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    Addio a Franco Leoni, il superstite che perdonò i nazisti

    Di Francesca Candioli
    Pubblicato il 17 Apr. 2021 alle 16:29

    “Un giorno la vita mi ha colpito così forte, che mi ha insegnato a resistere”. Se ne è andato nella sua casa di Rimini Franco Leoni Lautizi, 83 anni, e un’esistenza spesa a raccontare una data, un giorno scritto sul calendario, che per lui e per tanti altri ha segnato la fine di una vita normale, e l’inizio di una personale sopravvivenza nel mondo dei vivi. Da allora, da quando aveva appena 5 anni e 8 mesi, non ha mai smesso di essere un superstite dell’eccidio di Monte Sole, una sensazione che lo divorava da dentro, ma che è sempre riuscito a trasmettere con l’orgoglio di chi ce l’ha fatta, di chi non si vergogna del dolore, di chi la vita se l’è conquistata.

    Anche quando fu costretto a vivere accanto ad un respiratore e a potersi permettere brevi trasferte lontano da casa, spiegando e raccontando la sua storia a tutti, soprattutto ai ragazzi nelle scuole, perché, come ripeteva sempre, “il futuro si può sognare, ma la memoria non si dimentica”. Consigliere di Anvcg, l’associazione nazionale vittime civili di guerra, per cui aveva tenuto anche uno dei suoi ultimi incontri pubblici prima dell’arrivo del Covid19, promosso a Torino dal Sermig, Servizio missionario giovani, in occasione della terza giornata nazionale delle vittime civili di guerra. “Mi piacerebbe fare come si fa con i cellulari di oggi che premi un pulsante e cancelli i video: io ci ho provato per tutta una vita a cancellare il buio dentro di me, ma non ci sono mai riuscito. Nella guerra ho perso dodici parenti, compreso mio fratello nella pancia di mia mamma”, aveva detto.

    La storia di Franco

    Era il 29 settembre del 1944, il primo giorno dell’eccidio più violento compiuto dalle SS naziste nell’Europa occidentale, conosciuto come l’eccidio di Monte Sole, il delitto definito “castale” dallo stesso Giuseppe Dossetti, uno dei padri fondatori della nostra Costituzione, ma passato alla storia come la strage di Marzabotto. Quando le truppe tedesche al comando di Walter Reder, assieme ai fascisti italiani locali, misero a ferro e fuoco l’Appennino bolognese per sette giorni, uccidendo tutti i civili, casa per casa (persero la vita quasi 800 persone, ndr). Fra di loro c’era anche la mamma di Franco Leoni, 23 anni, nel pieno delle doglie che assieme al figlio e a sua nonna lasciò il rifugio, dove erano tutti ammassati, per andare a partorire 200 metri più in basso, nella casa dove vivevano.

    Lungo la strada però una pattuglia tedesca li individuò subito e da lontano spararono, colpendo in testa la nonna. La mamma di Franco, Maria Martina Sassi, riuscì a rifugiarsi dentro l’unico posto disponibile, un pagliaio, facendo scudo con il suo corpo. “Si sa, la paglia nasconde, ma non ripara dal piombo. Entrambi eravamo già stati colpiti, mia madre al ventre, e io nella schiena e nella pancia. Dentro al pagliaio mia mamma cercava di proteggermi dalle pallottole che continuavano ad arrivarci come poteva, urlando come impazzita tutta la sua disperazione. Ricordo il sangue e che tutto continuò per un tempo interminabile, ma alla fine si accasciò. Non sentendo più i lamenti, i tedeschi smisero di sparare. Mi accucciai accanto alla mamma e lì rimasi abbracciato a lei fino a tarda notte, quando, alcune persone uscite dal rifugio vennero a prendermi. Sentivo che avevano già seppellito nonna e mamma. Era già pronta anche la mia fossa. Mio padre, tornato dal nascondiglio nel bosco usato dagli uomini, disperato per i tanti morti della sua famiglia e perché pensava di aver perso anche me, decise di consegnarsi ai tedeschi. Dopo un anno, abbiamo trovato il suo corpo lungo un fiume: lo avevano ucciso dopo pochi giorni dalla consegna, lo abbiamo riconosciuto dai vestiti”.

