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    Essere madri oggi, in un Paese che non ci vede

    Credit: Freepick

    Intorno alla maternità è stato costruito un immaginario che celebra la felicità del sacrificio. Ma spesso essa è anche luogo di solitudine, pressioni e aspettative impossibili. La narrazione pubblica promuove la resilienza individuale, ma dimentica le responsabilità collettive

    Di Lara Tomasetta
    Pubblicato il 7 Ago. 2026 alle 11:44

    Viviamo in un Paese in cui la maternità è raccontata ancora troppo spesso come un istinto naturale, un approdo felice e lineare. La narrazione pubblica procede compatta: essere madri significa essere complete, competenti, sempre grate. E se non lo sei – se vacilli, se sei stanca, se sbagli – allora è un problema tuo. 

    Ho scritto “Quello che le madri non dicono” (ed. People) perché questa versione patinata non somigliava affatto alla mia esperienza. Né, soprattutto, a quella di moltissime donne che conosco. La verità è che la maternità, oggi, è anche un luogo di solitudine, pressione e aspettative impossibili. Lo racconto non per demolire questo viaggio, ma per restituirgli verità. E per farlo, ho dovuto iniziare da me. 

    Frustrazione
    L’estratto che segue nasce da un momento di frattura, uno di quelli in cui la stanchezza ti mangia i bordi e ti ritrovi a chiederti quando esattamente hai smesso di essere una persona intera. 

    «Quello che so è che mi sento frustrata. È difficile intuire ogni giorno le sue necessità, azzeccare alla perfezione il momento in cui ha sonno, fame, sete, si annoia, ha caldo, freddo, o ha dei bisogni di qualunque tipo. E quando sbaglio una di queste cose mi sembra che le conseguenze siano eccessive. Nonostante il fatto che Nives Amal, in fondo, sia una bimba strepitosa che piange poco – almeno, rispetto a quello che sento in giro. O comunque, per il momento. 

    Eppure, io odio non capirla. […] Oh, Signore, sì. Mamma sbaglia. Mamma fa del suo meglio, certo, ma può sbagliare. […] Ma il punto è che “mamma” ha smesso di chiamarsi Lara. Spersonalizzandosi. Ora esiste solo la dicotomia “brava mamma/cattiva mamma”. […] 

    Ma poi il punto non è questo. Il punto è non farsi travolgere. […] Che va bene pure se per una volta hai sputtanato tre ore facendo un bel bagno lungo e guardando dei comici del cazzo su YouTube. […] Non sei cattiva, non sei menefreghista, non sei un’ingrata». 

    Frattura identitaria
    Quando ho scritto queste righe, ero immersa in un paradosso che accomuna moltissime madri: amare profondamente la propria figlia e al tempo stesso non riconoscersi più. Una frattura identitaria che non dipende solo da noi, ma da un contesto che pretende molto e concede poco. 

    Il ruolo materno – soprattutto oggi – è costruito su un modello di efficienza impossibile: presente ma non ansiosa, produttiva ma sempre disponibile, impeccabile sul lavoro e infallibile a casa. 

    Sotto la superficie di questo equilibrio apparente, c’è una fatica che nessuna narrazione pubblica sembra voler davvero vedere. 

    “Quello che le madri non dicono” nasce per restituire voce a questa zona grigia: quella in cui ci sentiamo insufficienti, inadatte, inadeguate. Per dire ad altre donne ciò che avrei voluto sentirmi dire io: che si può sbagliare, che si può perdere il filo, che si può desiderare – ogni tanto – di tornare semplicemente a chiamarsi per nome. Racconto tutto questo perché sono convinta che la maternità non sia un affare privato: è un tema sociale, culturale e politico. 

    Le madri non hanno bisogno di elogi astratti, ma di condizioni materiali, diritti, tempo, servizi, welfare. Hanno bisogno di un Paese che non si limiti a idealizzarle mentre dà per scontato il loro lavoro invisibile. E qui il discorso smette di riguardare solo me. 

    Un gesto politico
    Se oggi mi sento soffocare tra aspettative e sensi di colpa, è perché da decenni abbiamo costruito intorno alla maternità un immaginario che celebra il sacrificio, non l’equità. Un immaginario che promuove la resilienza individuale ma dimentica le responsabilità collettive. Siamo chiamate a essere madri perfette in un sistema imperfetto: con asili insufficienti, congedi inadeguati, assistenza carente, costi sanitari che lievitano, giudizi costanti. E questo non è più sostenibile. 

    Il libro non è un manuale né una confessione terapeutica. È un gesto politico nella misura in cui nomina ciò che spesso resta taciuto. Perché finché continueremo a raccontare solo la maternità luminosa, quella senza incrinature, continueremo a lasciare sole tutte le donne che in quelle incrinature ci vivono. 

    Scrivere “Quello che le madri non dicono” è stato un modo per riprendermi la voce. Pubblicarlo, invece, è il mio modo per dire che la cura non può essere lasciata sulle spalle delle singole. Che una madre che sta bene non è solo una questione privata: è un indicatore di civiltà. E quindi sì: voglio tornare a chiamarmi per nome. Ma voglio anche vivere in un Paese in cui farlo non sia un atto di resistenza.

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