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    Questo modello di vita ci ha resi soli. Ma è ancora possibile vivere in modo diverso

    Credit: Unsplash

    Più liberi dai vincoli tradizionali, più soli di fronte alle incertezze: è il paradosso del nostro tempo. Eppure qualcosa si muove, in silenzio, nelle scelte familiari, nei ritmi rallentati, nella cura condivisa. L’alternativa, oggi, è già diventata una forma di resistenza. Non si tratta di scappare ma di riappropriarsi dei legami e lavorare per rendere di nuovo abitabile, e giusto, il mondo che abbiamo

    Di Lara Tomasetta
    Pubblicato il 7 Ago. 2026 alle 11:38

    Nel 1996, presentando dal vivo “Anime Salve”, Fabrizio De André disse che la solitudine è «una specie di elogio della persona»: chi sa stare solo con se stesso riesce ad accordarsi meglio con il circostante, a pensare con più chiarezza, a trovare soluzioni non solo per sé ma anche per gli altri. Il circostante, precisò, non è fatto soltanto dei nostri simili: è fatto di tutto l’universo, «dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle». Poi aggiunse, con quella lucidità obliqua che era la sua statura, che «un uomo solo non mi ha mai fatto paura, invece l’uomo organizzato mi ha sempre fatto molta paura». Ma c’era un’avvertenza, nella sua riflessione: non tutti se la possono permettere, la solitudine. Non i vecchi, non i malati. E nemmeno chi non ha scelto di essere solo — chi ci è finito per via di un sistema che ha barattato i legami con la produttività, la comunità con l’efficienza, convincendoci che l’emancipazione coincidesse con l’isolamento competitivo. Quella non è la solitudine liberatoria di De André, quella capace di sintonizzarci col mondo e di restituirci a noi stessi: è il suo rovescio amaro. È la grammatica dei pc sempre accesi, delle teste chine sugli smartphone, delle cuffie sempre calate sulle orecchie. È il paesaggio emotivo che oggi riconosciamo nei dati sull’ansia, sulla depressione, sul burnout. Ci siamo scoperti più liberi dai vincoli tradizionali, certo, ma drammaticamente più soli di fronte alle incertezze — e quella libertà, senza legami in cui radicarsi, sa molto di vuoto. È una solitudine a cui qualcosa di altro ci ha condannato.

    Downshifting e iper-modernità
    Eppure, proprio nel momento in cui la diagnosi sembra più spietata e definitiva, emerge una reazione vitale. Se il copione economico-sociale ci rende infelici, c’è chi, semplicemente, decide di smettere di recitarlo. Non stiamo parlando di fughe romantiche verso isole deserte o di ritiri ascetici lontano dalla civiltà — De André stesso aveva messo in guardia dal fare l’eremita o l’anacoreta. Parliamo di scelte radicali ma calate nella quotidianità, spesso silenziose e poco spettacolari: rallentare, semplificare, rimettere al centro le relazioni umane invece delle performance. È il tentativo di riprendere in mano il tempo, di ricalibrare le priorità, di sognare una società alternativa partendo dalle pareti di casa, dalle scrivanie, dalle relazioni più intime. In questa seconda sezione, raccogliamo il filo del disagio per trasformarlo in ricerca: esploriamo le vite di chi ha scelto di vivere altrimenti, cercando rifugio in ritmi più lenti e meno performanti, e proviamo a capire se quelle scelte individuali possano diventare qualcosa di più grande.
    Il primo passo per immaginare un’alternativa è osservare chi ha già provato a cambiare strada. Mettendo a confronto due modelli familiari opposti, esploriamo la distanza siderale che separa una famiglia “downshifter” — che ha scelto di ridurre i consumi, le ambizioni carrieristiche e la velocità per guadagnare tempo e sostenibilità — e una famiglia iper-moderna, totalmente assorbita dalle logiche del lavoro incessante, dove il contatto diretto con i figli si assottiglia sotto il peso delle agende incastrate e degli schermi sempre accesi. Non è un giudizio morale, né una nostalgia per un passato che non è mai stato così idilliaco come lo ricordiamo: è uno specchio in cui riflettersi per capire, con onestà, cosa stiamo sacrificando sull’altare della crescita a ogni costo, e a quale prezzo umano — in termini di tempo, di presenza, di salute mentale — lo stiamo facendo.

    Genitorialità e istituzioni
    Questa urgenza di ridefinire le priorità trova la sua espressione più concreta e generazionale nei trenta-quarantenni di oggi. I genitori “millennial” stanno silenziosamente smontando e riscrivendo gli schemi ereditati. Lontani dalle rigidità del passato, ma anche precari per definizione e cresciuti a pane e incertezza, scelgono di avere figli solo dopo aver conquistato a fatica una certa stabilità. All’interno delle mura domestiche, dividono i carichi in modo più equo e sperimentano pratiche educative nuove, basate sull’ascolto e sulla partecipazione condivisa, spesso apprese e discusse in rete con una comunità di pari. È una rivoluzione gentile e pragmatica, che non fa rumore ma sta cambiando il volto della famiglia italiana più di qualsiasi politica pubblica degli ultimi vent’anni. Un tentativo concreto di conciliare la realizzazione individuale con una cura dell’altro non più vissuta come un obbligo a senso unico, ma come scelta consapevole e condivisa.
    Tuttavia, la strada verso un nuovo equilibrio è tutt’altro che in discesa, specialmente per le donne. Essere madri, oggi, significa spesso scontrarsi con un sistema che preferisce voltarsi dall’altra parte. Intorno alla maternità sopravvive un immaginario tenace che celebra la felicità del sacrificio, nascondendo la solitudine profonda, le pressioni costanti e le aspettative impossibili che gravano sulle donne. La narrazione pubblica continua a esigere una resilienza tutta individuale, chiedendo alle madri di farsi carico di carenze strutturali — asili insufficienti, congedi squilibrati, carriere penalizzate — e scaricando sulle singole persone quelle che dovrebbero essere responsabilità collettive. Un cortocircuito che ci riporta al punto di partenza: l’isolamento non come scelta, ma come condizione imposta, come strumento di controllo mascherato da vocazione.

    Restare e resistere
    Di fronte a queste contraddizioni, la risposta non può essere la diserzione. Scegliere la semplicità, rallentare il passo, non significa arrendersi o voltare le spalle, ma compiere un vero e proprio atto di resistenza politica ed esistenziale. Non si tratta di scappare per inventare nuovi mondi incontaminati, lasciando che questo vada in rovina, ma di restare. Piantare i piedi a terra, riappropriarsi dei legami e lavorare per rendere di nuovo abitabile, e giusto, il mondo che già abbiamo. È, in fondo, la stessa intuizione di De André: non l’eremita che si ritira e lascia il campo, ma l’uomo solo che, proprio perché sa stare con se stesso e accordarsi col circostante, riesce a vedere più chiaramente e a trovare soluzioni anche per gli altri. Vivere altrimenti è l’unico modo per ricominciare a vivere insieme.

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