    A Monte Sole con i ragazzi

    Il perdono

    Dopo la strage Franco è riuscito a ricostruirsi una vita senza mai dimenticare. Dal 1961 si è trasferito a Rimini, dove si è sposato e ha avuto sei figli. “Quando seppi dell’arresto di Walter Reder (fu catturato dagli americani ed estradato in Italia nel 1948), il maggiore nazista che comandò l’eccidio di Monte Sole, per la rabbia mi venne voglia di andare a cercarlo per ucciderlo. L’ira mi divorava. Poi, però, quando sono andato ad abitare a Rimini ho conosciuto molti ragazzi tedeschi come me. Ho ascoltato le loro storie e ho capito che anche loro avevano sofferto molto e patito per le scelte dei loro padri. Ho così scelto di abbandonare la via dell’odio. Ho capito che vivere con l’odio è solo una parvenza di vita perché non sei mai in pace con te stesso. Si vive proprio male. L’odio non porta a niente, il perdono libera. Così ho deciso di perdonare, non è stato facile, ma ho scelto la vita”.

    Franco Leoni fu infatti uno dei pochi a votare per lasciare libero Walter Reder, che nel 1964 si appellò al sindaco di Marzabotto per ottenere il perdono dei sopravvissuti. La piccola comunità si espresse tramite un piccolo referendum popolare con 282 voti contrari e soltanto 4 a favore. Nonostante ciò nel 1985 l’esecutivo Craxi, indifferente alle proteste dei familiari delle vittime e a quelle delle associazioni partigiane, si servì della «prevista possibilità» di scarcerazione anticipata concessa dalla sentenza del 1980 e, su pressione del governo austriaco, ne decise la liberazione e il rimpatrio in Austria su un aereo messo a disposizione dal governo italiano.

    Il processo a La Spezia e la ricerca della giustizia

    Franco Leoni che, nonostante il perdono, non ha mai smesso di cercare la verità e di chiedere giustizia, ha portato la sua testimonianza al processo di La Spezia nel 2006-2007. Il quinto processo sulle stragi nazifasciste dopo quello relativo a Certosa di Farneta, Sant’Anna di Stazzema, Branzolino San Tomè e Falzano di Cortona, che si è celebrato a tredici anni di distanza dalla scoperta a Roma dell’ “armadio della vergogna”, dove vennero occultati per cinquant’anni 273 fascicoli relativi alle stragi nazifasciste perpetrate in Italia nel ’43 e ’44. A fine processo furono condannati 10 membri dell’esercito tedesco all’ergastolo, ma la Germania non ha mai applicato le condanne, e i responsabili della strage sono vissuti e morti da persone libere.

    Fu proprio l’esperienza a La Spezia a convincere Franco a tornare, nel luglio 2006, a Monte Sole per la prima volta dopo la strage, per cercare ciò che era rimasto della sua casa. Ad accompagnarlo in questo viaggio doloroso nel passato è stato il suo avvocato Andrea Speranzoni, che ha difeso i famigliari delle vittime durante il processo in Liguria (da cui è poi è stato tratto anche il libro scritto dallo stesso Speranzoni, “A partire da Monte Sole”, pubblicato da Catelvecchi 2016). “Abbiamo cercato la sua casa, in mezzo ai rovi, ma dopo un giorno di tentativi andati a vuoto siamo ritornati sul posto con dei falcetti per tagliare la boscaglia – racconta l’avvocato -. Franco era sicuro fosse lì, finche ad un certo punto sopra ad una collina abbiamo spostato i rovi e abbiamo trovato la sua abitazione”.

