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    La grande fuga dei giovani medici dalla Sanità pubblica italiana

    Credit: Pixabay

    Sempre più medici neolaureati rinunciano alla specializzazione. Quest’anno il 38% delle borse di studio è andato deserto. Motivo? Negli ospedali pubblici sono sfruttati e mal pagati. Meglio andare all’estero o passare al settore privato. Dove si guadagna di più

    Di Enrico Mingori
    Pubblicato il 3 Nov. 2023 alle 09:51

    Se la Sanità pubblica in Italia versa oggi in uno stato critico, nel giro di qualche anno la situazione potrebbe persino peggiorare. Diversi reparti ospedalieri pubblici si stanno letteralmente svuotando di camici bianchi: mancano medici di comunità e virologi, sono sempre più rari gli specialisti in Anatomia patologica e Radioterapia, cruciali per la diagnosi e la cura del cancro, ed è complicato anche trovare anestesisti e geriatri.

    Da un lato c’è una schiera di medici che lascia il povero Sistema sanitario nazionale per assumere incarichi nel settore privato, dove gli stipendi sono molto più elevati. Ma dall’altro lato c’è un fenomeno se possibile ancora più allarmante: molti aspiranti medici, dopo la laurea, decidono di non frequentare la scuola di specializzazione, passaggio necessario per poter esercitare in quei reparti. Preferiscono andare a lavorare all’estero o – anche loro – cercare un impiego in cooperative o aziende sanitarie private.

    I numeri più recenti sulle immatricolazioni del 2023 fanno spavento: a fronte di 16.165 borse di studio complessive messe a bando dal Ministero dell’Università e dalle Regioni, ben 6.125 sono andate deserte (il 38%). Nell’area della Medicina di comunità è rimasto non assegnato addirittura il 92% dei posti, in quella di Microbiologia e Virologia l’89%, in Radioterapia l’87%, in Anatomia patologica il 72%. L’elenco è lungo: spiccano anche il 76% di contratti vacanti in in Medicina d’emergenza urgenza (ovvero i pronto soccorso), il 53% di Anestesia Rianimazione, il 51% in Geriatria, il 33% di Cardiochirurgia.

    Schivizzandi
    «A perdere attrattività sono state soprattutto le specializzazioni ospedaliere», spiega a TPI Giammaria Liuzzi, responsabile nazionale del sindacato medico-sanitario Anaao Giovani. «Molti preferiscono andare a specializzarsi all’estero, anziché stare in Italia a farsi sfruttare. Altrimenti restano qui, rinunciano alla specializzazione e vanno a lavorare nel settore privato, ad esempio come “gettonisti” per conto delle cooperative che operano nei pronto soccorso». 

    «Un gettonista – fa notare Liuzzi – può arrivare a guadagnare anche 700 euro in un giorno, mentre uno specializzando prende 1.648 euro al mese, che però scendono subito a 1.300, se si calcolano le spese fisse per tasse universitarie, Enpam, Ordine dei medici e assicurazione obbligatoria».

    «Più che specializzandi, sarebbe giusto chiamarci “schiavizzandi”», continua il rappresentante di Anaao Giovani. «Abbiamo solo doveri e zero diritti, lavoriamo negli ospedali facendo da tappabuchi, spesso demansionati e con turni estenuanti. È normale che, a queste condizioni, molti scelgano un’altra strada».

    Questa fuga dalle scuole di specializzazione è relativamente recente. Fino alla pandemia il problema era l’opposto: il Ministero dell’Università, cioè, metteva a bando un numero di contratti molto inferiore rispetto alle richieste avanzate dal settore sanitario e a quello dei potenziali candidali. Di questo passo, i medici specializzati sono andati progressivamente diminuendo negli anni, con un conseguente peggioramento delle condizioni di lavoro negli ospedali. 

    Dopo l’esperienza del Covid, la politica è cambiata e si è deciso di aumentare le borse di studio. Adesso che i posti a bando ci sono, però, a mancare sono i candidati. Cosa è successo? Le associazioni dei giovani medici accusano il Ministero di aver incrementato indiscriminatamente tutte le tipologie di contratti, «utilizzando un algoritmo inefficiente, senza una idonea programmazione».

    In altre parole, l numero dei posti a disposizione sarebbe stato alzato in maniera scriteriata, senza tener conto di quali sono le scuole di specializzazione più appetibili e quelle meno. Con il paradosso che, ad esempio, ci sono scuole di Medicina d’emergenza e urgenza con zero iscritti e scuole di Chirurgia plastica con il pienone (96% di borse di studio assegnate).

    Studenti o lavoratori?
    «Tutto questo – attacca ancora Liuzzi – è risultato del de-finanziamento cronico della Sanità a cui assistiamo da anni, di una politica che va nella direzione del privato e soprattutto di un inquadramento dello specializzando anacronistico, fermo al 1999, in cui lo specializzando è considerato uno studente, e non un lavoratore, come dimostra anche il fatto che dipendiamo dal Ministero dell’Università anziché da quello della Sanità».

    «Non siamo studenti, siamo medici professionisti che svolgono attività mediche a tutti gli effetti e salvano vite. Solo in Italia abbiamo questo inquadramento», continua il rappresentante di Anaao Giovani. «E non è un problema di soldi, ma di volontà politica»: il sindacalista punta il dito contro «un sistema universitario baronale che vuole mantenere gli specializzandi in pochi policlinici universitari perché devono fungere da tappabuchi».

    In un comunicato congiunto diffuso nelle scorse settimane, Anaao Giovani e l’Associazione Liberi Specializzandi scrivono che «l’unica soluzione è riformare la formazione medica post-laurea, archiviando l’impianto formativo attuale» per passare a un «contratto di formazione-lavoro»: i giovani medici chiedono cioè di istituire un contratto di lavoro per gli specializzandi che sia incardinato nel contratto collettivo nazionale dei camici bianchi e che preveda retribuzione e responsabilità crescenti. Altrimenti – avvertono – l’emorragia degli specializzandi non si fermerà. E gli ospedali pubblici continueranno a svuotarsi.

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