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    Meloni vuole il blocco navale, ma non si può fare. E lo dice anche Alessandra Mussolini

    Di Charlotte Matteini
    Pubblicato il 4 Lug. 2019 alle 16:24 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 02:28

    Come bloccare le Ong che salvano i migranti nel Mediterraneo? La soluzione per Giorgia Meloni è il blocco navale. Complice la vicenda Sea Watch, la presidente di Fratelli d’Italia è tornata a proporre uno dei suoi storici cavalli di battaglia.

    “Grazie al precedente creato liberando Carola, le altre Ong pronte a emulare la Sea Watch. L’unica soluzione per fermare gli sbarchi e il traffico di esseri umani e’ ormai chiara: blocco navale. Basta sottostare al giogo di Ong e scafisti!”, ha dichiarato in una nota stampa diramata questa mattina.

    Nella mattinata del 3 luglio, invece, ha twittato: “Lo scandaloso epilogo del caso #SeaWatch3 e i continui “sbarchi fantasma” sulle nostre coste sono la dimostrazione che le storiche proposte di Fratelli d’ItaIia sono le uniche a poter contrastare efficacemente l’immigrazione illegale di massa”, con tanto di infografica esemplificativa.

    A questo punto una domanda sorge spontanea: ma questo blocco navale si può fare o no? Risposta breve: no, non si può fare (anche se l’Italia ci provò, nel 1997, nonostante fosse un’azione dichiaratamente illegittima, ndr).

    Non sono i “buonisti” a vietare l’agognato blocco, ma il diritto internazionale. Innanzitutto, per provare a rispondere in maniera approfondita alla questione bisogna dare una definizione di “blocco navale”. Il blocco navale è, di fatto, un’azione militare che può essere messa in campo, a certe condizioni, da uno Stato per impedire che le navi entrino – o escano – nelle acque territoriali del Paese ed è un’azione regolata dal diritto internazionale, in particolare la Convenzione di Ginevra e la Carta Onu.

    Gli articoli 41 e 42 della Carta delle Nazioni Unite, ratificata dall’Italia, al capitolo dedicato alle azioni “rispetto alle minacce alla pace, alle violazioni della pace ed agli atti di aggressione”, ne sanciscono l’eventuale ambito di applicazione:

    Articolo 41 | Il Consiglio di Sicurezza può decidere quali misure, non implicanti l’impiego della forza armata, debbano essere adottate per dare effetto alle sue decisioni, e può invitare i membri delle Nazioni Unite ad applicare tali misure. Queste possono comprendere un’interruzione totale o parziale delle relazioni economiche e delle comunicazioni ferroviarie, marittime, aeree, postali, telegrafiche, radio ed altre, e la rottura delle relazioni diplomatiche.

    Articolo 42 | Se il Consiglio di Sicurezza ritiene che le misure previste nell’articolo 41 siano inadeguate o si siano dimostrate inadeguate, esso può intraprendere, con forze aeree, navali o terrestri, ogni azione che sia necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale. Tale azione può comprendere dimostrazioni, blocchi ed altre operazioni mediante forze aeree, navali o terrestri di Membri delle Nazioni Unite.

    Andando più nello specifico, la Convenzione di Ginevra stabilisce che il blocco navale può eventualmente essere predisposto da uno Stato solo se l’azione rispetta determinati criteri, diversamente è considerato un atto ostile, un atto di guerra. Come spiegato dall’ammiraglio Fabio Caffio in Glossario di diritto del mare e da Agi, “il blocco navale deve essere formalmente dichiarato e notificato agli Stati terzi […]. Con l’entrata in vigore della Carta delle Nazioni Unite del 1945 il blocco non può ritenersi consentito al di fuori dei casi di legittima difesa di cui all’art. 51 della stessa Carta […]. Per questo motivo ‘il blocco dei porti o delle coste di uno Stato da parte delle forze armate di un altro Stato’ è compreso tra gli atti di aggressione”.

    Qualche settimana fa, persino l’ex europarlamentare Alessandra Mussolini, non esattamente una simpatizzante di Ong e no borders, criticò pubblicamente la proposta di Giorgia Meloni: “Qualcuno più autorevole di me potrebbe spiegare che il blocco navale nun se pò fà (così forse lo capisce meglio) e ripeterlo serve solo alla propaganda per i gonzi?”, aggiungendo: “È un atto di guerra, non lo dico io”, e poi ancora, ricordando il tragico blocco disposto dal governo Prodi nel 1997: “Il paragone, come tutti sanno, non regge. Per inciso la Corte di Cassazione decise la responsabilità civile del Ministero della Difesa obbligandolo a risarcire le famiglie delle vittime oltre alle condanne penali emesse nei confronti dei capitani delle due navi coinvolte nell’operazione”.