    Oggi, all’interno del parco storico di Monte Sole, istituito nel 1989, è possibile visitare il sentiero che dal monte conduce alla sua casa e che ha preso il nome della madre, a cui Franco ha dedicato una poesia (“Era bella mia madre”) che non è mai riuscito a leggere in pubblico, e che oggi si può trovare scritta nel legno lungo il percorso.

    Casa di Franco a Monte Sole

    Il calciatore che fece il saluto nazista e passò una giornata con Franco Leoni

    Franco ha sempre parlato di perdono e di rieducazione. L’ultima volta lo ha dimostrato chiedendo di incontrare Eugenio Maria Luppi, il calciatore dilettante finito nella bufera nel 2017 per aver fatto il saluto romano, ed esposto una maglia con un simbolo fascista, dopo il gol contro la squadra di Marzabotto che ospitava la partita. È stato Franco a scrivergli subito una lettera, ritenendo senza senso il clima di odio scatenato contro questo ragazzo e la successiva denuncia nei suoi confronti. “Non si risolve nulla così – raccontava al Corriere della Sera di Bologna -. È un giovane, va ripreso, va educato, non punito”.

    Ecco la lettera che gli scrisse: “Ciao Eugenio, sono Franco, uno dei pochi sopravvissuti alla strage di Marzabotto. Non voglio commentare il tuo gesto, questo lo lascio ai giornali e alla politica. Ti invito solo ad incontrarmi, a quattro occhi, senza riflettori. Ti racconterò quello che è avvenuto in quei tragici giorni dal 29 settembre al 5 ottobre 1944. Una barbarie inimmaginabile per un ragazzo della tua età che, fortunatamente, non ha conosciuto la guerra. Sono passati più di settanta anni dall’eccidio, ma ancora oggi l’incubo di quella ferocia mi accompagna ogni giorno. Ascolta la mia storia. Se solo riuscirò a far breccia nel tuo cuore e a condurti ad un vero pentimento, allora avrò fatto molto e il sacrificio di tante persone innocenti sarà servito a qualcosa. Dalle macerie della tragedia di Marzabotto ho imparato una cosa importante: il Perdono”. L’incontro tra i due poi avvenne davvero, passarono insieme una giornata, e il ragazzo, come ci raccontò Leoni, pianse e chiese scusa a Franco, dicendo che non sapeva che cosa era successo a Monte Sole e che non lo avrebbe mai più dimenticato.

    Il riconoscimento mancato

    Il suo unico rimpianto è sempre stato uno solo: non aver avuto un reale riconoscimento da parte dello Stato italiano. “Ho scritto tante volte ai vari governi – raccontava con rammarico -. Io non voglio un indennizzo per quello che mi è successo, ma giusto una medaglietta, una coccarda, un riconoscimento, qualcosa da lasciare ai miei figli quando non ci sarò più. L’ultima volta ho scritto a Mattarella, ma dalla segreteria del presidente mi hanno risposto che nel 2013 Giorgio Napolitano era venuto a Sant’Anna di Stazzema a depositare una corona per le vittime. A me questo non basta, azioni come questa dovrebbero essere un dovere, non qualcosa di cui vantarsi”.

    Il riconoscimento, tanto atteso da Franco Leoni, purtroppo non è mai arrivato. Negli ultimi tempi era riuscito a mettersi in contatto con l’ambasciatore tedesco a Roma, Viktor Elbling, ottenendo più seguito che in Italia. A Sant’Anna di Stazzema alcuni superstiti hanno ricevuto negli ultimi tempi una delle massime onorificenze tedesche, Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Federale di Germania: “Non è giusto che questi riconoscimenti arrivino dai tedeschi, e non dallo Stato italiano. Come vittime siamo tutti uguali, e bisognerebbe farlo per tutti. Io non voglio un riconoscimento dalla Germania, io voglio essere riconosciuto dall’Italia”. Che la terra ti sia lieve Franco, gli spiriti non dimenticano.

    Leggi anche: L’uomo che è sopravvissuto a otto campi di concentramento nazisti

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