 per cento della popolazione: più di Francia (63 per cento) e Germania (61) e meno di Regno Unito e Spagna (entrambi a quota 68 per cento). Nel momento in cui scriviamo l’Italia è salita al 76 per cento, mantenendosi dietro la Spagna – che, sebbene non obblighi nessuno a vaccinarsi né a mostrare il green pass, è arrivata all’81 per cento – ma scavalcando il Regno Unito (72) e restando sopra Francia (75) e Germania (68). Quindi sì, la nostra campagna vaccinale ha marciato a un buon ritmo.

    Peraltro, va detto che la maggioranza dei nuovi green pass emessi nell’ultimo mese deriva da tamponi negativi, il ché significa probabilmente che resiste uno zoccolo duro di no-vax i quali, a dispetto delle nuove regole più restrittive, rifiutano di farsi inoculare la dose di anti-Covid.

    I prossimi mesi

    Secondo un recente sondaggio pubblicato dall’istituto Swg, il 65 per cento degli italiani è favorevole all’obbligo di certificato verde per i lavoratori, mentre il 25 per cento è contrario e il 10 per cento incerto. Un dato difficilmente prevedibile è che più di metà di coloro che non vogliono il green pass obbligatorio è vaccinato, mentre tra i favorevoli prevalgono sentimenti di positività e speranza (alimentati forse dalle previsioni sul Pil, che per il 2021 oscillano tra il +5 e +6 per cento).

    Intanto alcune Regioni come Lazio e Friuli Venezia Giulia e certi virologi – Matteo Bassetti e Walter Ricciardi – si spingono a ipotizzare che, se raggiungeremo il 90 per cento di copertura vaccinale (fra gli over 12), il pass sanitario potrà essere rimosso. Ma il sottosegretario alla Salute Sileri frena: «L’obbligo non si può togliere finché ci sono le terze dosi da fare». Anche Babbo Natale, insomma, quest’anno avrà bisogno del green pass. Almeno per portare i regali in Italia.
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