    Come anticipato qualche riga sopra, l’Italia il blocco navale auspicato da Giorgia Meloni tentò di predisporlo eccome. Finì in tragedia, come ci ricordano le cronache di allora. Correva l’anno 1997 e in quel periodo l’Italia stava cercando di fronteggiare un’ondata migratoria eccezionale, conosciuta come “l’esodo albanese”. Al governo sedevano il presidente del Consiglio Romano Prodi, il ministro dell’Interno Giorgio Napolitano e il ministro della difesa Beniamino Andreatta.

    Una crisi economica gravissima e una guerra civile si stavano abbattendo da mesi sull’Albania, così i cittadini albanesi iniziarono a scappare dalla propria terra natia. L’Italia, considerata anche la posizione geografica, si trovò ad affrontare un massiccio afflusso di migranti via mare. Nel tentativo di arginare il fenomeno, il governo Prodi decise di iniziare a operare i cosiddetti respingimenti e nel marzo del 1997 firmò un accordo con il governo albanese per un “efficace pattugliamento” del tratto adriatico. Raccontavano gli articoli di Repubblica dell’epoca:

    Ufficialmente le nuove disposizioni date alla Marina parlano di “opera di convincimento”. In pratica, è un blocco navale. Le fregate Sagittario e Aviere e le corvette Driade e Urania hanno avanzato il loro fronte di manovra, quasi ai limiti delle acque territoriali albanesi: dovranno intercettare i pescherecci di immigrati e convincerli a rientrare in Albania. Senza usare la forza. L’ operazione è riuscita col peschereccio Nikdei Cervo, 150 persone a bordo, accostato dalla Sagittario a 20 miglia da Otranto. Con i megafoni gli italiani hanno annunciato il rimpatrio immediato. Il peschereccio ha fatto dietrofront, nonostante un’ avaria. La fregata italiana l’ ha seguito sino a 3-4 miglia da Durazzo […].

    Il blocco, però, non è una deroga alla legge del mare, cioè alla convenzione internazionale sulla ricerca e sul salvataggio marittimo, adottata ad Amburgo il 27 aprile del 1979. L’ Italia vi ha aderito con la legge del 3 aprile 1989 e con un successivo regolamento. La convenzione di Amburgo impegna i governi ad adottare “ogni provvedimento” legislativo o altro provvedimento appropriato, necessari a dare pieno effetto alla convenzione sul soccorso marittimo che il decreto di adesione dell’Italia indica in “tutte le attività finalizzate alla ricerca e al salvataggio della vita umana in mare”. Non sarà facile per la Marina Militare coniugare i princìpi umanitari con la nuova linea dura adottata dal Governo.

    Il 28° Gruppo Navale Italiano, cui venne affidato il compito di pattugliare l’Adriatico e respingere le imbarcazioni piene di migranti provenienti dall’Albania, di fatto, dunque, operò un blocco navale, misura che venne aspramente biasimata dalle Nazioni Unite. Nonostante la misura non fosse conforme al diritto internazionale, il governo italiano tirò dritto e pochi giorni dopo accadde la tragedia.

    Il 28 marzo del 1997, un’imbarcazione proveniente dall’Albania, la Katër i Radës, strabordante di migranti, venne speronata nel canale d’Otranto dalla corvetta della Marina Militare Italiana Sibilla. La Katër i Radës, nonostante gli avvertimenti delle fregate poste a pattugliamento delle acque internazionali, non rispettò l’ordine di invertire la rotta e tornare indietro e giunta al confine con le acque territoriali italiane, incontrò la Sibilla. La Sibilla colpì due volte la nave albanese. L’impattò fu violentissimo, l’imbarcazione albanese si rovesciò nel canale d’Otranto e nell’incidente morirono oltre 100 persone.

    Come finì la vicenda a livello giudiziario? Con una condanna condivisa. Nel 2005 e nel 2011, in primo e secondo grado, i giudici stabilirono la colpevolezza dei comandanti di Katër i Radës e Sibilla. Il comandante albanese Namik Xhaferi venne condannato in appello a tre anni e dieci mesi mentre quello della Sibilla, Fabrizio Laudadio, a due anni e quattro mesi. La Cassazione, nel 2014, confermò le condanne riducendo la pena: tre anni e quattro mesi al primo e due al secondo, una diminuzione dovuta alla prescrizione del reato di omicidio colposo. Come ricordato da Alessandra Mussolini, la Cassazione condannò il ministero della Difesa a risarcire le famiglie delle vittime. Insomma, forse la storia dovrebbe insegnarci che il blocco navale non è “l’unica soluzione”, tanto meno può essere considerato “una soluzione”, se si ha a cuore la vita umana.

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